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sabato 23 maggio 2009

La croce e la Katana. Quando i cristiani del Sol levante andarono alla guerra

il Giornale.it
n. 123 del 2009-05-22 pagina 0

La croce e la Katana. Quando i cristiani del Sol levante andarono alla guerra
di Matteo Sacchi

Nel nuovo romanzo storico di Rino Cammilleri
l'epopea e il martirio dei Samurai
che non vollero abbandonare la religione
giunta da Occidente
Matteo Sacchi
Anno del Signore 1638, anno sedicesimo dello shogunato di Tokugawa Iemitsu. Sul castello di Hara, un vecchio maniero diroccato nel sud del Giappone, sventolano strane bandiere. Sono bianche con disegnata sopra la croce, oppure la Vergine Maria. All'interno delle mura ci sono cinquantamila tra contadini, mercanti, ronin (samurai senza padrone), donne e bambini. All'esterno è schierata un'armata enorme. Più di centomila uomini accorsi sotto il comando dei più potenti daimyo, i signori feudali fedeli al governo dello Shogun. Sono lì per fronteggiare una rivolta che nessuno sino a qualche mese prima avrebbe ritenuto possibile. Nessuno avrebbe mai pensato che i molti contadini e i pochi samurai convertiti al cristianesimo avrebbero osato ribellarsi.
In giappone le guerre private e i conflitti tra clan erano all'ordine del giorno. Ma una rivolta in nome della libertà religiosa e dell'uguaglianza degli uomini davanti a Dio era qualcosa di diverso. Qualcosa che rischiava di turbare gli equilibri dell'intero arcipelago, le radici culturali di una civiltà. Da quando infatti i missionari portoghesi erano giunti, nel 1549, molti giapponesi si erano convertiti al cattolicesimo. Soprattutto a Nagasaki, il più importante porto aperto al commercio con i gaijin (gli stranieri). E la nuova religione, sia per il suo essere un possibile ponte per le potenze straniere, sia per i suoi connotati egalitari e la sua presa tra gli strati bassi della società, era stata subito percepita come un pericolo dal clan dominante: i Tokugawa.
Eppure, nonostante il divieto di professarla emanato nel 1614 e le persecuzioni, i cattolici stavano rialzando la testa. Anzi, si erano organizzati militarmente per resistere allo sterminio. Ecco perché l'assedio che durò mesi, l'assalto ai convertiti che rifiutano di abiurare il loro credo, è stato uno dei momenti più violenti e decisivi della storia del Giappone, anzi dell'Asia intera. Gli spagnoli ebbero paura di intervenire a favore dei cattolici (dalle Filippine) e gli olandesi protestanti appoggiarono con un cannoneggiamento marittimo l'azione del Bakufu (il governo centrale). La vicenda che finì con un immane massacro, è molto nota in Giappone e ben poco in Occidente. Ora Rino Cammilleri la racconta nel romanzo storico Il crocefisso del samurai (Rizzoli, pagg. 274, euro 18,50). La ricostruzione si muove agilmente tra i due fronti dello scontro, dà conto delle ragioni degli uni e degli altri, ridà vita a personaggi storici come lo shogun Iemitsu o Miyamoto Musashi (mitico spadaccino errante). Ne inventa di fantasia come il giovane cristiano Kato e la sua promessa sposa Yumiko (quasi dei Renzo e Lucia con gli occhi a mandorla) che rendono la storia emotivamente avvincente.
Ovviamente il suo sguardo indugia soprattutto sul campo dei ribelli, destinati alla sconfitta ma determinati sino all'ultimo a combattere per Iesu Kirisuto (Gesù Cristo), per quella religione nuova che dava speranza ai contadini e agli umili. Narrando la loro sconfitta, tra combattimenti, duelli a colpi di katana e atti di eroismo, non manca mai di coglierne il lato tragico (la persecuzione secolare verso i cristiani durò sino al 1889). Ma anche il senso di speranza che i «cristiani segreti» non abbandonarono mai, sino al ritorno degli europei.


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martedì 12 maggio 2009

Dalla «Lettera a Diogneto» (Capp. 5-6; Funk, pp. 397-401)-I CRISTIANI NEL MONDO

I CRISTIANI NEL MONDO





Dalla «Lettera a Diogneto» (Capp. 5-6; Funk, pp. 397-401)

I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.
Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni partita è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo.
Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi.
Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.
Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l'onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.
In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male.
Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste.
L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.





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venerdì 8 maggio 2009

Un migliaio gli afghani «cristiani in segreto»

Un migliaio gli afghani «cristiani in segreto»

venerdì 08 maggio 2009, 07:00


il Giornale.it
n. 110 del 2009-05-08 pagina 15

Un migliaio gli afghani «cristiani in segreto»
di Fausto Biloslavo

e Bahram Rahman

Un migliaio o forse anche più sarebbero gli afghani convertiti al cristianesimo, che vivono la loro fede in segreto. Se scoperti rischiano la galera o la pena di morte in nome della sharia, la dura legge del Corano. Chi li conosce rivela al Giornale di averli incontrati soprattutto nel centro del Paese. In particolare nella provincia di Bamyan, abitata in gran parte da sciiti. «Molti si convertono sperando di uscire dal girone della povertà» spiega una fonte afghana a Kabul.
Anche nella capitale esistono “cellule” di cristiani, composte in particolare da giovani. Alcuni lavorano per organizzazioni umanitarie straniere. Per motivi di sicurezza si ritrovano in piccoli gruppi di sei persone e pregano Gesù Cristo di nascosto. Uno dei giovani afghani convertiti ha spiegato al Giornale: «Viviamo una doppia vita. Non possiamo mostrare pubblicamente la nostra fede. Se lo facessi verrei ucciso e sarebbe per prima la mia famiglia a pretenderlo». Anche traduttori e collaboratori dei militari stranieri, a cominciare dagli americani della grande base di Bagram, sono tra i convertiti. Non esiste alcun “piano dei crociati”, come tuonano i talebani. Singoli cappellani militari o soldati portano con loro qualche volantino, un Vangelo o una Bibbia in più. Talvolta convincono i giovani afghani che usano il computer a iscriversi a delle newsletter cristiane.
Agli inizi di maggio la televisione satellitare Al Jazeera ha filmato la distribuzione di testi sacri cristiani, tradotti in pashtu e farsi (le due lingue afghane), 100 chilometri a nord di Kabul. Un cappellano americano ha detto ai soldati: «I ragazzi delle forze speciali danno la caccia a uomini. Noi facciamo lo stesso come cristiani». Da Bagram hanno smentito che ci sia un piano per il proselitismo. Secondo una fonte del Giornale la scorsa settimana sono state distribuite delle copie tradotte della Bibbia in due scuole di Kabul. La faccenda è finita in Parlamento e al Consiglio religioso afghano. I preti islamici già lo scorso anno avevano accusato «alcune organizzazioni umanitarie» di proselitismo. La più nota è Shelter Now, che durante il periodo talebano finì nei guai. Otto dei loro volontari occidentali furono arrestati per proselitismo. Lo scorso ottobre è stata uccisa a Kabul l’inglese Gayle Williams, che lavorava per Serve Afghanistan, Ong dichiaratamente cristiana, che però ha sempre smentito di fare proselitismo.
I talebani, nel comunicato che minaccia il Santo Padre, citano il caso del convertito afghano Abdel Rahman. Condannato a morte e poi espulso grazie all’intervento del nostro Paese, che ancora oggi lo ospita. A Kabul esiste una chiesa nel perimetro dell’ambasciata italiana dove si dice regolarmente messa. All’esterno, invece, opera un gruppetto di suore di Madre Teresa, che da sempre aiuta i bambini evitando il proselitismo. Più che i cattolici sono i protestanti, gli evangelici e altre comunità minori a tentare di convertire gli afghani. Non solo con “missionari” sul terreno, ma attraverso i canali tv religiosi sul satellite Hotbird in lingua farsi.


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lunedì 10 novembre 2008

Mons.Sako, così è cambiato in Iraq il rapporto tra cristiani e Islam

01/10/2008 08:26

ISLAM - IRAQ
Mons.Sako, così è cambiato in Iraq il rapporto tra cristiani e Islam
Dialogo interreligioso e pace in Iraq al centro del vertice della scorsa settimana in Austria. L’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, ribadisce il “ruolo dei cristiani nello sviluppo del mondo arabo”. P. Samir Khalil Samir, ricorda l’invito del Papa a un dialogo “coraggioso e sincero”.


Salisburgo (AsiaNews) – Promuovere il “dialogo interreligioso” partendo da identità diverse – siano esse culturali, storiche, sociali – attraverso le quali fondare un rapporto basato sulla “comprensione reciproca”, capace di portare la “pace in aree in cui è ancora forte la tensione fra fedeli di religioni diverse”. All’insegna dello slogan: “Cristianesimo e Islam: una nuova vita in comune?”, il 22 e 23 settembre a Salisburgo la fondazione austriaca Initiative Christlicher Orient – Ico, nata per sostenere le chiese d’oriente – ha promosso un congresso internazionale al quale hanno partecipato più di 100 fra professori ed esperti del mondo arabo e cristiano.

Ai quattro relatori del convegno è stato affidato il compito di illustrare le peculiarità delle due grandi religioni monoteiste e delineare i passi da percorrere per promuovere un dialogo che, sul solco tracciato da Papa Benedetto XVI nella lectio magistralis di Ratisbona, metta da parte “odio e fanatismo” e rifiuti in modo netto la “logica della violenza” a favore di una “critica” reciproca e “costruttiva”.

L’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, ha spiegato il rapporto fra “cristiani e musulmani” nell’Iraq “di ieri e di oggi” e il contributo fornito “dalla comunità cristiana allo sviluppo della cultura islamica”, grazie alla costruzione di scuole, ospedali e monasteri a Baghdad e a Najaf, Kerbala e Mosul, città sante per la tradizione musulmana sciita. “Il Corano definisce cristiani ed ebrei – sottolinea il prelato – come uomini del Libro e dice di rispettarli. Vi sono però altri versetti in cui è lecito sottometterli, esigendo una tassa – la Jizia – per garantirne la protezione”.

Pur con vicende alterne, il rapporto fra Cristianesimo e Islam nei secoli è sempre stato fondato sul rispetto e la collaborazione reciproca. Mons. Sako cita come esempio il califfato degli Abbasidi, la cui dinastia ha governato il mondo musulmano dalla sede di Baghdad (e per alcuni decenni a Samara) tra il 750 e il 1258 d. C. Numerosi gli intellettuali, filosofi, astronomi, ingegneri, scrittori e traduttori di religione cristiana che hanno lavorato a stretto contatto con i califfi a Palazzo, contribuendo non poco allo “sviluppo della cultura araba”.

La tragedia dell’11 settembre e la successiva guerra in Iraq voluta dagli Stati Uniti hanno contribuito a “peggiorare” i rapporti fra le due religioni, trasformando inoltre il Paese in una “culla del terrorismo”. I fondamentalisti, la maggior parte dei quali provenienti dall’estero, si sono infiltrati in Iraq con il proposito di trasformarlo in uno “Stato Islamico” basato sulla sharia, seminando morte e distruzione e contribuendo alla fuga di centinaia di migliaia di cristiani. “Essi inneggiano alla jihad, la guerra santa – prosegue l’arcivescovo di Kirkuk – e prendono di mira la comunità cristiana con rapimenti, torture e omicidi”. Per questo egli invita i “musulmani moderati, che sono la maggioranza” a lavorare insieme ai cristiani per promuovere “armonia e tolleranza” e a mostrare la faccia “non violenta” dell’Islam, che non tollera il sacrificio di “vittime innocenti”.

P. Samir Khalil Samir, gesuita ed esperto del mondo arabo, punta l’attenzione sulla polemiche sorte all’indomani del discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, nel settembre del 2007: egli ricorda l’invito del Papa a un dialogo “coraggioso e sincero” e al “profondo ripensamento” della tradizione islamica che deve partire proprio “all’interno del mondo musulmano”, il quale è chiamato a “isolare le frange che promuovo il terrorismo e il fondamentalismo”. La risposta è stata la lettera dei 138 saggi musulmani, la visita in Vaticano del re saudita Abdullah, l’omaggio del Papa alla più importante moschea di Istanbul e il vertice cristiano-musulmano di Madrid. “L’Islam – ricorda p. Samir – ritiene che il Corano sia stato dettato direttamente da Dio, Maometto sia l’ultimo e il più grande profeta e l’Islam un intreccio indissolubile di religione e Stato; un atteggiamento profondamente diverso rispetto al cristianesimo, alla figura di Gesù Cristo e alla revisione storica delle Sacre Scritture”.

Nel corso del loro intervento, i docenti Karl Prenner e Heinz Nussbaumer hanno illustrato lo “status dei non musulmani nel Corano, analizzando le differenze fra le sure – le suddivisioni in “capitoli” del Libro Sacro dei musulmani – della Mecca e quelle di Medina”, in cui si assiste alla “politicizzazione dell’Islam” e gli sviluppi futuri nei “rapporti fra Oriente e Occidente”.



http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13358&size=A#

Violenze contro i cristiani e dialoghi di pace con gli indù in India

Violenze contro i cristiani e dialoghi di pace con gli indù in India
Il CEC chiede l’intervento del governo per il rispetto delle minoranze religiose



08 ottobre 2008 - (ve/nev) Il 1. ottobre leader della comunità cristiana e di quella hindu della regione indiana di Kerala si sono incontrati per la prima volta nell’ambito di un’iniziativa a carattere interreligioso. “Non ci può essere alcuna giustificazione della violenza nel nome della religione” ha affermato a conclusione dell’incontro Andrews Thazhath, arcivescovo cattolico di Thrissur segretario della Conferenza episcopale della regione di Kerala.
La delegazione hindu era composta da 14 personalità sia religiose - monaci - che laiche; tra di essi anche alcuni esponenti del Vishwa Hindu Parishad (Consiglio mondiale hindu), l’organismo accusato di avere precise responsabilità negli attentati che hanno colpito la comunità cristiana della regione di Orissa e in altre parti del subcontinente indiano.

Toni concilianti
“La violenza non ha parte in alcuna religione”, si legge in un comunicato congiunto approvato a conclusione dell’incontro, “ogni azione che pavimenta la strada dell’odio religioso e della disarmonia non solo non dovrebbe essere promossa ma, al contrario, dovrebbe essere fermata”. Il comunicato condanna anche le “conversioni forzate” che non sono vere conversioni e deplora “l’utilizzo della fede per scopi politici”.

Cronologia degli scontri
Le violenze nella regione dell’Orissa erano esplose dopo l’uccisione del leader Hindu Swami Laxmanananda Saraswati, avvenuta nello scorso agosto. Le responsabilità di questo attentato, attribuito a un militante delle file maoiste, sono poi state dirottate sulla comunità cristiana, accusata di promuovere una vera e propria cospirazione contro gli hindu. Da allora la situazione ha continuato ad aggravarsi, anche per l’azione di formazioni fondamentaliste che, forte di crescenti consensi, rivendicano l’India come stato confessionale esclusivamente hindu e quindi promuovono veri e propri pogrom contro le minoranze cristiane e islamiche.

Scontri in Orissa e Kerala
Nel Tamil Nadu, secondo l’agenzia Asia News, sono state colpite e vandalizzate ben sei chiese protestanti, mentre nell’Orissa sarebbero ormai 50.000 le persone costrette alla fuga in seguito alle violenze commesse contro i cristiani; altre fonti indicano cifre di profughi ancora più elevate; secondo un reportage dell’agenzia ecumenica ENI, nella regione dell’Orissa sono ormai migliaia le case di cristiani che sono state date al fuoco nella città di Kandhamal e nell’area che la circonda.

Sforzi di pace
In questo quadro drammatico si spera che l’incontro del 1. ottobre possa aprire una fase di cooperazione interreligiosa per la pace e la convivenza. Tuttavia la situazione resta tesa: i consigli cristiani di chiese in India - che raggruppano varie denominazioni - denunciano infatti l’inefficacia degli interventi dei militari a protezione dei cristiani mentre il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), con sede a Ginevra, rivolge un invito esplicito al governo indiano “perché muova passi concreti per prevenire la violenza contro le minoranze cristiane nell’Orissa così come in altre regioni dell’india”. Il 2 ottobre, anniversario della morte di Gandhi, a New Delhi oltre 10.000 cristiani hanno digiunato e marciato per denunciare il clima di violenze nei loro confronti. “La situazione a Kandmahal resta molto negativa - afferma Subarna Gosh, uno dei promotori della dimostrazione che si è conclusa sotto la statua di Gandhi -, e noi vorremmo andare lì a promuovere la pace ma le autorità ci rifiutano l’autorizzazione a raggiungere la città”.



http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=8489

India: le cause degli attacchi ai cristiani

India: le cause degli attacchi ai cristiani


03 ottobre 2008 - (ve/net) Uccisioni, chiese bruciate, case distrutte e migliaia di cristiani in fuga. A partire da agosto si è scatenata una campagna anti-cristiani negli Stati indiani dell’Orissa e del Karnataka. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’uccisione di un membro di un gruppo fondamentalista indù, che sarebbe stata però compiuta dai guerriglieri maoisti. Cosa c’è dietro le persecuzioni contro cattolici e protestanti cominciate ad agosto in alcuni Stati indiani? Risponde il professor Michelguglielmo Torri, indologo intervistato da “L’inviato speciale”.

Quando sono cominciate le persecuzioni dei cristiani da parte degli indù?
In India le persecuzioni dei cristiani non sono un fenomeno né antico né degli ultimi tempi. L’unico episodio di persecuzione anti-cristiana prima dell’indipendenza si verificò durante la grande rivolta anti coloniale del 1857-58. I cristiani indiani, però, non furono bersaglio dei rivoltosi per motivi religiosi, ma perché, essendo nelle aree dove si sviluppò la rivolta, in gran parte al servizio degli inglesi (in genere come domestici) erano considerati parte del fronte avversario.
Le persecuzioni da parte dei fondamentalisti indù, invece, risalgono agli anni Novanta. Il fondamentalismo indù - o, come lo chiamano i suoi sostenitori, il nazionalismo indù - è un movimento politico basato sull’idea, elaborata da Vinayak Damodar Savarkar a metà degli anni Venti del ‘900, secondo cui i “veri” indiani sono solo gli indù”, mentre gli indù (l’induismo non è una religione unificata, ma, se mai, un insieme di religioni con caratteristiche comuni) sono coloro per cui l’India in quanto Patria, cioè la Terra degli Avi, include i luoghi sacri della propria religione. Di conseguenza musulmani e cristiani (ma anche gli atei) non sono indù e, quindi, neppure «veri» indiani.

Chi sono i gruppi anti-cristiani colpevoli delle persecuzioni degli ultimi due mesi in Orissa e Karnataka?
I gruppi anti-cristiani sono gli stessi che negli ultimi anni hanno attaccato i musulmani. Si tratta di gruppi che in tempi diversi, hanno avuto origine da un’organizzazione centrale, l’RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh) o «Organizzazione dei volontari nazionali», che, in un certo senso, è la casa madre del fondamentalismo indù, o induismo politico che dir si voglia. L’RSS, fondato a metà anni Venti, venne bandito nel ’48, dopo l’assassinio di Gandhi, in quanto ritenuto implicato nella congiura che aveva portato alla morte del Mahatma. Il bando, però, durò solo un anno; esso venne tolto in cambio della promessa da parte dell’RSS di funzionare, da quel momento in avanti solo come associazione culturale. Quello che successe fu che, da quel momento in avanti, l’RSS, ogni volta che doveva impegnarsi in una battaglia politica o sociale, creava delle organizzazioni ad hoc. Fra queste vi è stato un partito, originariamente chiamato Jana Sangh, che è poi diventato l’attuale BJP (Bharatiya Janata Party o «Partito del popolo indiano»), e una serie di organizzazioni extraparlamentari. L’insieme formato dall’RSS e dalle organizzazioni da esso create è chiamato dalla stampa indiana Sangh Privar, cioè la famiglia del Sangh. Le più temibili di queste organizzazioni extraparlamentari sono il VHP (Vishwa Hindu Parishad, il «Consiglio mondiale indù») e la sua ala giovanile, il Bajrang Dal («partito zafferano», con riferimento al colore simbolo dell’induismo). Il VHP e il Bajrang Dal sono stati i due principali responsabili degli attacchi degli ultimi anni contro sia i musulmani sia i cristiani.

Le persecuzioni, dunque, hanno un’origine politica?
Sono azioni che rispondono a un disegno politico dell’RSS: trasformare lo Stato laico indiano in uno Stato indù. Un mezzo per raggiungere questo obiettivo è compattare la maggioranza indù additando come origine di tutti i mali della società indiana le minoranze. Nell’ideologia del fondamentalismo indù, musulmani e cristiani hanno lo stesso ruolo che avevano gli ebrei nell’ideologia nazista. Questa ideologia è esplicitamente seguita dai gruppi extraparlamentari e si è tradotta, soprattutto a partire dalla fine degli anni Ottanta, in una serie di violenze e di assassinii ai danni delle minoranze. Il BJP, invece, in quanto grande partito che ha guidato il Paese dal 1998 al 2004 e che aspira a tornare al potere, mantiene una posizione più sfumata. Se, infatti, com’è possibile, ritornerà al potere con le prossime elezioni, il BJP non potrà governare da solo, ma solo a capo di una coalizione. Come si è già visto nel periodo dal 1998 al 2004, questo significa allearsi anche con i partiti che sono dichiaratamente laici.

La questione dei membri delle caste più basse convertite al cristianesimo è un’altra causa delle violenze o un pretesto?
I missionari cristiani (sia cattolici che protestanti) sono presenti in India dal XVI secolo. Oggi, a differenza che in passato, la loro azione è contraddistinta dal fatto di non fare proselitismo diretto, ma attività sociali per i più poveri e diseredati, tra cui i membri delle caste più basse e, soprattutto, i fuori casta (dalit e gruppi tribali). Tutto ciò ha portato, né c’è da stupirsene, ad una serie di conversioni spontanee. I fondamentalisti indù sostengono, del tutto prestestuosamente, che tali conversioni sono motivate da remunerazioni economiche offerte dai missionari ai convertiti. Naturalmente non si tratta di questo, ma del fatto, come già accennato, che i missionari sostengono gli indiani più poveri e diseredati attraverso la creazione di scuole, ospedali ecc. Gli estremisti indù, inoltre, diffondono l’idea delirante, non giustificata da nessuna proiezione statistica, secondo cui le conversioni (numericamente assai esigue), unite al fatto che il tasso di crescita demografico di musulmani e cristiani sarebbe più rapido di quello degli indù (il che non è vero), trasformerebbero fra un po’ di anni gli indù in una minoranza nella loro stessa patria. È, come dicevo, un’idea delirante, che, però, sembra avere ampi consensi fra le masse indù, che, di conseguenza, si sentono assediate e minacciate dalle minoranze.

Cosa stanno facendo le autorità per fermare le persecuzioni contro i cristiani?
Bisogna innanzitutto distinguere fra governi locali e governo centrale. I primi non stanno facendo alcunché. Nei governi degli Stati dove si sono verificati gli attacchi, o è al potere il BJP, come nel Karnataka o, come in Orissa, un’alleanza di cui fa parte il BJP. Il governo centrale, guidato dal Congresso (partito laico di Sonia Gandhi, ndr.), anche se ha minacciato di intervenire direttamente in questi due stati sciogliendone i governi, di fatto si è dimostrato timido, facendo abbastanza poco per proteggere le minoranze. In questo contesto, le pressioni internazionali sull’Esecutivo indiano, come le ultime, fatte a nome dell’UE dalla Francia (che ha appena firmato un accordo nucleare con l’India), possono avere un ruolo importante nell’indurre il governo centrale e l’opinione pubblica indiani a schierarsi attivamente almeno contro i gruppi più estremisti dell’induismo politico (fonte: inviatospeciale)

Michelguglielmo Torri
È professore di Storia moderna e contemporanea dell’Asia presso l’Università di Torino ed è considerato come il maggiore esperto italiano di storia e politica dell’India moderna e contemporanea. È fra l’altro autore di una Storia dell’India (Laterza, Bari, 2000 e 2007) e presidente di Italindia, l’Associazione italiana per lo studio dell’India moderna e contemporanea.



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MUSULMANI CONVERTITI AL CRISTIANESIMO CHIEDONO LIBERTA' RELIGIOSA

05/11/2008 13:19
VATICANO - ISLAM
Musulmani convertiti al cristianesimo chiedono libertà religiosa agli esperti radunati in Vaticano
L’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.


Roma (AsiaNews) – Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1) che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2) che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3) che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.



L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.


http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13673&geo=5&size=A

lunedì 24 marzo 2008

ALGERIA: CRISTIANI IN PERICOLO

In Algeria l’islam è religione di Stato, e la libertà di culto è garantita dalla Costituzione. Il vero obiettivo del nuovo testo normativo, come aveva ammesso un responsabile del ministero degli Affari religiosi, era quello di "contrastare le campagne di proselitismo cristiano clandestino".

Lo conferma anche l’arcivescovo di Algeri, Teissier, che indica dei "nuovi gruppi di evangelici, che hanno creato un po’ di rumore per la conversione di alcuni fedeli".

La legge, composta da diciassette articoli, vieta l’esercizio del culto non islamico al di fuori degli edifici adibiti per questo scopo e subordina questi edifici all’ottenimento di una previa autorizzazione.

Un articolo prevede una multa da 500 mila a un milione di dinari (da 5 a 10 mila euro) e una pena carceraria da due a cinque anni contro "chiunque cambi la funzione originaria dei luoghi di culto" oppure "inciti o costringa o usi mezzi persuasivi per costringere un musulmano ad abbracciare un’altra religione".


BELLO SCHIFO!

Vergogna......poi siamo noi che ce la prendiamo con i Musulmani, vero? E solo per avere pregato. Siamo al massimo dell'intolleranza religiosa.- Un anno di galera in Nigeria con la condizionale per aver pregato in un Gruppo di Fratelli, in visita pastorale....

In sostanza se viene denunciato di muovo per un simile "mostruoso misfatto" di anni di galera ne fa minimo due perchè recidivo.- Non so come siano le prigioni in Nigeria, e preferisco non saperlo.-

mauro

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Algeria: condannato un sacerdote cattolico per aver pregato

Padre Pierre Wallez, prima vittima della nuova legge di culto

ROMA, lunedì, 11 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Un prete cattolico è stato condannato dal tribunale di Orano (400 chilometri a ovest di Algeri) ad un anno di prigione con la condizionale per aver “officiato una cerimonia religiosa in un luogo non riconosciuto dal governo”, informa il quotidiano Avvenire.
Padre Pierre Wallez, questo il nome del sacerdote, è la prima vittima della legge approvata nel marzo 2006 "sull’esercizio delle pratiche di culto non musulmano" nel Paese nordafricano.

Parlando ai microfoni di Radio Vaticana, l’Arcivescovo di Algeri, monsignor Henri Antoine Marie Teissier, ha detto che "la cosa che più sorprende è che la condanna è stata emessa perché il sacerdote aveva solo fatto visita ad un gruppo di cristiani del Camerun. Non aveva celebrato una Messa, ma aveva soltanto recitato insieme a loro una preghiera. Era il 29 dicembre, subito dopo Natale".

"Adesso ci sono molte difficoltà sul proselitismo – sottolinea ancora il presule – , ma bisogna anche dire che il sacerdote non è stato condannato ad un anno di carcere effettivo: non è stato, dunque, incarcerato".

"Naturalmente – osserva ancora Teissier – tutti noi siamo molto scossi per la decisione che è stata presa contro il nostro fratello. Bisogna però fare anche un distinguo tra la decisione presa in un contesto particolare e quello che è il nostro impegno per il bene comune della società algerina, all’interno della quale abbiamo molti amici".

Insieme a padre Wallez (di origine francese) anche un giovane medico musulmano è stato condannato ad una pena più pesante (due anni senza condizionale), ufficialmente per aver utilizzato farmaci dell’ambulatorio pubblico da lui diretto nella baraccopoli dei migranti di Maghnia, informa Camille Eid dalle pagine di Avvenire.

"Medicinali regolarmente pagati dalla Caritas", spiegano fonti dell’arcivescovado di Algeri che non esitano a denunciare "le gravi difficoltà che la comunità cattolica ha dovuto e continua ad affrontare ormai da mesi".

"Vengono sistematicamente rifiutati i visti di ingresso ai nostri ospiti – precisa l’arcivescovado – e in novembre è stato ritirata la residenza a quattro giovani preti brasiliani, qui per lavorare con gli immigrati africani di lingua portoghese".

In Algeria l’islam è religione di Stato, e la libertà di culto è garantita dalla Costituzione. Il vero obiettivo del nuovo testo normativo, come aveva ammesso un responsabile del ministero degli Affari religiosi, era quello di "contrastare le campagne di proselitismo cristiano clandestino".

Lo conferma anche l’arcivescovo di Algeri, Teissier, che indica dei "nuovi gruppi di evangelici, che hanno creato un po’ di rumore per la conversione di alcuni fedeli".

La legge, composta da diciassette articoli, vieta l’esercizio del culto non islamico al di fuori degli edifici adibiti per questo scopo e subordina questi edifici all’ottenimento di una previa autorizzazione.

Un articolo prevede una multa da 500 mila a un milione di dinari (da 5 a 10 mila euro) e una pena carceraria da due a cinque anni contro "chiunque cambi la funzione originaria dei luoghi di culto" oppure "inciti o costringa o usi mezzi persuasivi per costringere un musulmano ad abbracciare un’altra religione".





Stesse pene contro chi "produce o immagazzina o distribuisce pubblicazioni o cassette audio e video o altri mezzi volti a minare la fede nell’islam".