RELIGIONE, RIFORMATI SCOZZESI. Nella Chiesa di Scozia e' gia' iniziata la rivoluzione sessuale
2009-05-21 Redazione
Nella chiesa di Scozia cresce il numero di persone single mentre diminuisce quello dei matrimoni. Aumenta pure il tasso dei divorzi e delle separazioni. Intanto sta cambiando l'atteggiamento verso il sesso. L'85% dei giovani compresi tra i 16 ed 19 anni considera i rapporti sessuali prima del matrimonio "raramente/affatto sbagliati". E così la chiesa di Scozia reagisce invitando i suoi membri a rivedere il proprio insegnamento su "sesso al di fuori del matrimonio". L'Assemblea Generale che si riunisce oggi ascolterà la relazione di un gruppo di pastori sui ministri gay (se ne parlerà sabato sera) e sulla questione de "i single ed il sesso".
Un gruppo di "evangelici" (leggi "conservatori") sta facendo di tutto per bloccare la nomina del pastore Scott Rennie, gay dichiarato che convive con il suo partner, alla guida della chiesa di Aberdeen. C'è anche un tentativo di costringere la Kirk (il nome scozzese per Chiesa di Scozia) a non accettare come ministro chiunque abbia una relazione eterosessuale fuori dal matrimonio.
Di questo si parlerà comunque la settimana prossima, dedicata interamente alla questione "single" (non sposati).
Nella relazione che sarà presentata all'assemblea, si ricorda che per la chiesa "sesso è più del sesso - è l'unione di due persone". Separarlo dal matrimonio è fondamentalmente sbagliato. Fin qui la parte descrittiva della questione e le precisazioni di rito. Adesso comincia la parte "revisionista". "Un'etica cristiana revisionista del sesso porrebbe l'enfasi sull'aspetto consensuale del rapporto, con adeguato uso di contraccettivi, prenderebbe in considerazione l'aspetto dell'intimità piuttosto che la semplice emozione fisica, l'aspetto del donarsi, scevra comunque dall'infedeltà da un pre-esistente rapporto di fiducia e di responsabilità".
Secondo il rapporto che sarà presentato nei prossimi giorni all'Assemblea della Chiesa di Scozia, alcune chiese hanno accettato l'idea dell'attività sessuale in rapporti a lungo termine.
http://www.icn-news.com//?do=news&id=6639
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giovedì 28 maggio 2009
sabato 23 maggio 2009
L’ebreo che spiega Gesù alla Chiesa
12 Maggio 2009
L’ebreo che spiega Gesù alla Chiesa
Il paradosso di Jacob Neusner, il rabbino che prendendo le parti dei farisei ha «aperto gli occhi» a Benedetto XVI sulla grandiosa pretesa di Cristo
di Luigi Amicone
Jacob Neusner è considerato il più grande specialista vivente di letteratura rabbinica antica. Ha scritto un libro su Gesù e ha benedetto il viaggio che il Papa sta compiendo in Terra Santa. Perché? «Perché mi piacciono i cristiani e perché rispetto il cristianesimo». Tutto qui? Sosteneva Kieerkegaard che Gesù di Nazareth e la sua pretesa di aver portato il cielo sulla terra, di essere Dio stesso in terra, «è l’unico caso serio della storia». Perciò «tu devi prendere posizione di fronte a Cristo». Neusner è uno dei pochi contemporanei a farlo davvero. La sua posizione, raggiunta dopo la frequentazione di Gesù nel vangelo di Matteo, è sorprendente? Nient’affatto. Il rabbino non si converte a Cristo, non lo segue e continua a stare “con i farisei”. Perché? Perché Cristo si è detto signore del sabato. Perché ha identificato se stesso con la Torah. Perché Gesù ha chiamato i suoi discepoli in prima persona e si è appellato alla libertà di un “io” invece che al “noi” dell’Eterno Israele. Perché, infine, ha la pretesa “impressionante” e “sbalorditiva”, «egli e i suoi discepoli», di aver «preso il posto dei sacerdoti nel tempio; il luogo santo è cambiato e si identifica con il gruppo formato da Gesù e dai suoi discepoli». E allora dove sta l’originalità dell’ebreo che capisce che «l’alternativa è tra: “Ricordati di santificare il sabato” e “Il Figlio dell’uomo è il signore del sabato”. Non possiamo scegliere entrambi»? Dove sta l’interesse della constatazione che «la Torah sta in un mondo, Cristo in un altro»? Intanto originalità e interesse stanno nella conferma della serietà e gravità del “caso”. Come annota Neusner, non si tratta di parole o di idee. Si tratta di un avvenimento e di una persona. «Comprendo, infatti, che solo Dio può esigere da me quello che sta chiedendo Gesù». «Noi comprendiamo adesso che alla fine c’è proprio la figura di Gesù e non tanto i suoi insegnamenti».
Riepilogando. È giunto alla sua terza edizione italiana Un rabbino parla con Gesù (San Paolo), libro doppiamente straordinario. In primo luogo perché riesce nell’impresa di portare il dialogo ebraico-cristiano oltre le secche della discussione storica e teologica offrendoci una testimonianza limpida e persuasiva di cosa sia un’esperienza viva di ebraismo (mentre, sostiene Neusner, «a parte poche sorgenti di ortodossia l’ebraismo rappresenta oggi in Europa una religione morta»). La seconda ragione di straordinarietà sta nella interpretazione-recensione che dell’approccio a Gesù secondo Neusner ha dato niente meno che il papa Benedetto XVI. Il quale, nel suo Gesù di Nazaret, segnala il volume del rabbino americano così: «Il grande erudito ebreo Jacob Neusner in un importante libro si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù intitolato A Rabbi Talks with Jesus (Un rabbino parla con Gesù). Questa disputa condotta con rispetto e franchezza tra un ebreo credente e Gesù, il figlio di Abramo, più di altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo». Non vi sembrano sconcertanti le parole del Santo Padre? «Mi ha aperto gli occhi». Ma la figura del Nazareno non dovrebbe essere la specialità bimillenaria (oltre che la “ragione sociale”) delle Chiese cristiane? Dunque quale sarebbe il segreto che renderebbe così speciale l’approccio di Neusner, come lascia intendere addirittura il Pontefice? Cosa del Gesù visto da un ebreo osservante ha entusiasmato Benedetto XVI tanto da fargli mettere nero su bianco un giudizio così lusinghiero da corrodere implicitamente tanta apologetica cristiana – proprio lui, il Papa-teologo, il professore Ratzinger, l’ex prefetto del Sant’uffizio, il Defensor Fidei, il Vicario di Cristo? Come si spiega tanta accoglienza a una posizione che dichiara «senza scuse, senza inganno, senza infingimento» di voler «riaffermare semplicemente la Torah del Sinai sopra e contro il Gesù di Matteo»? Il segreto sta nel fatto che mentre a tutt’oggi prevale una riduzione del cristianesimo a interpretazione sentimentale o specialistica (almeno così sembra emergere in tanta omiletica chiesastica e nella pubblicistica-biada di massa che ci arride dalle vetrine delle librerie), con l’opera di Neusner torna in auge la “simpatia per l’oggetto” della disputa. Torna una ragione aperta alla considerazione del fenomeno Gesù così come esso si è presentato nella storia e nella testimonianza di chi gli ha voluto bene, non come si immagina che egli avrebbe dovuto essere o essersi presentato per tramite di chi lo ha conosciuto. Perciò il nostro rabbino immagina di mescolarsi tra la folla di discepoli, curiosi, ostili, semplice gente comune riunita alle pendici del monte presso il lago di Tiberiade per ascoltare “il discorso delle Beatitudini”. Egli interloquisce con Gesù seguendo come filo rosso il vangelo di Matteo, «il più “ebraico” dei vangeli», e mettendolo a confronto con la Torah.
Un vero maestro in Israele
Molti sono i punti di contatto ed è impossibile non riconoscere in Gesù un vero ebreo e un maestro in Israele. Il fatto è – pretesa pazzesca e inaccettabile da chi ritiene peraltro che «Mosè ha detto molto di più, stando sulla montagna» – che Egli identifica e riassume l’intera Torah nella sua persona. Insomma, ciò che oggi non è per niente scontato nelle Chiese cristiane, dove il Nazareno rischia di essere tramandato come un mito consolatorio, fermo alla “Parola” di un passato piuttosto esangue e anacronistico, per l’ebreo pio e osservante Jacob Neusner invece è una pretesa viva. Che va presa alla lettera, esattamente per quello che dice di essere. E cioè non una fonte di ispirazione morale, sociale, legislativa. Ma uno che reclama un “tu” e una sequela totalizzante.
Così, la domanda di ieri è la stessa di oggi, di sempre: «E voi, chi dite che io sia?». La domanda posta da Gesù è la stessa che sembra fare da sfondo alle folgoranti riflessioni, ai paragoni e alle conclusioni dell’ininterrotto dialogo che Neusner stabilisce nell’arco della sua narrazione tra il “maestro nazareno”, la Torah, i maestri, i saggi e i profeti dell’“Eterno Israele”. Ristabilendo così – paradossalmente, da parte di un rabbino – il metodo proprio del cristianesimo. Che non è anzitutto quello storico o spiritualistico, ma proprio quello personale di porsi con apertura e immaginazione davanti alla persona di Cristo, alla sua pretesa, alla sua logica, alla sua avventura umana.
http://www.tempi.it/cultura/006682-l-ebreo-che-spiega-ges-alla-chiesa
L’ebreo che spiega Gesù alla Chiesa
Il paradosso di Jacob Neusner, il rabbino che prendendo le parti dei farisei ha «aperto gli occhi» a Benedetto XVI sulla grandiosa pretesa di Cristo
di Luigi Amicone
Jacob Neusner è considerato il più grande specialista vivente di letteratura rabbinica antica. Ha scritto un libro su Gesù e ha benedetto il viaggio che il Papa sta compiendo in Terra Santa. Perché? «Perché mi piacciono i cristiani e perché rispetto il cristianesimo». Tutto qui? Sosteneva Kieerkegaard che Gesù di Nazareth e la sua pretesa di aver portato il cielo sulla terra, di essere Dio stesso in terra, «è l’unico caso serio della storia». Perciò «tu devi prendere posizione di fronte a Cristo». Neusner è uno dei pochi contemporanei a farlo davvero. La sua posizione, raggiunta dopo la frequentazione di Gesù nel vangelo di Matteo, è sorprendente? Nient’affatto. Il rabbino non si converte a Cristo, non lo segue e continua a stare “con i farisei”. Perché? Perché Cristo si è detto signore del sabato. Perché ha identificato se stesso con la Torah. Perché Gesù ha chiamato i suoi discepoli in prima persona e si è appellato alla libertà di un “io” invece che al “noi” dell’Eterno Israele. Perché, infine, ha la pretesa “impressionante” e “sbalorditiva”, «egli e i suoi discepoli», di aver «preso il posto dei sacerdoti nel tempio; il luogo santo è cambiato e si identifica con il gruppo formato da Gesù e dai suoi discepoli». E allora dove sta l’originalità dell’ebreo che capisce che «l’alternativa è tra: “Ricordati di santificare il sabato” e “Il Figlio dell’uomo è il signore del sabato”. Non possiamo scegliere entrambi»? Dove sta l’interesse della constatazione che «la Torah sta in un mondo, Cristo in un altro»? Intanto originalità e interesse stanno nella conferma della serietà e gravità del “caso”. Come annota Neusner, non si tratta di parole o di idee. Si tratta di un avvenimento e di una persona. «Comprendo, infatti, che solo Dio può esigere da me quello che sta chiedendo Gesù». «Noi comprendiamo adesso che alla fine c’è proprio la figura di Gesù e non tanto i suoi insegnamenti».
Riepilogando. È giunto alla sua terza edizione italiana Un rabbino parla con Gesù (San Paolo), libro doppiamente straordinario. In primo luogo perché riesce nell’impresa di portare il dialogo ebraico-cristiano oltre le secche della discussione storica e teologica offrendoci una testimonianza limpida e persuasiva di cosa sia un’esperienza viva di ebraismo (mentre, sostiene Neusner, «a parte poche sorgenti di ortodossia l’ebraismo rappresenta oggi in Europa una religione morta»). La seconda ragione di straordinarietà sta nella interpretazione-recensione che dell’approccio a Gesù secondo Neusner ha dato niente meno che il papa Benedetto XVI. Il quale, nel suo Gesù di Nazaret, segnala il volume del rabbino americano così: «Il grande erudito ebreo Jacob Neusner in un importante libro si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù intitolato A Rabbi Talks with Jesus (Un rabbino parla con Gesù). Questa disputa condotta con rispetto e franchezza tra un ebreo credente e Gesù, il figlio di Abramo, più di altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo». Non vi sembrano sconcertanti le parole del Santo Padre? «Mi ha aperto gli occhi». Ma la figura del Nazareno non dovrebbe essere la specialità bimillenaria (oltre che la “ragione sociale”) delle Chiese cristiane? Dunque quale sarebbe il segreto che renderebbe così speciale l’approccio di Neusner, come lascia intendere addirittura il Pontefice? Cosa del Gesù visto da un ebreo osservante ha entusiasmato Benedetto XVI tanto da fargli mettere nero su bianco un giudizio così lusinghiero da corrodere implicitamente tanta apologetica cristiana – proprio lui, il Papa-teologo, il professore Ratzinger, l’ex prefetto del Sant’uffizio, il Defensor Fidei, il Vicario di Cristo? Come si spiega tanta accoglienza a una posizione che dichiara «senza scuse, senza inganno, senza infingimento» di voler «riaffermare semplicemente la Torah del Sinai sopra e contro il Gesù di Matteo»? Il segreto sta nel fatto che mentre a tutt’oggi prevale una riduzione del cristianesimo a interpretazione sentimentale o specialistica (almeno così sembra emergere in tanta omiletica chiesastica e nella pubblicistica-biada di massa che ci arride dalle vetrine delle librerie), con l’opera di Neusner torna in auge la “simpatia per l’oggetto” della disputa. Torna una ragione aperta alla considerazione del fenomeno Gesù così come esso si è presentato nella storia e nella testimonianza di chi gli ha voluto bene, non come si immagina che egli avrebbe dovuto essere o essersi presentato per tramite di chi lo ha conosciuto. Perciò il nostro rabbino immagina di mescolarsi tra la folla di discepoli, curiosi, ostili, semplice gente comune riunita alle pendici del monte presso il lago di Tiberiade per ascoltare “il discorso delle Beatitudini”. Egli interloquisce con Gesù seguendo come filo rosso il vangelo di Matteo, «il più “ebraico” dei vangeli», e mettendolo a confronto con la Torah.
Un vero maestro in Israele
Molti sono i punti di contatto ed è impossibile non riconoscere in Gesù un vero ebreo e un maestro in Israele. Il fatto è – pretesa pazzesca e inaccettabile da chi ritiene peraltro che «Mosè ha detto molto di più, stando sulla montagna» – che Egli identifica e riassume l’intera Torah nella sua persona. Insomma, ciò che oggi non è per niente scontato nelle Chiese cristiane, dove il Nazareno rischia di essere tramandato come un mito consolatorio, fermo alla “Parola” di un passato piuttosto esangue e anacronistico, per l’ebreo pio e osservante Jacob Neusner invece è una pretesa viva. Che va presa alla lettera, esattamente per quello che dice di essere. E cioè non una fonte di ispirazione morale, sociale, legislativa. Ma uno che reclama un “tu” e una sequela totalizzante.
Così, la domanda di ieri è la stessa di oggi, di sempre: «E voi, chi dite che io sia?». La domanda posta da Gesù è la stessa che sembra fare da sfondo alle folgoranti riflessioni, ai paragoni e alle conclusioni dell’ininterrotto dialogo che Neusner stabilisce nell’arco della sua narrazione tra il “maestro nazareno”, la Torah, i maestri, i saggi e i profeti dell’“Eterno Israele”. Ristabilendo così – paradossalmente, da parte di un rabbino – il metodo proprio del cristianesimo. Che non è anzitutto quello storico o spiritualistico, ma proprio quello personale di porsi con apertura e immaginazione davanti alla persona di Cristo, alla sua pretesa, alla sua logica, alla sua avventura umana.
http://www.tempi.it/cultura/006682-l-ebreo-che-spiega-ges-alla-chiesa
venerdì 8 maggio 2009
PASTORE OMOSESSUALE IN CASA UCEBI
PASTORE OMOSESSUALE IN CASA UCEBI
di Nicola Martella
1. ENTRIAMO IN TEMA: Che in Italia sia stato consacrato un omosessuale a pastore battista appartenente all’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia), non ne avremmo saputo nulla per via ufficiale, se sul sito della chiesa battista di Cagliari non fosse comparsa una lettera del «Consiglio di Chiesa di Cagliari al Comitato Esecutivo dell’UCEBI», rimproverando l’intervento della Federazione Battista Europea contro tale decisione, incoraggiando il Comitato Esecutivo dell’UCEBI ad andare avanti in tale via intrapresa ed esprimendo solidarietà a tale pastore omosessuale battista (6 marzo 2009).
Prima di proseguire, premettiamo che non abbiamo dubbi che nelle chiese battiste dell’UCEBI si trovino tanti veri credenti rigenerati dallo Spirito Santo, timorati di Dio, sottomessi alla sua Parola e desiderosi di onorare il nome di Gesù Cristo nella loro propria vita con parole e fatti.
Abbiamo cercato in rete una dichiarazione della Federazione Battista Europea (EBF) o dell’UCEBI, ma non abbiamo trovato nulla in merito. Se la chiesa battista di Cagliari non ne avesse parlato, non ne sapremmo nulla. È probabile che ci sia la volontà che tutto ciò non si sappia.
2. I FATTI EVINTI: Dalla sunnominata lettera del Consiglio di Chiesa di Cagliari risulta quanto segue:
■ Il Comitato Esecutivo dell’UCEBI deve aver approvato un battista omosessuale al pastorato oppure confermato un pastore battista nel suo ufficio, anche dopo che egli ha ammesso di essere omosessuale. Il nome di tale pastore non viene fatto. Il tutto dev’essere accaduto già nel 2008.
■ La Federazione Battista Europea deve aver mandato uno scritto, in cui disapprova un tale passo del Comitato Esecutivo dell’UCEBI. Il tutto dev’essere accaduto già alla fine del 2008 o all’inizio del 2009. Purtroppo ci sfugge il suo contenuto.
■ Il Comitato Esecutivo dell’UCEBI ha elaborato un documento di difesa il 16 gennaio 2009 e l’ha inviato a tutti i membri dell’EBF. Purtroppo non sappiamo cosa c’è scritto in esso.
■ Segue tale lettera ad Anna Maffei da parte Consiglio di Chiesa di Cagliari. Le posizioni della presidente sulla famiglia tradizionale sono note da tempo (p.es. qui); non meravigliano quindi neppure quelle sull’omosessualità (p.es. qui).
3. CONVINZIONI BATTISTE A CAGLIARI: Nella lettera risulta evidente l’atteggiamento del Consiglio di Chiesa di Cagliari.
■ Esso desiderava «esprimere tutta la nostra solidarietà» al Comitato Esecutivo dell’UCEBI e al suo documento di difesa.
■ Esso esprimeva «la nostra vicinanza e il nostro sostegno al pastore», di cui si parlava.
■ Secondo i componenti di tale consiglio di chiesa, la vita privata e il ministero di tale conduttore sono stati così impropriamente invasi. «Con stupore e sconcerto siamo costretti a notare, ancora una volta, che questioni tanto sensibili, e che riguardano l’autonomia della persona, la sua autoconsapevolezza e responsabilità di fede, siano affrontate con atteggiamento di giudizio e con procedure sommariamente amministrative». Si fa capire che la pratica omosessuale di tale pastore sarebbe una faccenda privata che non deve interessare a nessuno, tanto meno alla Federazione Battista Europea.
■ Per loro la questione del «sentimento profondo e umano d’ascolto e solidarietà», che «chiede il rispetto di chiunque», è evidentemente la cosa principale.
■ Riguardo a tale pastore omosessuale, essi prendono posizione contro il «giudizio di riprovazione» o «giudizio d’esclusione» da parte della Federazione Battista Europea e contro «i passi biblici citati per sostenere» tutto ciò; si esprimono parimenti a favore dell’approvazione da parte dell’UCEBI. Contrariamente a tale ammonizione, essi considerano l’omosessualità non come depravazione dell’umanità, così come risulta dai brani biblici, ma come «condizione d’esistenza, d’affetto e di relazione». Quindi essi scusano e approvano l’omosessualità. Nonostante ciò parlano riguardo agli altri di «posizioni di censura» e fanno intendere che essi abbiano un «ascolto fedele» della Parola di Dio. Ricorre più volte il termine «fraintendimento» riguardo alla lettura della Bibbia, che fanno gli altri (ossia la FBE), che sarebbe «distante dallo spirito evangelico».
4. UNA MORALE UMANISTA BIBLICIZZATA: Le cose che mi hanno meravigliato in tale atteggiamento in tali asserzioni sono le seguenti.
■ Non viene lontanamente posta la questione della base biblica della moralità dei cristiani, quindi riguardo alla volontà di Dio e a ciò che «sta scritto» nella Parola di Dio.
■ Non viene neppure posta la questione riguardo al comportamento dei credenti verso i fornicatori (1 Cor 5,11) e a coloro che vivono in un disordine morale (2 Ts 3,6) e creano così scandali (Rm 16,17). Invece di turbarsi verso i fornicatori (1 Cor 5,1ss), ci si indigna verso coloro che pongono la questione: la Federazione Battista Europea!
■ Non viene neppure lontanamente posta la questione biblica secondo cui un credente dev’essere «irreprensibile» (gr. anepílēmptos «non esposto ad assalto, intangibile, integerrimo, perfetto») prima di essere approvato al ministero di conduttore (1 Tm 3,2; Tt 1,6s; cfr. 1 Tm 6,14). Secondo loro si può vivere secondo la condotta dei pagani, ottenebrati di mente (Rm 1,21; Ef 4,17ss), senza che ci sia un prima e un poi riguardo al mutamento della condotta di vita. È scritto invece: «Avete imparato, per quanto concerne la vostra condotta di prima, a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; ad essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente, e a rivestire l’uomo nuovo che è creato all’immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità» (Ef 4,22ss). Nel NT viene ribadito che non bisogna illudersi, visto che gli «ingiusti non erediteranno il regno di Dio» e tra di loro vengono menzionati per primi i fornicatori, poi anche gli adulteri, gli effeminati e i sodomiti (1 Cor 6,9s). Poi viene mostrato il necessario cambiamento fra prima e dopo la conversione: «E tali eravate alcuni; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signor Gesù Cristo e mediante lo Spirito del Dio nostro» (v. 11).
■ Il cristianesimo viene ridotto a un sentimentalismo umanistico senza interesse per la verità biblica, a un atteggiamento psicologico senza chiedersi quale sia le cose che sono grate a Dio e quali quelle che Dio ha in abominio. «E quando un uomo si giace con un maschio come uno si giace con una donna, entrambi hanno commesso una cosa abominevole. Devono essere messi a morte. Il loro sangue ricadrà su di loro» (Lv 20,13).
■ Si suggerisce che il loro consenso etico contemporaneo, mutuato dalla morale corrente del mondo, sia lo «spirito evangelico». Non interessa quanto quest’ultimo sia distante dall’etica del nuovo patto come risulta da una lettura del NT, basata su un’esegesi contestuale e rigorosa. È il caso di dire riguardo a tale sedicente «spirito evangelico»: «Provate gli spiriti per vedere se provengono da Dio, perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo» (1 Gv 4,1).
■ Come si può concludere tale lettera così: «Orientiamoci tutti e tutte, innanzitutto ed essenzialmente, alla sequela di Gesù Cristo e alla fedeltà a Lui in povertà di spirito»? Seguire Gesù Cristo, significa accettare che le sue parole non passeranno (Mt 24,35). Egli si è espresso anche sulla contaminante fornicazione (Mt 15,19), di cui quella omosessuale è una specie. Il Concilio di Gerusalemme ingiunse di astenersi anche dalla fornicazione (At 15,20.29; 21,25). L’insegnamento degli apostoli era contro ogni specie di fornicazione, anche quella omosessuale. Come si può pretendere di essere fedeli a Cristo, agendo contrariamente all’insegnamento che Lui ha affidato ai suoi apostoli?
5. ASPETTI CONCLUSIVI: La cosa preoccupante è che ciò, che i rappresentanti della chiesa di Cagliari hanno espresso, stia diventando un consenso di non pochi battisti. Più di due decenni fa ci fu una scissione in tale chiesa proprio sul tema dell’omosessualità. Infatti la chiesa battista di Cagliari fu la prima a battezzare un omosessuale dichiarato, non pentito e praticante anche dopo. In seguito a questo vi fu appunto tale scissione. Tutto ciò è raccontato dal gruppo omosessuale militante «Gionata», che è operante fra le chiese della FCEI (federazione di battisti, metodisti e valdesi). Se tale lievito della fornicazione eterosessuale ed omosessuale viene tollerata nelle chiese e diventa consenso, è inevitabile che qui si instaurerà un nuovo modello morale e lì ciò creerà defezioni o spaccature.
Che questo possa portare a quella defezione della fede, chiamata «apostasia» e attesa per la fine dei tempi, mi sembra alquanto probabile. Paolo raccomandava a Timoteo quanto segue: «Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d’udire si accumuleranno insegnanti secondo le loro proprie voglie e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole» (2 Tm 4,2ss).
Sembra che tali battisti italiani, trovandosi già sull’orlo del precipizio, siano intenzionati a fare un ulteriore passo avanti…
Per gli approfondimenti degli aspetti etici dell'omosessualità rimandiamo alla seguente sezione: ► Etica: Omosessualità e particolarmente ai seguenti scritti:
► La fornicazione omosessuale {Veglio Jugovac} (A)
► Martin Luther King: un modello da imitare? {Nicola Martella} (A)
► Omosessualità è fornicazione? Parliamone {Nicola Martella} (T)
► Pastore omosessuale in casa UCEBI: Abominio in luogo sacro? {Nicola Martella} (T)
► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Pastore_omosex_ucebi_EnB.htm
20-04-2009; Aggiornamento:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Pastore_omosex_ucebi_EnB.htm
di Nicola Martella
1. ENTRIAMO IN TEMA: Che in Italia sia stato consacrato un omosessuale a pastore battista appartenente all’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia), non ne avremmo saputo nulla per via ufficiale, se sul sito della chiesa battista di Cagliari non fosse comparsa una lettera del «Consiglio di Chiesa di Cagliari al Comitato Esecutivo dell’UCEBI», rimproverando l’intervento della Federazione Battista Europea contro tale decisione, incoraggiando il Comitato Esecutivo dell’UCEBI ad andare avanti in tale via intrapresa ed esprimendo solidarietà a tale pastore omosessuale battista (6 marzo 2009).
Prima di proseguire, premettiamo che non abbiamo dubbi che nelle chiese battiste dell’UCEBI si trovino tanti veri credenti rigenerati dallo Spirito Santo, timorati di Dio, sottomessi alla sua Parola e desiderosi di onorare il nome di Gesù Cristo nella loro propria vita con parole e fatti.
Abbiamo cercato in rete una dichiarazione della Federazione Battista Europea (EBF) o dell’UCEBI, ma non abbiamo trovato nulla in merito. Se la chiesa battista di Cagliari non ne avesse parlato, non ne sapremmo nulla. È probabile che ci sia la volontà che tutto ciò non si sappia.
2. I FATTI EVINTI: Dalla sunnominata lettera del Consiglio di Chiesa di Cagliari risulta quanto segue:
■ Il Comitato Esecutivo dell’UCEBI deve aver approvato un battista omosessuale al pastorato oppure confermato un pastore battista nel suo ufficio, anche dopo che egli ha ammesso di essere omosessuale. Il nome di tale pastore non viene fatto. Il tutto dev’essere accaduto già nel 2008.
■ La Federazione Battista Europea deve aver mandato uno scritto, in cui disapprova un tale passo del Comitato Esecutivo dell’UCEBI. Il tutto dev’essere accaduto già alla fine del 2008 o all’inizio del 2009. Purtroppo ci sfugge il suo contenuto.
■ Il Comitato Esecutivo dell’UCEBI ha elaborato un documento di difesa il 16 gennaio 2009 e l’ha inviato a tutti i membri dell’EBF. Purtroppo non sappiamo cosa c’è scritto in esso.
■ Segue tale lettera ad Anna Maffei da parte Consiglio di Chiesa di Cagliari. Le posizioni della presidente sulla famiglia tradizionale sono note da tempo (p.es. qui); non meravigliano quindi neppure quelle sull’omosessualità (p.es. qui).
3. CONVINZIONI BATTISTE A CAGLIARI: Nella lettera risulta evidente l’atteggiamento del Consiglio di Chiesa di Cagliari.
■ Esso desiderava «esprimere tutta la nostra solidarietà» al Comitato Esecutivo dell’UCEBI e al suo documento di difesa.
■ Esso esprimeva «la nostra vicinanza e il nostro sostegno al pastore», di cui si parlava.
■ Secondo i componenti di tale consiglio di chiesa, la vita privata e il ministero di tale conduttore sono stati così impropriamente invasi. «Con stupore e sconcerto siamo costretti a notare, ancora una volta, che questioni tanto sensibili, e che riguardano l’autonomia della persona, la sua autoconsapevolezza e responsabilità di fede, siano affrontate con atteggiamento di giudizio e con procedure sommariamente amministrative». Si fa capire che la pratica omosessuale di tale pastore sarebbe una faccenda privata che non deve interessare a nessuno, tanto meno alla Federazione Battista Europea.
■ Per loro la questione del «sentimento profondo e umano d’ascolto e solidarietà», che «chiede il rispetto di chiunque», è evidentemente la cosa principale.
■ Riguardo a tale pastore omosessuale, essi prendono posizione contro il «giudizio di riprovazione» o «giudizio d’esclusione» da parte della Federazione Battista Europea e contro «i passi biblici citati per sostenere» tutto ciò; si esprimono parimenti a favore dell’approvazione da parte dell’UCEBI. Contrariamente a tale ammonizione, essi considerano l’omosessualità non come depravazione dell’umanità, così come risulta dai brani biblici, ma come «condizione d’esistenza, d’affetto e di relazione». Quindi essi scusano e approvano l’omosessualità. Nonostante ciò parlano riguardo agli altri di «posizioni di censura» e fanno intendere che essi abbiano un «ascolto fedele» della Parola di Dio. Ricorre più volte il termine «fraintendimento» riguardo alla lettura della Bibbia, che fanno gli altri (ossia la FBE), che sarebbe «distante dallo spirito evangelico».
4. UNA MORALE UMANISTA BIBLICIZZATA: Le cose che mi hanno meravigliato in tale atteggiamento in tali asserzioni sono le seguenti.
■ Non viene lontanamente posta la questione della base biblica della moralità dei cristiani, quindi riguardo alla volontà di Dio e a ciò che «sta scritto» nella Parola di Dio.
■ Non viene neppure posta la questione riguardo al comportamento dei credenti verso i fornicatori (1 Cor 5,11) e a coloro che vivono in un disordine morale (2 Ts 3,6) e creano così scandali (Rm 16,17). Invece di turbarsi verso i fornicatori (1 Cor 5,1ss), ci si indigna verso coloro che pongono la questione: la Federazione Battista Europea!
■ Non viene neppure lontanamente posta la questione biblica secondo cui un credente dev’essere «irreprensibile» (gr. anepílēmptos «non esposto ad assalto, intangibile, integerrimo, perfetto») prima di essere approvato al ministero di conduttore (1 Tm 3,2; Tt 1,6s; cfr. 1 Tm 6,14). Secondo loro si può vivere secondo la condotta dei pagani, ottenebrati di mente (Rm 1,21; Ef 4,17ss), senza che ci sia un prima e un poi riguardo al mutamento della condotta di vita. È scritto invece: «Avete imparato, per quanto concerne la vostra condotta di prima, a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; ad essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente, e a rivestire l’uomo nuovo che è creato all’immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità» (Ef 4,22ss). Nel NT viene ribadito che non bisogna illudersi, visto che gli «ingiusti non erediteranno il regno di Dio» e tra di loro vengono menzionati per primi i fornicatori, poi anche gli adulteri, gli effeminati e i sodomiti (1 Cor 6,9s). Poi viene mostrato il necessario cambiamento fra prima e dopo la conversione: «E tali eravate alcuni; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signor Gesù Cristo e mediante lo Spirito del Dio nostro» (v. 11).
■ Il cristianesimo viene ridotto a un sentimentalismo umanistico senza interesse per la verità biblica, a un atteggiamento psicologico senza chiedersi quale sia le cose che sono grate a Dio e quali quelle che Dio ha in abominio. «E quando un uomo si giace con un maschio come uno si giace con una donna, entrambi hanno commesso una cosa abominevole. Devono essere messi a morte. Il loro sangue ricadrà su di loro» (Lv 20,13).
■ Si suggerisce che il loro consenso etico contemporaneo, mutuato dalla morale corrente del mondo, sia lo «spirito evangelico». Non interessa quanto quest’ultimo sia distante dall’etica del nuovo patto come risulta da una lettura del NT, basata su un’esegesi contestuale e rigorosa. È il caso di dire riguardo a tale sedicente «spirito evangelico»: «Provate gli spiriti per vedere se provengono da Dio, perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo» (1 Gv 4,1).
■ Come si può concludere tale lettera così: «Orientiamoci tutti e tutte, innanzitutto ed essenzialmente, alla sequela di Gesù Cristo e alla fedeltà a Lui in povertà di spirito»? Seguire Gesù Cristo, significa accettare che le sue parole non passeranno (Mt 24,35). Egli si è espresso anche sulla contaminante fornicazione (Mt 15,19), di cui quella omosessuale è una specie. Il Concilio di Gerusalemme ingiunse di astenersi anche dalla fornicazione (At 15,20.29; 21,25). L’insegnamento degli apostoli era contro ogni specie di fornicazione, anche quella omosessuale. Come si può pretendere di essere fedeli a Cristo, agendo contrariamente all’insegnamento che Lui ha affidato ai suoi apostoli?
5. ASPETTI CONCLUSIVI: La cosa preoccupante è che ciò, che i rappresentanti della chiesa di Cagliari hanno espresso, stia diventando un consenso di non pochi battisti. Più di due decenni fa ci fu una scissione in tale chiesa proprio sul tema dell’omosessualità. Infatti la chiesa battista di Cagliari fu la prima a battezzare un omosessuale dichiarato, non pentito e praticante anche dopo. In seguito a questo vi fu appunto tale scissione. Tutto ciò è raccontato dal gruppo omosessuale militante «Gionata», che è operante fra le chiese della FCEI (federazione di battisti, metodisti e valdesi). Se tale lievito della fornicazione eterosessuale ed omosessuale viene tollerata nelle chiese e diventa consenso, è inevitabile che qui si instaurerà un nuovo modello morale e lì ciò creerà defezioni o spaccature.
Che questo possa portare a quella defezione della fede, chiamata «apostasia» e attesa per la fine dei tempi, mi sembra alquanto probabile. Paolo raccomandava a Timoteo quanto segue: «Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d’udire si accumuleranno insegnanti secondo le loro proprie voglie e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole» (2 Tm 4,2ss).
Sembra che tali battisti italiani, trovandosi già sull’orlo del precipizio, siano intenzionati a fare un ulteriore passo avanti…
Per gli approfondimenti degli aspetti etici dell'omosessualità rimandiamo alla seguente sezione: ► Etica: Omosessualità e particolarmente ai seguenti scritti:
► La fornicazione omosessuale {Veglio Jugovac} (A)
► Martin Luther King: un modello da imitare? {Nicola Martella} (A)
► Omosessualità è fornicazione? Parliamone {Nicola Martella} (T)
► Pastore omosessuale in casa UCEBI: Abominio in luogo sacro? {Nicola Martella} (T)
► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Pastore_omosex_ucebi_EnB.htm
20-04-2009; Aggiornamento:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Pastore_omosex_ucebi_EnB.htm
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lunedì 2 marzo 2009
La Chiesa di San Nicola a Bari

Ecumenismo, restituita agli ortodossi la Chiesa di San Nicola a Bari. Presenti Napolitano e Medvedev. Il messaggio del Pontefice: “Nostalgia per l’unità dei cristiani”
CITTA’ DEL VATICANO - Una chiave che apre sempre piu' al dialogo: e' quella della Chiesa di San Nicola consegnata a Bari dal presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, al capo di Stato della Russia, Dmitrji Medvedev. D’ora in poi, in nome del culto di questo Santo, il Santo di Myra, Patrono dei baresi e 'protettore di tutte le Russie', quella chiave aprira' forse una porta 'politica', favorendo di piu' il dialogo tra la Chiesa cattolica e quella Ortodossa. E' questo il significato profondo della cerimonia che si e' svolta nella Chiesa Russa: il tempio religioso ortodosso e' stato restituito a Medvedev, che donera’ la chiave al Patriarcato di Mosca. La consegna della Chiesa e' avvenuta alla presenza del legato pontificio, il Cardinale Salvatore De Giorgi, del numero tre del Patriarcato, il vescovo di Egorievsk, Mark, del ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, e del viceministro russo, Aleksander Grushko. Presenti anche.Massimo D'Alema, che come ministro degli Esteri era a Bari il 14 marzo 2007 al vertice italo-russo nel quale fu dato l'annuncio della consegna della Chiesa alla Federazione russa, e Simone di Cagno Abbrescia (Pdl), che era sindaco di Bari quando nel 1998 il comune e il Patriarcato Ortodosso siglarono un'intesa in base alla quale nella Chiesa poteva risiedere un sacerdote russo. Accompagnati dal sindaco di Bari, Michele Emiliano, dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e da autorita' religiose delle Chiese cattolica e ortodossa, i due capi di Stato hanno sottolineato l'importanza storica del momento. Una Chiesa che viene restituita diventa, secondo Napolitano, ''il simbolo di un impegno comune a rafforzare la cultura della pace, della comprensione''. E anche per Frattini non ci sono dubbi: ''San Nicola e' un Santo che unisce perche' incarna il rapporto tra Oriente ed Occidente, mondo musulmano, ortodosso e cattolico''. Un evento storico, dunque, suggellato dalle chiare parole del Papa lette dal Cardinal De Giorgi: ''Questa bella Chiesa risveglia in noi - dice Papa Benedetto XVI - la nostalgia per la piena unita' e tiene vivo in noi l'impegno a lavorare per l'unione tra tutti i discepoli di Cristo''. E dalla Puglia, regione segnata profondamente dalla presenza del mondo orientale, Benedetto XVI auspica con il suo messaggio che anche la cerimonia di questa Domenica ''contribuisca a far si' che Bari continui ad essere, come ebbe a dire Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, un 'ponte naturale verso l'Oriente', offrendo il suo prezioso contributo al cammino verso la piena comunione tra i Cristiani''. Quello compiuto e', quindi, ''un passo giusto'', come lo ha definito il Patriarca ortodosso Kirill nel messaggio letto dal vescovo Mark. Il Patriarca ha espresso gratitudine alla Chiesa cattolica e ai domenicani che custodiscono attualmente le reliquie del Santo, ''il 'nostro' Santo amato'', ha detto Kirill. La Chiesa Russa di San Nicola, dal 1937 di proprieta' del Comune di Bari, venne realizzata agli inizi del secolo scorso per ospitare i pellegrini che, soprattutto durante i viaggi verso la Terra Santa, facevano tappa a Bari, punto di incontro tra l'Oriente e l'Occidente, per venerare le reliquie del Santo. Cosi' come hanno fatto, al termine della cerimonia, i due capi di Stato. Raggiunta la Basilica di San Nicola, nella citta' vecchia di Bari, Napolitano e Medvedev, accompagnati dalle mogli, sono scesi nella cripta dove sono custodite le reliquie e proprio come un pellegrino il presidente russo si e' voluto inginocchiare dinanzi all'altare per pregare.
http://www.papanews.it/news.asp?IdNews=11910
domenica 1 marzo 2009
NAPOLITANO CONSEGNA A MEDVEDEV CHIAVI CHIESA SAN NICOLA

» 2009-03-01 18:03
NAPOLITANO CONSEGNA A MEDVEDEV CHIAVI CHIESA SAN NICOLA
BARI - Il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, e il presidente russo, Dmitri Medvedev, dopo avere lasciato la chiesa russa hanno raggiunto la Basilica di San Nicola nella città vecchia di Bari.
Nella basilica romanica è prevista una visita alla cripta dove, sotto l'altare, sono custodite le reliquie del patrono di Bari, venerato da cattolici e ortodossi.
I due presidenti, accompagnati dalle mogli Clio e Svetlana, e dai rappresentanti degli esteri, sono stati accolti sul sagrato da padre Damiano Bova, rettore della Basilica di San Nicola, e dall'arcivescovo di Bari, monsignor Francesco Cacucci.
Ci sono, tra gli altri, il cardinale Salvatore De Giorgi, il sindaco di Bari, Michele Emiliano, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il presidente della Provincia di Bari e del consiglio regionale della Puglia, Vincenzo Divella e Pietro Pepe. Presente anche Massimo D'Alema, che come ministro degli Esteri era Bari il 14 marzo 2007 al vertice italo-russo con l'allora presidente russo, Vladimir Putin, e il presidente del Consiglio dell'epoca, Romano Prodi. In quella occasione fu dato l'annuncio della consegna della chiesa alla Federazione russa.
All'interno della Basilica le due coppie presidenziali sono scese nella cripta dove sono custodite le reliquie del santo. Hanno poi visitato la parte superiore della chiesa con la sala del tesoro. A conclusione della visita c'é stato uno scambio di doni tra i due presidenti e il rettore della Basilica, padre Damiano Bova, che ha donato loro riproduzioni in argento della facciata della basilica romanica. Medvedev ha donato una lampada votiva.
All'uscita dalla basilica, il presidente russo, sul sagrato, ha risposto in russo al saluto lanciatogli da alcuni connazionali radunati al di là delle transenne. Poi, con la delegazione presidenziale, è entrato in automobile per raggiungere l'aeroporto di Bari da dove partirà.
http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_903584366.html
giovedì 26 febbraio 2009
Anglicani: tradizionalisti nella chiesa cattolica?
Anglicani: tradizionalisti nella chiesa cattolica?
25 febbraio 2009 - (ve/agenzie) Poco dopo Pasqua Benedetto XVI dovrebbe ammettere nella chiesa cattolica la Traditional Anglican Communion. Il movimento tradizionalista anglicano, in rotta dal 1991 con la Comunione anglicana a causa dell’ordinazione delle donne al ministero pastorale, sarebbe così la prima comunità religiosa nata dalla Riforma a ritornare in seno al cattolicesimo. Lo riferisce il settimanale australiano The Record, il quale afferma che la decisione è stata convalidata dalla Congregazione per la dottrina della fede lo scorso mese di ottobre. Il gesto - che dovrebbe avvenire nel corso di una celebrazione nella basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma - è destinato a incrinare le relazioni tra Roma e la Comunione anglicana. E conferma la linea conservatrice dell’attuale pontificato.
I tradizionalisti anglicani, guidati dall’arcivescovo Louis Falk, si sono separati dalla Comunione anglicana nel 1991. La separazione è avvenuta in reazione alla moltiplicazione delle consacrazioni di donne al ministero pastorale. La Traditional Anglican Communion conta oggi circa 500’000 membri.
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=9070
25 febbraio 2009 - (ve/agenzie) Poco dopo Pasqua Benedetto XVI dovrebbe ammettere nella chiesa cattolica la Traditional Anglican Communion. Il movimento tradizionalista anglicano, in rotta dal 1991 con la Comunione anglicana a causa dell’ordinazione delle donne al ministero pastorale, sarebbe così la prima comunità religiosa nata dalla Riforma a ritornare in seno al cattolicesimo. Lo riferisce il settimanale australiano The Record, il quale afferma che la decisione è stata convalidata dalla Congregazione per la dottrina della fede lo scorso mese di ottobre. Il gesto - che dovrebbe avvenire nel corso di una celebrazione nella basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma - è destinato a incrinare le relazioni tra Roma e la Comunione anglicana. E conferma la linea conservatrice dell’attuale pontificato.
I tradizionalisti anglicani, guidati dall’arcivescovo Louis Falk, si sono separati dalla Comunione anglicana nel 1991. La separazione è avvenuta in reazione alla moltiplicazione delle consacrazioni di donne al ministero pastorale. La Traditional Anglican Communion conta oggi circa 500’000 membri.
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=9070
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martedì 3 febbraio 2009
LA CHIESA DEL VESCOVO GAY MAPELLI
Un nuovo diacono tra i preti sposati
CHIESA ORTODOSSA. Ordinazione al circolo Elisabetta Lodi
Fra' Benedetto ha ricevuto l'investitura
02/02/2009
suoi diaconi, i presbiteri ed anche i vescovi possono essere sposati. Accoglie i divorziati e conviventi o risposati: secondo l'antica tradizione dei primi secoli della Chiesa Indivisa fino ad epoca tarda, può essere conferito il sacramento delle seconde nozze come ancora in uso nelle Chiese d'Oriente (un terzo matrimonio soltanto con dispensa del vescovo primate, dopo una attenta valutazione canonica ed il parere favorevole del consiglio episcopale e presbiterale).
Le coppie di fatto possono partecipare alla celebrazione eucaristica, così pure le persone omosessuali vengono accolte nella loro dignità e non subiscono alcuna disparità teologica e pastorale nella comunità ecclesiale, e possono fare un percorso spirituale e vocazionale. È ammesso il diaconato femminile come avveniva nelle chiese di antica tradizione. È la chiesa cristiana antica cattolica e apostolica. Una delle ultime nate e non riconosciuta dalla chiesa cattolica.
Nel 2007, Giovanni Climaco Mapelli, monaco dal 2006 presso una chiesa ortodossa di origine greca, decide di fondare una diocesi a Monza per l'intera Lombardia: la versione dell'Ortodossia Occidentale autentica e cioè quella stessa della chiesa indivisa del primo millennio, con la facoltà di celebrare in italiano e secondo il rito approvato dagli antichi sinodi dei padri vescovi in occidente. Ieri mattina, nella sala del circolo Elisabetta Lodi concessa dal Comune, l'arcivescovo primate, docente di religione fino al 1994 quando in una lettera al cardinale Martini si è dichiarato «omosessuale», ha ordinato diacono Franco Sordato con il nome di Fra' Benedetto. Dopo una lunga cerimonia a cui ha partecipato il coro Accademia Musica Nova di Montagnana, il diacono ha ricevuto l'investitura che gli permetterà di dare l'eucaristia e leggere il vangelo ai fedeli della professione, con le stesse funzioni di un diacono della chiesa cattolica.
«Gli stragiudicati e reietti dalla gerarchia sono in particolare i divorziati e risposati, cui si nega con candore l'Eucaristia», dice Mapelli, «dono supremo d'amore di Cristo, medicinale per i peccati e remissione delle colpe stesse e non premio per i migliori con una subdola volontà di controllarne i comportamenti anche i più intimi, mandando la grazia di Dio in secondo piano: eucaristia che non è proprietà dei preti o del Papa ma lascito del Signore per tutti coloro che si confessano peccatori e bisognosi del suo aiuto, e non già presuntuosi giusti davanti agli occhi degli uomini». S.B.
http://www.larena.it/stories/Cronaca/140956/
CHIESA ORTODOSSA. Ordinazione al circolo Elisabetta Lodi
Fra' Benedetto ha ricevuto l'investitura
02/02/2009
suoi diaconi, i presbiteri ed anche i vescovi possono essere sposati. Accoglie i divorziati e conviventi o risposati: secondo l'antica tradizione dei primi secoli della Chiesa Indivisa fino ad epoca tarda, può essere conferito il sacramento delle seconde nozze come ancora in uso nelle Chiese d'Oriente (un terzo matrimonio soltanto con dispensa del vescovo primate, dopo una attenta valutazione canonica ed il parere favorevole del consiglio episcopale e presbiterale).
Le coppie di fatto possono partecipare alla celebrazione eucaristica, così pure le persone omosessuali vengono accolte nella loro dignità e non subiscono alcuna disparità teologica e pastorale nella comunità ecclesiale, e possono fare un percorso spirituale e vocazionale. È ammesso il diaconato femminile come avveniva nelle chiese di antica tradizione. È la chiesa cristiana antica cattolica e apostolica. Una delle ultime nate e non riconosciuta dalla chiesa cattolica.
Nel 2007, Giovanni Climaco Mapelli, monaco dal 2006 presso una chiesa ortodossa di origine greca, decide di fondare una diocesi a Monza per l'intera Lombardia: la versione dell'Ortodossia Occidentale autentica e cioè quella stessa della chiesa indivisa del primo millennio, con la facoltà di celebrare in italiano e secondo il rito approvato dagli antichi sinodi dei padri vescovi in occidente. Ieri mattina, nella sala del circolo Elisabetta Lodi concessa dal Comune, l'arcivescovo primate, docente di religione fino al 1994 quando in una lettera al cardinale Martini si è dichiarato «omosessuale», ha ordinato diacono Franco Sordato con il nome di Fra' Benedetto. Dopo una lunga cerimonia a cui ha partecipato il coro Accademia Musica Nova di Montagnana, il diacono ha ricevuto l'investitura che gli permetterà di dare l'eucaristia e leggere il vangelo ai fedeli della professione, con le stesse funzioni di un diacono della chiesa cattolica.
«Gli stragiudicati e reietti dalla gerarchia sono in particolare i divorziati e risposati, cui si nega con candore l'Eucaristia», dice Mapelli, «dono supremo d'amore di Cristo, medicinale per i peccati e remissione delle colpe stesse e non premio per i migliori con una subdola volontà di controllarne i comportamenti anche i più intimi, mandando la grazia di Dio in secondo piano: eucaristia che non è proprietà dei preti o del Papa ma lascito del Signore per tutti coloro che si confessano peccatori e bisognosi del suo aiuto, e non già presuntuosi giusti davanti agli occhi degli uomini». S.B.
http://www.larena.it/stories/Cronaca/140956/
mercoledì 28 gennaio 2009
SOCIETA'. Postmodernismo e modi "alternativi" di essere chiesa
SOCIETA'. Postmodernismo e modi "alternativi" di essere chiesa
ITALIA, 08:13:00
2009-01-28 Redazione
Salvatore Loria ha intervistato Valerio Bernardi:
Il postmodernismo può essere definito una "corrente di pensiero" o piuttosto "uno stato mentale"?
La domanda è pertinente, in quanto possiamo dire che non esiste una corrente filosofica che si possa definire "pensiero postmoderno". Uno dei maggiori pensatori, Jean-Francois Lyotard, che hanno contribuito a coniare il termine parla, di "condizione postmoderna", ovvero di una situazione in cui l'uomo contemporaneo, preso atto della crisi della ragione illuministica e della sua fallibilità, vive il suo mondo con minori certezze di prima e in una crisi permanente. Di contro alla definizione lyotardiana possiamo dire, però, che vi sono diverse correnti di pensiero che possono definirsi "postmoderne", pur non avendo usato questo come loro termine principale di riferimento. Direi che il post-strutturalismo di Foucault in Francia, dove il soggetto e il potere vengono esaminati non più nella loro struttura razionale, ma nei loro reticolati simili ad una sorta di sistema nervoso senza un luogo centrale di riferimento ed il "pensiero debole" italiano cui si sono rifatti alcuni dei maggiori intellettuali italiani come Eco, Ferraris e Vattimo rappresentano in genere bene il pensiero post-moderno e cercano una rappresentazione del mondo alternativa a quella propugnata dalla razionalità occidentale. In conclusione, quindi, si potrebbe dire che esiste una condizione postmoderna, in cui l'uomo contemporaneo accetta la crisi della razionalità illuministica e la perdita di ogni certezza derivante dalla ragione strumentale e, dall'altro lato, esistono scuole di pensiero (post-strutturalismo, pensiero debole) che cercano di costruire un quadro di riferimento alternativo a quello del razionalismo occidentale.
Ci sono punti di contatto con la fede cristiana?
Alcuni studiosi hanno cercato di sfruttare il termine "post-moderno" per affermare che si potesse costruire un modello "alternativo" di religiosità all'interno del cristianesimo. Il tentativo più articolato in campo evangelico conservatore è stato quello di Thomas Oden. Oden, teologo di origine metodista o presbiteriana che aveva una formazione di tipo liberale negli anni Novanta ha scritto un testo dal titolo After Modernity...what? Affermando di accettare l'idea che ci troviamo in un mondo post-moderno, egli afferma che il post-moderno è uguale, per la teologia cristiana e per il cristianesimo al mondo tradizionale dei Padri della Chiesa, per cui, qualche anno dopo, egli scriverà una teologia dogmatica che si rifaceva direttamente al pensiero dei Padri. L'idea di Oden, quindi, è che post-moderno possa anche significare ritorno alla tradizione. Dal punto di vista del protestantesimo liberale, invece, direi che i tentativi migliori siano stati fatti dai cosiddetti teologi post-liberali. A capeggiare la scuola dei Postliberali ci sono stati George Lindbeck e Hans Frei. Frei, in particolare, ha affermato che ci trovavamo di fronte ad un eclisse delle grandi narrazioni (affermazione tipico di alcuni pensatori postmoderni) e che quindi bisognava ritornare a recuperare discorsi di tipo linguistico e comunicativo. I postliberali hanno poi preso altre pieghe, formulando ipotesi di una nuova apologetica (come Placher) oppure di una nuova teologia militante (come quella di Hauerwas). Dal punto di vista di organizzazione della struttura ecclesiale l'atteggiamento postmoderno ha avuto i suoi effetti nei modelli delle megachurch come quello proposto da Rick Warren per Saddleback o anche da quel movimento denominato negli Stati "emergent church" che ha cercato modi "alternativi" di essere chiesa per farsi meglio ascoltare da coloro cui si voleva trasmettere il messaggio. La stessa idea di un "modern contemporary service" presente oramai in quasi tutte le chiese evangeliche cerca di trovare modi di comunicazione del Vangelo che possano essere più consoni alla nostra società.
E' interessante dire che, proprio la emergent church ha cercato di diffondere, più degli altri, le sue idee attraverso mezzi più moderni, come quelli permessi dal web 2.0 oggi.
La nostra è piuttosto una società "postmodernista" o "relativista" o tutt'e due?
Se parliamo della società occidentale direi che dovremo usare entrambi i termini. L'atteggiamento postmoderno annuncia la fine di ogni certezza, la fine delle grandi narrazioni, la perdita di valore della razionalità e, pertanto va verso il relativismo. Non sempre, però, possiamo dire che postmodernismo e relativismo sono coincidenti. Direi, quindi, che l'uomo contemporaneo vive una crisi di valori e di punti di riferimento che trova validazione nell'atteggiamento dei postmoderni che affermano che non vi è possibilità di avere chiari punti di riferimento. Quindi direi che i due termini possono essere talvolta usati indifferentemente, talaltra distinguendoli tra pratica quotidiana (relativismo) e sua ideologia (postmodernismo). Spero di essere stato chiaro.
[Salvatore Loria ha intervistato Valerio Bernardi]
Valerio Bernardi è laureato in filosofia presso l'Università di Bari ed è dottore di ricerca in Antropologia Culturale. Insegna storia e filosofia presso i licei ed è docente a contratto presso l'Università degli Studi della Basilicata per le discipline antropologiche. Anziano della Chiesa di Cristo di Bari, attualmente è candidato al dottorato in teologia sistematica presso la Facoltà Teologica Valdese. I suoi interessi vertono sulla teologia sistematica, la filosofia della religione, la storia della Chiesa, la sociologia della religione, l'esegesi biblica.
http://www.icn-news.com/?do=news&id=5703
ITALIA, 08:13:00
2009-01-28 Redazione
Salvatore Loria ha intervistato Valerio Bernardi:
Il postmodernismo può essere definito una "corrente di pensiero" o piuttosto "uno stato mentale"?
La domanda è pertinente, in quanto possiamo dire che non esiste una corrente filosofica che si possa definire "pensiero postmoderno". Uno dei maggiori pensatori, Jean-Francois Lyotard, che hanno contribuito a coniare il termine parla, di "condizione postmoderna", ovvero di una situazione in cui l'uomo contemporaneo, preso atto della crisi della ragione illuministica e della sua fallibilità, vive il suo mondo con minori certezze di prima e in una crisi permanente. Di contro alla definizione lyotardiana possiamo dire, però, che vi sono diverse correnti di pensiero che possono definirsi "postmoderne", pur non avendo usato questo come loro termine principale di riferimento. Direi che il post-strutturalismo di Foucault in Francia, dove il soggetto e il potere vengono esaminati non più nella loro struttura razionale, ma nei loro reticolati simili ad una sorta di sistema nervoso senza un luogo centrale di riferimento ed il "pensiero debole" italiano cui si sono rifatti alcuni dei maggiori intellettuali italiani come Eco, Ferraris e Vattimo rappresentano in genere bene il pensiero post-moderno e cercano una rappresentazione del mondo alternativa a quella propugnata dalla razionalità occidentale. In conclusione, quindi, si potrebbe dire che esiste una condizione postmoderna, in cui l'uomo contemporaneo accetta la crisi della razionalità illuministica e la perdita di ogni certezza derivante dalla ragione strumentale e, dall'altro lato, esistono scuole di pensiero (post-strutturalismo, pensiero debole) che cercano di costruire un quadro di riferimento alternativo a quello del razionalismo occidentale.
Ci sono punti di contatto con la fede cristiana?
Alcuni studiosi hanno cercato di sfruttare il termine "post-moderno" per affermare che si potesse costruire un modello "alternativo" di religiosità all'interno del cristianesimo. Il tentativo più articolato in campo evangelico conservatore è stato quello di Thomas Oden. Oden, teologo di origine metodista o presbiteriana che aveva una formazione di tipo liberale negli anni Novanta ha scritto un testo dal titolo After Modernity...what? Affermando di accettare l'idea che ci troviamo in un mondo post-moderno, egli afferma che il post-moderno è uguale, per la teologia cristiana e per il cristianesimo al mondo tradizionale dei Padri della Chiesa, per cui, qualche anno dopo, egli scriverà una teologia dogmatica che si rifaceva direttamente al pensiero dei Padri. L'idea di Oden, quindi, è che post-moderno possa anche significare ritorno alla tradizione. Dal punto di vista del protestantesimo liberale, invece, direi che i tentativi migliori siano stati fatti dai cosiddetti teologi post-liberali. A capeggiare la scuola dei Postliberali ci sono stati George Lindbeck e Hans Frei. Frei, in particolare, ha affermato che ci trovavamo di fronte ad un eclisse delle grandi narrazioni (affermazione tipico di alcuni pensatori postmoderni) e che quindi bisognava ritornare a recuperare discorsi di tipo linguistico e comunicativo. I postliberali hanno poi preso altre pieghe, formulando ipotesi di una nuova apologetica (come Placher) oppure di una nuova teologia militante (come quella di Hauerwas). Dal punto di vista di organizzazione della struttura ecclesiale l'atteggiamento postmoderno ha avuto i suoi effetti nei modelli delle megachurch come quello proposto da Rick Warren per Saddleback o anche da quel movimento denominato negli Stati "emergent church" che ha cercato modi "alternativi" di essere chiesa per farsi meglio ascoltare da coloro cui si voleva trasmettere il messaggio. La stessa idea di un "modern contemporary service" presente oramai in quasi tutte le chiese evangeliche cerca di trovare modi di comunicazione del Vangelo che possano essere più consoni alla nostra società.
E' interessante dire che, proprio la emergent church ha cercato di diffondere, più degli altri, le sue idee attraverso mezzi più moderni, come quelli permessi dal web 2.0 oggi.
La nostra è piuttosto una società "postmodernista" o "relativista" o tutt'e due?
Se parliamo della società occidentale direi che dovremo usare entrambi i termini. L'atteggiamento postmoderno annuncia la fine di ogni certezza, la fine delle grandi narrazioni, la perdita di valore della razionalità e, pertanto va verso il relativismo. Non sempre, però, possiamo dire che postmodernismo e relativismo sono coincidenti. Direi, quindi, che l'uomo contemporaneo vive una crisi di valori e di punti di riferimento che trova validazione nell'atteggiamento dei postmoderni che affermano che non vi è possibilità di avere chiari punti di riferimento. Quindi direi che i due termini possono essere talvolta usati indifferentemente, talaltra distinguendoli tra pratica quotidiana (relativismo) e sua ideologia (postmodernismo). Spero di essere stato chiaro.
[Salvatore Loria ha intervistato Valerio Bernardi]
Valerio Bernardi è laureato in filosofia presso l'Università di Bari ed è dottore di ricerca in Antropologia Culturale. Insegna storia e filosofia presso i licei ed è docente a contratto presso l'Università degli Studi della Basilicata per le discipline antropologiche. Anziano della Chiesa di Cristo di Bari, attualmente è candidato al dottorato in teologia sistematica presso la Facoltà Teologica Valdese. I suoi interessi vertono sulla teologia sistematica, la filosofia della religione, la storia della Chiesa, la sociologia della religione, l'esegesi biblica.
http://www.icn-news.com/?do=news&id=5703
sabato 24 gennaio 2009
NUOVA CHIESA ANGLICANA DEI CONSERVATORI
America: anglicani nasce nuova chiesa
17 gennaio 2009 - (ve/zeitzeichen) Anglicani conservatori negli Stati Uniti e in Canada intendono costituire una “Chiesa anglicana nel Nord America”. La nuova denominazione potrebbe comprendere circa 100’000 dei 2,3 milioni di membri della Chiesa episcopale negli Stati Uniti e circa 3'000 degli 800’000 membri della Chiesa anglicana in Canada. Lo scisma anglicano in America settentrionale cova ormai da tempo. Alle radici del conflitto tra anglicani progressisti e conservatori c’è la nomina, avvenuta sei anni fa, del vescovo omosessuale dello stato del New Hampshire, Gene Robinson, e la decisione, presa dalla Chiesa anglicana canadese, di benedire l’unione di coppie omosessuali. Non è ancora chiaro se la nuova chiesa chiederà un riconoscimento ufficiale da parte del primate della comunione anglicana mondiale, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams.
Il sito della Chiesa episcopale negli Stati Uniti
http://www.episcopalchurch.org/
Il sito della Chiesa anglicana in Canada
http://www.anglican.ca/index.htm
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=8913
17 gennaio 2009 - (ve/zeitzeichen) Anglicani conservatori negli Stati Uniti e in Canada intendono costituire una “Chiesa anglicana nel Nord America”. La nuova denominazione potrebbe comprendere circa 100’000 dei 2,3 milioni di membri della Chiesa episcopale negli Stati Uniti e circa 3'000 degli 800’000 membri della Chiesa anglicana in Canada. Lo scisma anglicano in America settentrionale cova ormai da tempo. Alle radici del conflitto tra anglicani progressisti e conservatori c’è la nomina, avvenuta sei anni fa, del vescovo omosessuale dello stato del New Hampshire, Gene Robinson, e la decisione, presa dalla Chiesa anglicana canadese, di benedire l’unione di coppie omosessuali. Non è ancora chiaro se la nuova chiesa chiederà un riconoscimento ufficiale da parte del primate della comunione anglicana mondiale, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams.
Il sito della Chiesa episcopale negli Stati Uniti
http://www.episcopalchurch.org/
Il sito della Chiesa anglicana in Canada
http://www.anglican.ca/index.htm
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=8913
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CHIESA EVANGELICA RENANIA-SALARIO AI PASTORI OMOSESSUALI
17 gennaio 2009 - (ve/dpa) Pastori evangelici omosessuali al servizio della Chiesa evangelica nella Renania, uomini e donne, che vivono in un’unione registrata, avranno diritto da ora in poi a un trattamento salariale uguale a quello applicato per le coppie pastorali composte da moglie e marito. Lo ha deciso ieri il sinodo della Chiesa evangelica nella Renania. Coppie pastorali omosessuali avranno dunque diritto ad esempio alle medesime rendite, attualmente in vigore per le coppie pastorali eterosessuali, in caso di decesso del partner. Si tratta, hanno precisato i responsabili della Chiesa renana, “di una decisione di principio”. La decisione riguarda attualmente dodici casi di coppie registrate e comporta una spesa, per la chiesa, di poco meno di 20’000 euro l’anno.
La Chiesa evangelica nella Renania comprende l’intero territorio dell’antica provincia prussiana della Renania e dunque parti degli attuali Land Nordrhein-Westfalen, Hessen, Rheinland-Pfalz e Saarland.
Il sito della Chiesa evangelica nella Renania
http://www.ekir.de/ekir/ekir.php
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=8912
La Chiesa evangelica nella Renania comprende l’intero territorio dell’antica provincia prussiana della Renania e dunque parti degli attuali Land Nordrhein-Westfalen, Hessen, Rheinland-Pfalz e Saarland.
Il sito della Chiesa evangelica nella Renania
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giovedì 8 gennaio 2009
RELIGIONE: SEDE ITALIANA CHIESA ORTODOSSA ALL'AQUILA
RELIGIONE: SEDE ITALIANA CHIESA ORTODOSSA ALL'AQUILA
La Chiesa ortodossa italiana ha trasferito la propria sede da Ravenna a L'Aquila nella chiesa da poco ristrutturata di Santa Croce che si trova di fronte il palazzo di giustizia. La notizia e' stata ufficializzata stamane, dal sindaco dell'Aquila Massimo Cialente e dai rappresentanti della Chiesa Ortodossa in Italia, Antonio De Rosso, Arcivescovo dell'Aquila e Metropolita d'Italia e dal vescovo Basilica Grillo Miceli. "Abbiamo scelto L'Aquila come sede della nostra Chiesa perche' a Ravenna c'erano solo fedeli ma non avevamo una Chiesa - ha detto Miceli - e anche per la sua centralita' geografica, facilmente raggiungibile anche dalle isole. I rapporti con la curia aquilana sono sicuro che saranno ottimi, in fondo i nostri scopi sono gli stessi, a cominciare dalla predicazione del Vangelo di Cristo. Da parte nostra - ha proseguito Miceli - ci sara' la massima collaborazione. La nostra attivita' non sara' solo spirituale ma anche materiale verso gli indigenti e chi vive in condizioni d difficolta". La consacrazione della nuova Cattedrale Metropolitana avverra' sabato 10 gennaio alle ore 16 alla presenza anche di rappresentanti della curia aquilana. Domenica alle 10.30 sara' invece celebrata la prima Divina Liturgia pontificale, presieduta dal metropolita d'Italia, Antonio De Rosso. Per il sindaco dell'Aquila la citta' ha tutte le carte per essere, a livello nazionale e internazionale, il luogo della pace e della spiritualita'". (AGI)
(07 gennaio 2009 ore 16.49)
http://ilcentro.repubblica.it/dettaglio-news/LAquila-16:49/3488108?edizione=LAquila
La Chiesa ortodossa italiana ha trasferito la propria sede da Ravenna a L'Aquila nella chiesa da poco ristrutturata di Santa Croce che si trova di fronte il palazzo di giustizia. La notizia e' stata ufficializzata stamane, dal sindaco dell'Aquila Massimo Cialente e dai rappresentanti della Chiesa Ortodossa in Italia, Antonio De Rosso, Arcivescovo dell'Aquila e Metropolita d'Italia e dal vescovo Basilica Grillo Miceli. "Abbiamo scelto L'Aquila come sede della nostra Chiesa perche' a Ravenna c'erano solo fedeli ma non avevamo una Chiesa - ha detto Miceli - e anche per la sua centralita' geografica, facilmente raggiungibile anche dalle isole. I rapporti con la curia aquilana sono sicuro che saranno ottimi, in fondo i nostri scopi sono gli stessi, a cominciare dalla predicazione del Vangelo di Cristo. Da parte nostra - ha proseguito Miceli - ci sara' la massima collaborazione. La nostra attivita' non sara' solo spirituale ma anche materiale verso gli indigenti e chi vive in condizioni d difficolta". La consacrazione della nuova Cattedrale Metropolitana avverra' sabato 10 gennaio alle ore 16 alla presenza anche di rappresentanti della curia aquilana. Domenica alle 10.30 sara' invece celebrata la prima Divina Liturgia pontificale, presieduta dal metropolita d'Italia, Antonio De Rosso. Per il sindaco dell'Aquila la citta' ha tutte le carte per essere, a livello nazionale e internazionale, il luogo della pace e della spiritualita'". (AGI)
(07 gennaio 2009 ore 16.49)
http://ilcentro.repubblica.it/dettaglio-news/LAquila-16:49/3488108?edizione=LAquila
venerdì 12 dicembre 2008
LA CHIESA CATTOLICA E' DA CONSIDERARSI ERETICA ACCETTA I ROMANZI BLASFEMI CONTRO GESU'!
CENTRO ANTI-BLASFEMIA
COSA PENSA GESU' DEI ROMANZI BLASFEMI CONTRO DI LUI VERE CALUNNIE OFFENSIVE?
GESU' HA ORDINATO AI SUOI DISCEPOLI DI PREDICARE I SUOI INSEGNAMENTI MATTTEO: 28,18-20
ORA COSA PENSA GESU' SUI CATTOLICI CHE PUBBLICANO VENDONO DIFFONDONO ED ESALTANO
I ROMANZI BLASFEMI SCRITTI DA ATEI COME IN QUESTO CASO ?
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IL VANGELO SECONDO PILATO DI ERIC EMMANUEL SCHMITT
SAN PAOLO EDIZIONI 2002
*******************************************
GESU' NEL BLASFEMO ROMANZO
Nell’orto del Getsemani, in attesa che i soldati vengano ad arrestarlo e consegnarlo al tribunale che lo condurrà alla crocifissione,
Jeshua ripensa la sua vita.
Quindi la scena si apre sulla collina degli Ulivi, quando poche ore prima del suo arresto Gesù ripercorre le tappe della sua vita.
E’ Gesù stesso all’inizio della rappresentazione che da uomo si interroga e dubita sulla sua natura divina,
che ha paura: «Tra qualche ora - dice - si saprà se sono davvero il Figlio di Dio o se ero solo un pazzo. Uno di più. Uno dei tanti».
Schmitt costruisce un Gesù umano che non sa chi sia e si chiede di continuo: " Chi sono? "
Un Gesù che ripensando alla sua missione perfino crede d'essere pazzo.
Il Gesu' di Schmitt non sa se ha trovato Dio o è Satana ad ingannarlo! (Perfino questa bestemmia contro lo Spirito Santo Marco: 3,28-30)
Un Gesù che per affrontare la morte non avendo fede in Dio, decide di credere in se stesso, nel suo inconscio.
Ecco cosa Schmitt fa raccontare a Gesù;
«Avrei potuto essere altrove, questa sera. Avrei potuto spassarmela in una locanda, mescolato ai pellegrini della mia terra .
Ecco dove mi ha condotto questo mio sogno: aspettare in questo giardino una morte che mi fa paura» (p. 9 s).
Quale sogno? Il sogno che la sua risurrezione dalla morte avrebbe confermato il convincimento delle folle: essere lui il messia.
(QUINDI PROTAGONISMO TANTO ODIATO DAL VERO GESU')
Ha accettato la scommessa di Jehuda: «Il terzo giorno ritornerai», ed eccolo ora, in preda alla paura e al dubbio,
in attesa che il suo destino si compia.
Quando suo padre è morto, «di colpo, sotto il sole di mezzogiorno», ne ha preso il posto di carpentiere per mantenere fratelli e sorelle.
Carpentiere mediocre, ma giovane ricercato per saggezza e per capacità di amare. Pensa di non essere fatto per il matrimonio,
(VERAMENTE GESU' NE POTEVA E NE VOLEVA SPOSARSI ESSENDO IL PANE IMMACOLATO DISCESO DAL CIELO
E NATO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO GIOVANNI: 6, 32-35, MATTEO :1, 20-23, LUCA: 20, 34-36.)
Ecco che Joushua incontra Rebecca, splendida per bellezza e qualità femminili, allora spinto dal desiderio di averla decide di sposarla.
Così invita la giovane in una locanda sul lago, le offre in dono una spilla di oro, mangiano e bevono, quando un vecchio e un bambino chiedono la carità.
Lei si lascia sfuggire una esclamazione rabbiosa, e l’oste scaccia i mendicanti a colpi di strofinaccio. Il giorno seguente Jeshua rompe il fidanzamento.
Ha scoperto «il terribile egoismo che si annida nella felicità»; e lui non è fatto per la felicità che «ci lascia in disparte, fa chiudere le porte, serrare le imposte,
dimenticare gli altri, erigere muraglie invalicabili; la felicità presuppone il rifiuto di vedere il mondo così com’è» (p. 24).
(QUINDI SCHMITT HA SCAMBIATO I COSTUMI CASTI DEGLI EBREI AI TEMPI DI GESU' CON QUELLI DEI PARIGINI DI OGGI!)
(Le ragazze ebree restavano sempre in casa, non andavano fuori a cena con l'amico o fidanzato, poi il fidanzato mai avrebbe potuto lasciare la fidanzata
poiché questo era ripudio e per essere permeso occorrevano motivi gravi, allora i fidanzati erano legalmente sposi, infatti il fidanzamento avveniva dopo contratto e versamento della dote da parte del promesso sposo)
Sfidando le ire dei familiari e la disapprovazione della madre, Joushua intende vivere per gli altri, amarli, operare per la giustizia, condividere la sofferenza.
Diventa, senza volerlo, un consolatore degli afflitti e un consigliere dei dubbiosi, tanto da attirarsi lo sdegno del rabbino:
«Ma chi sei tu per pensare di poter parlare delle Scritture? Chi sei per poter dare dei consigli agli altri?
A Gerusalemme saresti già morto, lapidato» (p. 24). Che cosa fare? Dietro consiglio di sua madre, si reca dal cugino Giovanni.
Lo osserva, lo ascolta; magro, irsuto, ruvido; pratica un battesimo per la remissione dei peccati. Quando Jeshua gli si presenta per essere battezzato,
egli lo fissa, poi si mette a gridare: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (p. 35).
E aggiunge: «Sono io ad aver bisogno di essere purificato da te!
(IN QUESTO CASO BATTISTA AVREBBE TRATTATO QUESTO GESU' COME UN QUALSIASI PECCATORE)
Sono io che ti chiamo con tutte le mie forze e tu che vieni a me! Io ti amo!». Gesù sviene.
Alcune donne raccontarono che dal cielo era scesa una colomba e si era posata sulla sua fronte.
L’interrogativo sulla sua identità si fa presente. Su di lui circolano giudizi discordi: il Messia? un guru? un illuso?
(PERCHE' PRENDERE I VANGELI E FALSIFICARLI CON FANTASIE BLASFEME ?)
«Da trent’anni tutti avevano un’opinione sul mio destino; io no». Per sfuggire alle tante dicerie, si rifugia nel deserto,
e qui fa un’esperienza sconvolgente.
«Precipitavo dentro me stesso . Poi ebbi la sensazione di rallentare. Stavo cambiando consistenza .
E, lentamente, si consumò la trasformazione.
Ero io e non ero io . Approdai in un oceano di luce . Ero disceso nella fucina della vita, nel centro,
nel focolare, là dove tutto si fonde, si fonda e si decide.
Dentro di me non trovavo il mio “io”, ma più che me stesso, molto più che il mio io: un mare di lava in fusione,
un infinito mobile e cangiante dove non percepivo alcuna parola,
alcuna voce, alcun discorso, ma dove provavo una sensazione nuova, terribile, gigantesca, unica,
inesauribile: il senso che tutto fosse giustificato» (p. 38).
In questo mare Jeshua non trova se stesso, trova Dio. Meglio, dentro di sé c’è qualcosa di più che se stesso,
«un tutto che non è me e che tuttavia non mi è estraneo»,
lo oltrepassa, lo organizza; «un tutto sconosciuto da cui si diparte ogni conoscenza,
un tutto incomprensibile che rende possibile ogni comprensione, un’unità da cui derivo,
un Padre di cui sono il Figlio» (p. 39). Figlio di Dio o vittima di una tentazione? Lui, un falegname, figlio di Dio?
Realtà divina o illusione diabolica?
(QUI SI FA L'IMPERDONABILE BESTEMMIA CONTRO LO SPIRITO SANTO MARCO: 3, 28-30)
Nessuna risposta. Allora fa una scommessa: «La scommessa di credere che le mie cadute, le mie gravi meditazioni, mi conducessero a Dio e non a Satana.
Ho fatto la scommessa di credere che avevo qualcosa di buono da fare. Ho fatto la scommessa di credere in me stesso» (p. 40).
(IL DIAVOLO DI SCHMITT SI COSTRISCE UN GESU' CHE CREDE NELL'UOMO E NON IN DIO)
Seguono giorni esaltanti. Seguìto prima da Andrea e Simone, poi da altri discepoli, percorre la Galilea
predicando quanto Dio gli rivela e riversando la sua attenzione e il suo amore su poveri, miseri, afflitti, donne.
Quando si trova di fronte a un quesito, si apparta dietro un albero o una roccia e si cala «nel suo pozzo»,
cioè «nel fondo di me stesso per incontrare mio Padre e riemergere con un’inesauribile dose d’amore» (p. 49).
(PERCHE' INVENTARE TUTTE QUESTE DISTORSIONI FANTASIOSE E NON ACCETTARE LA SEMPLICITA' E VERITA' EVANGELICA ?)
Non mancano incomprensioni e difficoltà.I suoi familiari lo rifiutano, anzi lo odiano; sua madre, piangendo, gli prospetta il traguardo della follia;
il clero è indignato per i suoi insegnamenti e il suo agire contro la Legge.
La situazione si aggrava quando si verificano alcuni miracoli. Miracoli? O non piuttosto energia che si sprigiona dalla capacità di amare?
(L'OSTINAZIONE DI SCHMITT DI NEGARE IL DIVINO ANCHE DIFRONTE I MIRACOLI)
Oppure eventi spiegabili naturalmente? Un dubbio lo assale: che i suoi discepoli, travolti dalla passione, esagerino e parlino di prodigi.
«Non sono forse stati loro a riempire gli otri di vino? Ad avermi attribuito il felice arrivo di un branco di pesci nel lago di Tiberiade?» (p. 49).
Esaltati, in buona fede. Anche l’episodio del figlio di Rebecca (la vedova di Nain), da lui richiamato alla vita, può avere una spiegazione naturale
. A Jehuda che afferma il miracolo, così replica: «Sai bene anche tu come sia difficile riconoscere la morte. Quante persone vengono sotterrate vive?
Il bambino forse era soltanto addormentato» (p. 57 s). Insomma, lui non ha il potere di compiere miracoli.
(QUI IL DIAVOLO DI SCHMITT INSISTE NEL RENDERE GESU' UN UOMO SENZA CARISMI E SPIRITO SANTO
NEI VANGELI NON SOLO GESU' HA GLI STESSI POTERI DEL PADRE GIOVANNI: 5, 19-30
MA ANCHE AI SUOI APOSTOLI CONFERISCE I POTERI LUCA: 10, 17-20 )
È il Padre, è la fede a compierli.
Jehuda è di parere diverso: la risurrezione del bambino è la prova che Jeshua è l’Eletto. Gli si prostra a terra e piange, abbracciato ai suoi piedi.
Per non deluderlo Jeshua riformula la scommessa: «Jehuda, io non so chi sono. So soltanto che sono abitato da qualcuno che è più grande di me.
So anche, in virtù di quell’amore che egli mi manifesta, che Dio da me si aspetta molto. Allora, Jehuda, ascolta bene quello che ti dico.
Faccio una scommessa. Scommetto, dal più profondo del mio cuore, di essere colui, sì, colui che tutto Israele attende.
Faccio la scommessa di essere veramente il Figlio» (p. 58).
Fra i discepoli, Giuda soltanto crede ciecamente che Gesù sia il Messia.
per questo Giuda è l’unico cui Gesù possa chiedere di tradirlo per salvare la comunità dal linciaggio.
Schmitt ribalta il ruolo del traditore di Cristo (versione avvallata recentemente dalla traduzione del cosiddetto Vangelo di Giuda),
(PERCHE' ADDIRITTURA SCHMITT CAPOVOLGE IL VANGELO TRASFORMANDO IL DIAVOLO GIUDA GIOVANNI : 7, 70-71
NEL MIGLIORE DEGLI APOSTOLI ?)
Quindi tra i suoi discepoli il prediletto è Jehuda. Istruito e conoscitore delle Scritture, vuole convincerlo di essere il Figlio di Dio, il Messia.
sacri testi sono chiari: «Tu devi tornare a Gerusalemme, Jeshua. Il Cristo conoscerà la sua apoteosi a Gerusalemme,
i testi sono espliciti. Dovrai essere umiliato, torturato, ucciso prima di rinascere. Sarà un momento difficile» (p. 64).
Illuminato dalla sua fede, Jehuda parla della morte del Messia «con la calma della speranza»:
«Tu morirai per qualche giorno, Jeshua, tre giorni, poi risorgerai».
La forza persuasiva del discepolo amato ha il sopravvento sulla paura del maestro.
Jeshua accetta di morire, e prega Jehuda di aiutarlo: accetti di essere considerato un traditore,
lo consegni ai soldati e alla croce. E Jehuda? Andrà a morire anche lui: «Se tu vai a farti crocifiggere, perché io non posso andare ad impiccarmi?» (p. 75).
Tutto si compie secondo quanto previsto. Il gesto di Jeshua è chiaro. Accetta di morire perché il suo dubbio si risolva.
Se dopo tre giorni risorgerà, è davvero il Messia, altrimenti sarà ritenuto un illuso.
QUINDI IL GESU' DI SCHMITT HA BISOGNO DEI CONSIGLI DI GIUDA CHE CONOSCE LE PROFEZIE
DEL MESSIA SOFFERENTE QUANDO NEI VANGELI GLI APOSTOLI NON SI ASPETTAVANO LA MORTE DI GESU'
MA UN GESU' GLORIOSO E RE D'ISRAELE-SCHMITT LAVORA DI TROPPA FANTASIAE IGNORANZA ESTREMA)
Schmitt infanga anche i discepoli i quali sono pronti a tornare belando alle loro vite dopo la morte del loro Maestro.
Schmitt inserisce nel romanzo anche la figlia di Erodiade colei che fece uccidere il Battista,
una Salomè-Lolita cui (scandalo!) per prima appare il Cristo risorto, un Giuseppe d’Arimatea invidioso e pieno di rancore.
(PERCHE' CAPOVOLGERE LA REALTA' EVANGELICA E TRASFORMARE IL SANTO GIUSEPPE D'ARIMATEA
IN UN INVIDIOSO ?)
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Le teorie dell'ateo Schmitt su Gesù;
Schmitt si chiede :
"Sapeva Gesù sin dall’inizio che era il figlio di Dio o lo ha scoperto progressivamente?».
«Mi sembra che i quattro Vangeli, salvo qualche particolare, rispondano a tale quesito: Gesù è soltanto un uomo,
ispirato da Dio certamente, ma nient’altro che un uomo fino alla sua morte in croce. Diversamente non soffrirebbe.
È la Risurrezione che gli conferisce, nella sua realtà terrena, la realtà (le statut) di Dio» (p. 247).
Affermando che «Gesù nasce e muore come un uomo» (cfr Journal, cit., 251)
Schmitt nega non soltanto la concezione del Verbo per opera dello Spirito Santo,
ma anche la concezione verginale di Maria. Ritiene anche che «il compito dato a Maria appare
nettamente come il frutto della storia del cristianesimo più che il prodotto dei Vangeli» .
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N.B. LA CHIESA CATTOLICA HA ACCETTATO QUESTO ROMANZO EDITO DA SAN PAOLO
UN ARTICOLO DA CIVILTA' CATTOLICA
http://www.laciviltacattolica.it/Quaderni/2008/3800/Articolo%20Castelli.html
RIPRESO DA ZENIT
http://www.zenit.org/article-15821?l=italian
VEDI ANCHE I CATTOLICI
http://www.vivicentro.org/il-mondo-visto-da-roma-18-ottobre-2008-vt11028.html
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=123&id_n=4776
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=102&id_n=4546
http://sacerdotisposati.splinder.com/post/19146074/Il+Vangelo+secondo+Pilato+di+S
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http://groups.google.com/group/centro-anti-blasfemia?hl=it
COSA PENSA GESU' DEI ROMANZI BLASFEMI CONTRO DI LUI VERE CALUNNIE OFFENSIVE?
GESU' HA ORDINATO AI SUOI DISCEPOLI DI PREDICARE I SUOI INSEGNAMENTI MATTTEO: 28,18-20
ORA COSA PENSA GESU' SUI CATTOLICI CHE PUBBLICANO VENDONO DIFFONDONO ED ESALTANO
I ROMANZI BLASFEMI SCRITTI DA ATEI COME IN QUESTO CASO ?
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IL VANGELO SECONDO PILATO DI ERIC EMMANUEL SCHMITT
SAN PAOLO EDIZIONI 2002
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GESU' NEL BLASFEMO ROMANZO
Nell’orto del Getsemani, in attesa che i soldati vengano ad arrestarlo e consegnarlo al tribunale che lo condurrà alla crocifissione,
Jeshua ripensa la sua vita.
Quindi la scena si apre sulla collina degli Ulivi, quando poche ore prima del suo arresto Gesù ripercorre le tappe della sua vita.
E’ Gesù stesso all’inizio della rappresentazione che da uomo si interroga e dubita sulla sua natura divina,
che ha paura: «Tra qualche ora - dice - si saprà se sono davvero il Figlio di Dio o se ero solo un pazzo. Uno di più. Uno dei tanti».
Schmitt costruisce un Gesù umano che non sa chi sia e si chiede di continuo: " Chi sono? "
Un Gesù che ripensando alla sua missione perfino crede d'essere pazzo.
Il Gesu' di Schmitt non sa se ha trovato Dio o è Satana ad ingannarlo! (Perfino questa bestemmia contro lo Spirito Santo Marco: 3,28-30)
Un Gesù che per affrontare la morte non avendo fede in Dio, decide di credere in se stesso, nel suo inconscio.
Ecco cosa Schmitt fa raccontare a Gesù;
«Avrei potuto essere altrove, questa sera. Avrei potuto spassarmela in una locanda, mescolato ai pellegrini della mia terra .
Ecco dove mi ha condotto questo mio sogno: aspettare in questo giardino una morte che mi fa paura» (p. 9 s).
Quale sogno? Il sogno che la sua risurrezione dalla morte avrebbe confermato il convincimento delle folle: essere lui il messia.
(QUINDI PROTAGONISMO TANTO ODIATO DAL VERO GESU')
Ha accettato la scommessa di Jehuda: «Il terzo giorno ritornerai», ed eccolo ora, in preda alla paura e al dubbio,
in attesa che il suo destino si compia.
Quando suo padre è morto, «di colpo, sotto il sole di mezzogiorno», ne ha preso il posto di carpentiere per mantenere fratelli e sorelle.
Carpentiere mediocre, ma giovane ricercato per saggezza e per capacità di amare. Pensa di non essere fatto per il matrimonio,
(VERAMENTE GESU' NE POTEVA E NE VOLEVA SPOSARSI ESSENDO IL PANE IMMACOLATO DISCESO DAL CIELO
E NATO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO GIOVANNI: 6, 32-35, MATTEO :1, 20-23, LUCA: 20, 34-36.)
Ecco che Joushua incontra Rebecca, splendida per bellezza e qualità femminili, allora spinto dal desiderio di averla decide di sposarla.
Così invita la giovane in una locanda sul lago, le offre in dono una spilla di oro, mangiano e bevono, quando un vecchio e un bambino chiedono la carità.
Lei si lascia sfuggire una esclamazione rabbiosa, e l’oste scaccia i mendicanti a colpi di strofinaccio. Il giorno seguente Jeshua rompe il fidanzamento.
Ha scoperto «il terribile egoismo che si annida nella felicità»; e lui non è fatto per la felicità che «ci lascia in disparte, fa chiudere le porte, serrare le imposte,
dimenticare gli altri, erigere muraglie invalicabili; la felicità presuppone il rifiuto di vedere il mondo così com’è» (p. 24).
(QUINDI SCHMITT HA SCAMBIATO I COSTUMI CASTI DEGLI EBREI AI TEMPI DI GESU' CON QUELLI DEI PARIGINI DI OGGI!)
(Le ragazze ebree restavano sempre in casa, non andavano fuori a cena con l'amico o fidanzato, poi il fidanzato mai avrebbe potuto lasciare la fidanzata
poiché questo era ripudio e per essere permeso occorrevano motivi gravi, allora i fidanzati erano legalmente sposi, infatti il fidanzamento avveniva dopo contratto e versamento della dote da parte del promesso sposo)
Sfidando le ire dei familiari e la disapprovazione della madre, Joushua intende vivere per gli altri, amarli, operare per la giustizia, condividere la sofferenza.
Diventa, senza volerlo, un consolatore degli afflitti e un consigliere dei dubbiosi, tanto da attirarsi lo sdegno del rabbino:
«Ma chi sei tu per pensare di poter parlare delle Scritture? Chi sei per poter dare dei consigli agli altri?
A Gerusalemme saresti già morto, lapidato» (p. 24). Che cosa fare? Dietro consiglio di sua madre, si reca dal cugino Giovanni.
Lo osserva, lo ascolta; magro, irsuto, ruvido; pratica un battesimo per la remissione dei peccati. Quando Jeshua gli si presenta per essere battezzato,
egli lo fissa, poi si mette a gridare: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (p. 35).
E aggiunge: «Sono io ad aver bisogno di essere purificato da te!
(IN QUESTO CASO BATTISTA AVREBBE TRATTATO QUESTO GESU' COME UN QUALSIASI PECCATORE)
Sono io che ti chiamo con tutte le mie forze e tu che vieni a me! Io ti amo!». Gesù sviene.
Alcune donne raccontarono che dal cielo era scesa una colomba e si era posata sulla sua fronte.
L’interrogativo sulla sua identità si fa presente. Su di lui circolano giudizi discordi: il Messia? un guru? un illuso?
(PERCHE' PRENDERE I VANGELI E FALSIFICARLI CON FANTASIE BLASFEME ?)
«Da trent’anni tutti avevano un’opinione sul mio destino; io no». Per sfuggire alle tante dicerie, si rifugia nel deserto,
e qui fa un’esperienza sconvolgente.
«Precipitavo dentro me stesso . Poi ebbi la sensazione di rallentare. Stavo cambiando consistenza .
E, lentamente, si consumò la trasformazione.
Ero io e non ero io . Approdai in un oceano di luce . Ero disceso nella fucina della vita, nel centro,
nel focolare, là dove tutto si fonde, si fonda e si decide.
Dentro di me non trovavo il mio “io”, ma più che me stesso, molto più che il mio io: un mare di lava in fusione,
un infinito mobile e cangiante dove non percepivo alcuna parola,
alcuna voce, alcun discorso, ma dove provavo una sensazione nuova, terribile, gigantesca, unica,
inesauribile: il senso che tutto fosse giustificato» (p. 38).
In questo mare Jeshua non trova se stesso, trova Dio. Meglio, dentro di sé c’è qualcosa di più che se stesso,
«un tutto che non è me e che tuttavia non mi è estraneo»,
lo oltrepassa, lo organizza; «un tutto sconosciuto da cui si diparte ogni conoscenza,
un tutto incomprensibile che rende possibile ogni comprensione, un’unità da cui derivo,
un Padre di cui sono il Figlio» (p. 39). Figlio di Dio o vittima di una tentazione? Lui, un falegname, figlio di Dio?
Realtà divina o illusione diabolica?
(QUI SI FA L'IMPERDONABILE BESTEMMIA CONTRO LO SPIRITO SANTO MARCO: 3, 28-30)
Nessuna risposta. Allora fa una scommessa: «La scommessa di credere che le mie cadute, le mie gravi meditazioni, mi conducessero a Dio e non a Satana.
Ho fatto la scommessa di credere che avevo qualcosa di buono da fare. Ho fatto la scommessa di credere in me stesso» (p. 40).
(IL DIAVOLO DI SCHMITT SI COSTRISCE UN GESU' CHE CREDE NELL'UOMO E NON IN DIO)
Seguono giorni esaltanti. Seguìto prima da Andrea e Simone, poi da altri discepoli, percorre la Galilea
predicando quanto Dio gli rivela e riversando la sua attenzione e il suo amore su poveri, miseri, afflitti, donne.
Quando si trova di fronte a un quesito, si apparta dietro un albero o una roccia e si cala «nel suo pozzo»,
cioè «nel fondo di me stesso per incontrare mio Padre e riemergere con un’inesauribile dose d’amore» (p. 49).
(PERCHE' INVENTARE TUTTE QUESTE DISTORSIONI FANTASIOSE E NON ACCETTARE LA SEMPLICITA' E VERITA' EVANGELICA ?)
Non mancano incomprensioni e difficoltà.I suoi familiari lo rifiutano, anzi lo odiano; sua madre, piangendo, gli prospetta il traguardo della follia;
il clero è indignato per i suoi insegnamenti e il suo agire contro la Legge.
La situazione si aggrava quando si verificano alcuni miracoli. Miracoli? O non piuttosto energia che si sprigiona dalla capacità di amare?
(L'OSTINAZIONE DI SCHMITT DI NEGARE IL DIVINO ANCHE DIFRONTE I MIRACOLI)
Oppure eventi spiegabili naturalmente? Un dubbio lo assale: che i suoi discepoli, travolti dalla passione, esagerino e parlino di prodigi.
«Non sono forse stati loro a riempire gli otri di vino? Ad avermi attribuito il felice arrivo di un branco di pesci nel lago di Tiberiade?» (p. 49).
Esaltati, in buona fede. Anche l’episodio del figlio di Rebecca (la vedova di Nain), da lui richiamato alla vita, può avere una spiegazione naturale
. A Jehuda che afferma il miracolo, così replica: «Sai bene anche tu come sia difficile riconoscere la morte. Quante persone vengono sotterrate vive?
Il bambino forse era soltanto addormentato» (p. 57 s). Insomma, lui non ha il potere di compiere miracoli.
(QUI IL DIAVOLO DI SCHMITT INSISTE NEL RENDERE GESU' UN UOMO SENZA CARISMI E SPIRITO SANTO
NEI VANGELI NON SOLO GESU' HA GLI STESSI POTERI DEL PADRE GIOVANNI: 5, 19-30
MA ANCHE AI SUOI APOSTOLI CONFERISCE I POTERI LUCA: 10, 17-20 )
È il Padre, è la fede a compierli.
Jehuda è di parere diverso: la risurrezione del bambino è la prova che Jeshua è l’Eletto. Gli si prostra a terra e piange, abbracciato ai suoi piedi.
Per non deluderlo Jeshua riformula la scommessa: «Jehuda, io non so chi sono. So soltanto che sono abitato da qualcuno che è più grande di me.
So anche, in virtù di quell’amore che egli mi manifesta, che Dio da me si aspetta molto. Allora, Jehuda, ascolta bene quello che ti dico.
Faccio una scommessa. Scommetto, dal più profondo del mio cuore, di essere colui, sì, colui che tutto Israele attende.
Faccio la scommessa di essere veramente il Figlio» (p. 58).
Fra i discepoli, Giuda soltanto crede ciecamente che Gesù sia il Messia.
per questo Giuda è l’unico cui Gesù possa chiedere di tradirlo per salvare la comunità dal linciaggio.
Schmitt ribalta il ruolo del traditore di Cristo (versione avvallata recentemente dalla traduzione del cosiddetto Vangelo di Giuda),
(PERCHE' ADDIRITTURA SCHMITT CAPOVOLGE IL VANGELO TRASFORMANDO IL DIAVOLO GIUDA GIOVANNI : 7, 70-71
NEL MIGLIORE DEGLI APOSTOLI ?)
Quindi tra i suoi discepoli il prediletto è Jehuda. Istruito e conoscitore delle Scritture, vuole convincerlo di essere il Figlio di Dio, il Messia.
sacri testi sono chiari: «Tu devi tornare a Gerusalemme, Jeshua. Il Cristo conoscerà la sua apoteosi a Gerusalemme,
i testi sono espliciti. Dovrai essere umiliato, torturato, ucciso prima di rinascere. Sarà un momento difficile» (p. 64).
Illuminato dalla sua fede, Jehuda parla della morte del Messia «con la calma della speranza»:
«Tu morirai per qualche giorno, Jeshua, tre giorni, poi risorgerai».
La forza persuasiva del discepolo amato ha il sopravvento sulla paura del maestro.
Jeshua accetta di morire, e prega Jehuda di aiutarlo: accetti di essere considerato un traditore,
lo consegni ai soldati e alla croce. E Jehuda? Andrà a morire anche lui: «Se tu vai a farti crocifiggere, perché io non posso andare ad impiccarmi?» (p. 75).
Tutto si compie secondo quanto previsto. Il gesto di Jeshua è chiaro. Accetta di morire perché il suo dubbio si risolva.
Se dopo tre giorni risorgerà, è davvero il Messia, altrimenti sarà ritenuto un illuso.
QUINDI IL GESU' DI SCHMITT HA BISOGNO DEI CONSIGLI DI GIUDA CHE CONOSCE LE PROFEZIE
DEL MESSIA SOFFERENTE QUANDO NEI VANGELI GLI APOSTOLI NON SI ASPETTAVANO LA MORTE DI GESU'
MA UN GESU' GLORIOSO E RE D'ISRAELE-SCHMITT LAVORA DI TROPPA FANTASIAE IGNORANZA ESTREMA)
Schmitt infanga anche i discepoli i quali sono pronti a tornare belando alle loro vite dopo la morte del loro Maestro.
Schmitt inserisce nel romanzo anche la figlia di Erodiade colei che fece uccidere il Battista,
una Salomè-Lolita cui (scandalo!) per prima appare il Cristo risorto, un Giuseppe d’Arimatea invidioso e pieno di rancore.
(PERCHE' CAPOVOLGERE LA REALTA' EVANGELICA E TRASFORMARE IL SANTO GIUSEPPE D'ARIMATEA
IN UN INVIDIOSO ?)
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Le teorie dell'ateo Schmitt su Gesù;
Schmitt si chiede :
"Sapeva Gesù sin dall’inizio che era il figlio di Dio o lo ha scoperto progressivamente?».
«Mi sembra che i quattro Vangeli, salvo qualche particolare, rispondano a tale quesito: Gesù è soltanto un uomo,
ispirato da Dio certamente, ma nient’altro che un uomo fino alla sua morte in croce. Diversamente non soffrirebbe.
È la Risurrezione che gli conferisce, nella sua realtà terrena, la realtà (le statut) di Dio» (p. 247).
Affermando che «Gesù nasce e muore come un uomo» (cfr Journal, cit., 251)
Schmitt nega non soltanto la concezione del Verbo per opera dello Spirito Santo,
ma anche la concezione verginale di Maria. Ritiene anche che «il compito dato a Maria appare
nettamente come il frutto della storia del cristianesimo più che il prodotto dei Vangeli» .
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N.B. LA CHIESA CATTOLICA HA ACCETTATO QUESTO ROMANZO EDITO DA SAN PAOLO
UN ARTICOLO DA CIVILTA' CATTOLICA
http://www.laciviltacattolica.it/Quaderni/2008/3800/Articolo%20Castelli.html
RIPRESO DA ZENIT
http://www.zenit.org/article-15821?l=italian
VEDI ANCHE I CATTOLICI
http://www.vivicentro.org/il-mondo-visto-da-roma-18-ottobre-2008-vt11028.html
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=123&id_n=4776
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=102&id_n=4546
http://sacerdotisposati.splinder.com/post/19146074/Il+Vangelo+secondo+Pilato+di+S
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http://groups.google.com/group/centro-anti-blasfemia?hl=it
domenica 16 novembre 2008
LA CHIESA EVANGELICA DI PALMI AMICA D'ISRAELE
LA CHIESA EVANGELICA DI PALMI AMICA D'ISRAELE
Dagli anni '50 esiste a Palmi una Chiesa evangelica in forte espansione, di origine pentacostale, che riconosce solo il battesimo degli adulti e si caratterizza per l'accettazione personale da parte dei suoi membri della salvezza che viene da Gesù, nonché per un grande impegno missionario e di aiuto ai più poveri e bisognosi.
Caratteristica di questa chiesa (come di tutte le altre che si riconoscono in EDIPI (Evangelici d'Italia per Israele) è una grande amicizia e un grande amore per gli ebrei e per lo Stato di Israele.
Segno e frutto particolare di questa amicizia è la splendida Corale (che ho avuto modo di seguire con commozione l'anno scorso a Bova Marina in occasione della Giornata della cultura ebraica), che predilige i canti e le musiche ebraiche, e li esegue con amore e perizia, come potete direttamente sentire e vedere nel loro sito.
Voglio ora riprendere dal loro sito quanto dicono a proposito di Israele:
"La Chiesa di Palmi ha abbracciato pienamente quello che è il proposito di Dio per Israele. Mentre il tempo dei gentili volge al termine e l’Evangelo viene predicato in tutto il mondo, il Signore sta raccogliendo e portando nella Terra Promessa il popolo ebraico, perchè è là che lo incontrerà. Ed è proprio in questo momento particolare, mentre il piano di Dio per la reintegrazione nazionale e spirituale di Israele si adempie, che lo Spirito Santo ci induce ad intercedere per la pace di Gerusalemme con quella passione che viene dall’alto.
Questo significa benedire e sostenere Israele, combattendo le entità infernali dell’antisemitismo e dell’antisionismo.
Questo significa pregare affinché sia riversato “sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione” ed essi possano guardare a Colui che hanno trafitto e dire: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (vedi Zaccaria 12:10; Matteo 24:39).
Questo significa pregare per il ritorno di Gesù, il Principe della pace, Colui che poggerà i Suoi piedi sopra il Monte degli Ulivi, che sarà re su tutta la terra e che sarà adorato da tutte le nazioni (vedi Zaccaria 14:4,9,16)".
Pubblicato da Agazio Fraietta a 16.49 0 commenti Link a questo post
Etichette: Attualità, Tematiche
http://calabriajudaica.blogspot.com/2008_09_01_archive.html
Dagli anni '50 esiste a Palmi una Chiesa evangelica in forte espansione, di origine pentacostale, che riconosce solo il battesimo degli adulti e si caratterizza per l'accettazione personale da parte dei suoi membri della salvezza che viene da Gesù, nonché per un grande impegno missionario e di aiuto ai più poveri e bisognosi.
Caratteristica di questa chiesa (come di tutte le altre che si riconoscono in EDIPI (Evangelici d'Italia per Israele) è una grande amicizia e un grande amore per gli ebrei e per lo Stato di Israele.
Segno e frutto particolare di questa amicizia è la splendida Corale (che ho avuto modo di seguire con commozione l'anno scorso a Bova Marina in occasione della Giornata della cultura ebraica), che predilige i canti e le musiche ebraiche, e li esegue con amore e perizia, come potete direttamente sentire e vedere nel loro sito.
Voglio ora riprendere dal loro sito quanto dicono a proposito di Israele:
"La Chiesa di Palmi ha abbracciato pienamente quello che è il proposito di Dio per Israele. Mentre il tempo dei gentili volge al termine e l’Evangelo viene predicato in tutto il mondo, il Signore sta raccogliendo e portando nella Terra Promessa il popolo ebraico, perchè è là che lo incontrerà. Ed è proprio in questo momento particolare, mentre il piano di Dio per la reintegrazione nazionale e spirituale di Israele si adempie, che lo Spirito Santo ci induce ad intercedere per la pace di Gerusalemme con quella passione che viene dall’alto.
Questo significa benedire e sostenere Israele, combattendo le entità infernali dell’antisemitismo e dell’antisionismo.
Questo significa pregare affinché sia riversato “sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione” ed essi possano guardare a Colui che hanno trafitto e dire: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (vedi Zaccaria 12:10; Matteo 24:39).
Questo significa pregare per il ritorno di Gesù, il Principe della pace, Colui che poggerà i Suoi piedi sopra il Monte degli Ulivi, che sarà re su tutta la terra e che sarà adorato da tutte le nazioni (vedi Zaccaria 14:4,9,16)".
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lunedì 10 novembre 2008
La chiesa e il popolo ebreo: una relazione originale
La chiesa e il popolo ebreo: una relazione originale
« Gesù è ebreo, e Io è per sempre» (111,12). (Le citazioni con cifre romane si riferiscono ai paragrafi del documento.) Fra tutte le affermazioni contenute nel testo, questa è forse la più pregna di conseguenze: conviene pertanto porla a capo di questo commento. E' una tale affermazione, infatti, ad illuminare il fondamento della relazione unica ed originale che unisce la Chiesa al popolo d'Israele.* (Le parole contrassegnate da questo segno sono oggetto d'una breve spiegazione nel Piccolo Lessico)
Dire che Gesù è ebreo, trascende di molto la semplice indicazione della sua origine etnica. Se sotto molti aspetti il popolo ebreo è un popolo come gli altri, fin dalle origini lo segna un destino unico: quello di esser stato costituito e scelto da Dio per essere portatore della rivelazione e contraente dell'Alleanza. Rivelandosi a lui, Dio manifesta in pari tempo ciò che attende dall'uomo, la cui vocazione consiste nel conformarsi all'immagine di Dio: « Siate santi perché io, vostro Dio, sono santo» (Lev. 19,2). Accettando di rispondere all'appello rivoltogli da Dio attraverso il suo popolo, l'ebreo diviene, pel fatto stesso, qualcuno che si impegna a vivere secondo la Parola di Dio ed a realizzare così il suo progetto sull'uomo. In tale senso, Gesù, per noi, non è soltanto un ebreo fra gli altri ebrei: è Colui nel quale si realizza ciò che Dio attende dal suo popolo. Dire che Gesù è ebreo, ci porta quindi molto oltre un semplice dato documentario sul suo luogo d'origine e sulla sua lingua materna, per quanto importanti possano essere tali indicazioni: indica quali forme abbiano assunte, in un determinato popolo, la sua personalità e la sua missione. L'ebraismo, per Gesù, non é un elemento accidentale, ma un carattere fondamentale del suo stesso essere.
Per questo il testo afferma che « Gesù è ebreo per sempre ». Il che significa, in primo luogo, che Gesù non è un « convertito ». Non ha mai abiurato il suo giudaismo, mai rinnegato in alcun modo né le proprie origini né il proprio passato. Ma significa pure che Gesù risorto rimane ebreo. Lungi dal cancellare ciò che è stato, la risurrezione lo glorifica e lo rende eterno. Senza dubbio, la risurrezione è una liberazione, affrancando l'uomo da tutto ciò che lo racchiude, liberandolo da ogni limite e da ogni angustia: ma non abolisce le caratteristiche particolari (da non confondere particolarità con particolarismo!) che distinguono una personalità. Nella risurrezione, la persona sussiste con tutte le sue componenti essenziali. Gesù risorto rimane un uomo, nel quale la Chiesa riconosce il suo Sposo. Rimane un essere corporeo — anche se la nostra fantasia deve guardarsi da ogni speculazione sulle proprietà del « corpo spirituale » (1 Cor 15.44).
E ciò é tanto più vero del suo essere ebreo che il termine esprime non solo il suo inserimento fisico ma, al tempo stesso, il suo posto nel piano di Dio. Louis Bouyer non esita a scrivere: « La Chiesa (...) è il Corpo di Cristo: ma questo Corpo, in cui ogni eucaristia l'inserisce sempre più profondamente, è il Corpo di un ebreo... » (Louis Bouyer: L'Eglise de Dieu, éd. du Cerf, Paris 1970, p. 644)
Così la Chiesa si trova legata, per natura e per l'eternità, all'ebreo Gesù e, per suo mezzo, a tutto i! suo popolo. Da un ebreo, in cui vede realizzarsi il progetto di Dio, riceve in permanenza la sua stessa vita. E' dunque nella medesima persona del Risorto che la Chiesa incontra il giudaismo: ragion per cui il documento si appropria l'affermazione di Giovanni Paolo « La Chiesa ed Israele sono legati al livello stesso della loro ide.tità » (1,2). A sua volta, il Cardinale Etchegaray scrive: La perennità del popolo ebreo non pone solo il problema di relazioni esterne da migliorare: è un problema interno alla Chiesa, inerente alla sua stessa definizione»(Intervento al Sinodo romano sulla riconciliazione. 4-X-1983.) Affermazioni del genere derivano direttamente dal documento conciliare « Nostra Aetate» — la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane —, il cui paragrafo relativo agli ebrei inizia con queste parole: « Scrutando il mistero della Chiesa, il Sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo ». Non già rivolgendo lo sguardo al di fuori, ma riflettendo su se stessa, la Chiesa incontra il giudaismo. La sua relazione col popolo ebreo comporta dunque un elemento unico, che non si riscontra nei suoi rapporti con nessun'altra religione.
La comunanza d'eredità biblica e liturgica, su cui il testo giustamente insiste, non basta da sola a render conto di questa relazione privilegiata, di cui è solo la conseguenza. Il vincolo col popolo d'Israele fa parte della stessa identità cristiana. Per questo, nel 1974, la Commissione Romana per le relazioni religiose con il giudaismo scriveva: « Il problema dei rapporti fra ebrei e cristiani riguarda la Chiesa come tale, poiché "è scrutando il proprio mistero" che essa fronteggia il mistero d'Israele. Tale problema conserva dunque tutta la sua importanza anche in quelle regioni in cui non esistono comunità ebraiche» (Orientamenti e suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione Nostra Aetate) La stessa Commissione riprende oggi questa affermazione, traendone le conseguenze che vi sono implicate: In considerazione dei rapporti unici esistenti tra il cristianesimo e l'ebraismo, "legati a livello della loro stessa identità", "rapporti fondati sul disegno del Dio dell'Alleanza", gli ebrei e l'ebraismo non dovrebbero occupare un posto occasionale e marginale nella catechesi e nella predicazione, ma la loro indispensabile presenza dev'esservi organicamente integrata n (1,21 Si tratta di una « preoccupazione pastorale » (1,3), perché la conoscenza dell'ebraismo vivente « può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della Chiesa. "
http://www.sidic.org/it/sussidi/sussidi1985_5.asp
« Gesù è ebreo, e Io è per sempre» (111,12). (Le citazioni con cifre romane si riferiscono ai paragrafi del documento.) Fra tutte le affermazioni contenute nel testo, questa è forse la più pregna di conseguenze: conviene pertanto porla a capo di questo commento. E' una tale affermazione, infatti, ad illuminare il fondamento della relazione unica ed originale che unisce la Chiesa al popolo d'Israele.* (Le parole contrassegnate da questo segno sono oggetto d'una breve spiegazione nel Piccolo Lessico)
Dire che Gesù è ebreo, trascende di molto la semplice indicazione della sua origine etnica. Se sotto molti aspetti il popolo ebreo è un popolo come gli altri, fin dalle origini lo segna un destino unico: quello di esser stato costituito e scelto da Dio per essere portatore della rivelazione e contraente dell'Alleanza. Rivelandosi a lui, Dio manifesta in pari tempo ciò che attende dall'uomo, la cui vocazione consiste nel conformarsi all'immagine di Dio: « Siate santi perché io, vostro Dio, sono santo» (Lev. 19,2). Accettando di rispondere all'appello rivoltogli da Dio attraverso il suo popolo, l'ebreo diviene, pel fatto stesso, qualcuno che si impegna a vivere secondo la Parola di Dio ed a realizzare così il suo progetto sull'uomo. In tale senso, Gesù, per noi, non è soltanto un ebreo fra gli altri ebrei: è Colui nel quale si realizza ciò che Dio attende dal suo popolo. Dire che Gesù è ebreo, ci porta quindi molto oltre un semplice dato documentario sul suo luogo d'origine e sulla sua lingua materna, per quanto importanti possano essere tali indicazioni: indica quali forme abbiano assunte, in un determinato popolo, la sua personalità e la sua missione. L'ebraismo, per Gesù, non é un elemento accidentale, ma un carattere fondamentale del suo stesso essere.
Per questo il testo afferma che « Gesù è ebreo per sempre ». Il che significa, in primo luogo, che Gesù non è un « convertito ». Non ha mai abiurato il suo giudaismo, mai rinnegato in alcun modo né le proprie origini né il proprio passato. Ma significa pure che Gesù risorto rimane ebreo. Lungi dal cancellare ciò che è stato, la risurrezione lo glorifica e lo rende eterno. Senza dubbio, la risurrezione è una liberazione, affrancando l'uomo da tutto ciò che lo racchiude, liberandolo da ogni limite e da ogni angustia: ma non abolisce le caratteristiche particolari (da non confondere particolarità con particolarismo!) che distinguono una personalità. Nella risurrezione, la persona sussiste con tutte le sue componenti essenziali. Gesù risorto rimane un uomo, nel quale la Chiesa riconosce il suo Sposo. Rimane un essere corporeo — anche se la nostra fantasia deve guardarsi da ogni speculazione sulle proprietà del « corpo spirituale » (1 Cor 15.44).
E ciò é tanto più vero del suo essere ebreo che il termine esprime non solo il suo inserimento fisico ma, al tempo stesso, il suo posto nel piano di Dio. Louis Bouyer non esita a scrivere: « La Chiesa (...) è il Corpo di Cristo: ma questo Corpo, in cui ogni eucaristia l'inserisce sempre più profondamente, è il Corpo di un ebreo... » (Louis Bouyer: L'Eglise de Dieu, éd. du Cerf, Paris 1970, p. 644)
Così la Chiesa si trova legata, per natura e per l'eternità, all'ebreo Gesù e, per suo mezzo, a tutto i! suo popolo. Da un ebreo, in cui vede realizzarsi il progetto di Dio, riceve in permanenza la sua stessa vita. E' dunque nella medesima persona del Risorto che la Chiesa incontra il giudaismo: ragion per cui il documento si appropria l'affermazione di Giovanni Paolo « La Chiesa ed Israele sono legati al livello stesso della loro ide.tità » (1,2). A sua volta, il Cardinale Etchegaray scrive: La perennità del popolo ebreo non pone solo il problema di relazioni esterne da migliorare: è un problema interno alla Chiesa, inerente alla sua stessa definizione»(Intervento al Sinodo romano sulla riconciliazione. 4-X-1983.) Affermazioni del genere derivano direttamente dal documento conciliare « Nostra Aetate» — la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane —, il cui paragrafo relativo agli ebrei inizia con queste parole: « Scrutando il mistero della Chiesa, il Sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo ». Non già rivolgendo lo sguardo al di fuori, ma riflettendo su se stessa, la Chiesa incontra il giudaismo. La sua relazione col popolo ebreo comporta dunque un elemento unico, che non si riscontra nei suoi rapporti con nessun'altra religione.
La comunanza d'eredità biblica e liturgica, su cui il testo giustamente insiste, non basta da sola a render conto di questa relazione privilegiata, di cui è solo la conseguenza. Il vincolo col popolo d'Israele fa parte della stessa identità cristiana. Per questo, nel 1974, la Commissione Romana per le relazioni religiose con il giudaismo scriveva: « Il problema dei rapporti fra ebrei e cristiani riguarda la Chiesa come tale, poiché "è scrutando il proprio mistero" che essa fronteggia il mistero d'Israele. Tale problema conserva dunque tutta la sua importanza anche in quelle regioni in cui non esistono comunità ebraiche» (Orientamenti e suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione Nostra Aetate) La stessa Commissione riprende oggi questa affermazione, traendone le conseguenze che vi sono implicate: In considerazione dei rapporti unici esistenti tra il cristianesimo e l'ebraismo, "legati a livello della loro stessa identità", "rapporti fondati sul disegno del Dio dell'Alleanza", gli ebrei e l'ebraismo non dovrebbero occupare un posto occasionale e marginale nella catechesi e nella predicazione, ma la loro indispensabile presenza dev'esservi organicamente integrata n (1,21 Si tratta di una « preoccupazione pastorale » (1,3), perché la conoscenza dell'ebraismo vivente « può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della Chiesa. "
http://www.sidic.org/it/sussidi/sussidi1985_5.asp
Una chiesa malata di biologismo
3 novembre 2008
Una chiesa malata di biologismo
Mancuso vede “una strana convergenza” tra neodarwinisti e gerarchie ecclesiastiche, a scapito della libertà
Sempre più mi vado convincendo di una strana convergenza, l’esposizione della quale costituisce la tesi di questo articolo. Si tratta di qualcosa di inaspettato e di sorprendente che riguarda due attori molto distanti l’uno dall’altro, anzi in continua reciproca polemica: mi riferisco al pensiero neodarwinista ortodosso da un lato e alle prese di posizione della gerarchia cattolica in tema di bioetica dall’altro. A prima vista sembra non ci debba essere nulla di più distante, ma le cose, forse, non stanno così. Martedì scorso, 28 ottobre, ho assistito all’inaugurazione dell’anno accademico della mia università, l’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, ascoltando nell’occasione la lectio magistralis che il rettore don Luigi Verzé aveva affidato per quest’anno al genetista di fama internazionale Luca Cavalli Sforza, professore emerito nell’Università americana di Stanford e docente presso la mia stessa facoltà di Filosofia.
L’aula era gremita da studenti, docenti, autorità. Benché arrivato in orario, a me è toccato assistere in piedi all’intera celebrazione, avendo però la fortuna di condividere la non comoda posizione con il collega Andrea Tagliapietra, insigne filosofo e vulcanico creatore di motti di spirito. Cavalli Sforza ha esordito dicendo che la vita “non è più un mistero” perché ora noi sappiamo bene che cosa essa è, sappiamo che è Dna, cioè una molecola in grado di replicare se stessa. Sappiamo anche, ha continuato Cavalli Sforza, come la vita si evolve: si evolve mediante errori di copiatura che avvengono casualmente nella replicazione del Dna. Senza errori, niente evoluzione. Ma grazie agli errori l’evoluzione si mette in moto, essendo l’evoluzione nient’altro che il progressivo adattamento degli organismi mutanti e mutati all’ambiente circostante. Nulla di nuovo in tutto ciò, sia chiaro, solo una brillante riproposizione del paradigma ortodosso del neodarwinismo. Ciò che a me qui preme sottolineare è il fatto che la tesi naturalista colloca la verità di noi stessi nelle molecole di Dna del nostro patrimonio genetico. Ovvero: l’uomo è definito dalla sua biologia, l’uomo è bios.
A Cavalli Sforza, e in genere al pensiero che lui rappresenta (che nella nostra facoltà è portato avanti anche da Edoardo Boncinelli), non è difficile replicare che è evidente che l’uomo è vita biologica, ma che è altrettanto evidente che l’uomo non è solo vita biologica. Il contesto stesso nel quale Cavalli Sforza affermava l’equivalenza dell’uomo a mero bios, cioè un’aula universitaria, così come la musica del grande Händel che aveva accompagnato l’ingresso del senato accademico, sono una prova del suo contrario, una prova cioè che l’uomo, oltre a essere bios, è anche psyché e pneuma, vita dell’anima e dello spirito. Senza il Dna, niente anima e niente spirito, è chiaro. Ma siccome l’anima e lo spirito si danno (oltre all’università e alla musica, prova ne sia il giornale che ora tenete in mano e il desiderio di conoscere che vi porta a leggerlo, e centomila altre cose che è sufficiente alzare la testa per individuare) ne viene che l’essere umano è maggiore del suo patrimonio genetico, non è riducile alla vita biologica.
I genetisti dicono che condividiamo con lo scimpanzé il 98,5 per cento del dna. Bene.
Essendo sotto gli occhi di tutti che (con tutto il rispetto per lo scimpanzé) la storia e la civiltà dell’essere umano sono abbastanza diverse da quella dello scimpanzé, molto probabilmente non è il nostro Dna con quel suo piccolo 1,5 per cento di differenza a spiegare l’evoluzione che ci ha differenziato, e ci differenzierà sempre più, dallo scimpanzé. Il Dna è la base necessaria da cui emergono livelli superiori dell’essere-energia che ci costituisce, per designare i quali la filosofia classica ha coniato altri termini oltre a “bios”: ha parlato di “zoé”, “psyché”, “pneuma”, “nous”. La tradizione cristiana e anche quella ebraica (Tommaso d’Aquino per la prima, Mosè Maimonide per la seconda) hanno accolto totalmente questa visione antropologica, ponendo la verità ultima dell’uomo non in basso, cioè nella sua vita biologica, ma in alto, cioè nella sua vita spirituale.
Se infatti per la vita biologica siamo quasi identici allo scimpanzé, per la nostra vita spirituale non abbiamo nessuna, non dico identità, ma neppure analogia, col resto del mondo animale. E’ questo più alto livello dell’essere a fare dell’essere umano qualcosa di unico, qualcosa di così stupefacente nel mondo dei viventi davanti a cui la mente umana di tutti i tempi e di tutti i luoghi, per poterne dare conto, ha inferito un suo legame con una sfera del tutto particolare dell’essere, non rintracciabile nella dimensione naturale, e chiamata convenzionalmente “Dio” (termine che deriva dalla realtà più pura di cui abbiamo esperienza, la luce). Qualunque realtà si nomini dicendo “Dio” o “divino”, l’intuizione esistenziale cui questa categoria rimanda è la libertà spirituale dell’uomo rispetto alla sua biologia e alla sua socialità. Noi siamo bios, noi siamo relazioni sociali, è evidente; ma né il bios né le relazioni sociali ci definiscono ultimamente: ognuno di noi, ultimamente, è la sua libertà, la sua anima spirituale, la sua irripetibile individualità. E’ per questo ed è in questo che siamo, come dice il libro biblico della Genesi, “a immagine e somiglianza di Dio”.
Dio infatti è spirito, insegna il Vangelo, e noi siamo a sua immagine non in quanto bios, ma in quanto pneuma, in quanto spirito, cioè libertà. Le occasioni della vita hanno voluto che il giorno prima di sentire Cavalli Sforza al San Raffaele io partecipassi alla nota trasmissione televisiva di Gad Lerner, “L’Infedele”, dedicata al caso di Eluana Englaro. Questa volta ero seduto, ma devo confessare che il giorno dopo in piedi accanto a Tagliapietra mi sarei sentito più comodo che non lì, su una poltroncina rossa accanto a Beppino Englaro, straordinario esempio di dedizione paterna, e all’onorevole Eugenia Roccella sottosegretario con delega alla Salute. Quali esponenti della dottrina cattolica ufficiale in tema di bioetica vi erano Marina Casini e Gian Luigi Gigli, autorevoli esponenti di “Scienza e vita”, l’organismo emanazione della Conferenza episcopale italiana. In quella occasione mi sono ritrovato ad ascoltare argomentazioni che, nella sostanza antropologica, il giorno dopo avrei ritrovato nella lectio magistralis di Cavalli Sforza. Per Marina Casini e il professor Gigli, e in genere per l’impostazione bioetica assunta in questi anni dalla gerarchia cattolica, la dignità dell’uomo è altra cosa dalla sua libertà, nel senso che tale dignità non consiste nell’esercizio della libertà ma nella sua dimensione biologica.
La vita umana è sacra non in quanto spirito libero, ma in quanto vita biologica. Per questo, si sostiene, all’uomo non spetta l’ultima parola sulla sua vita. “Non spetta alla persona decidere”, ha dichiarato mons. Giuseppe Betori il 30 settembre scorso nel suo ultimo intervento da segretario della Cei, specificando di parlare “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”. Dire questo equivale a sostenere che la verità dell’uomo non sta in alto, cioè nella libertà descritta classicamente con i termini di anima e di spirito, ma in basso, cioè nella sua biologia. I vertici della Cei negano alla libertà potere sulla biologia, e affermano che è piuttosto la biologia a vincolare la libertà: infatti “non spetta alla persona decidere”. A chi spetta allora? Ai medici, risponde la gerarchia. Ma qual è il criterio in base al quale i medici decidono? La biologia, è evidente, e non può che essere così, se i medici fanno il loro mestiere. Negare il principio di autodeterminazione della persona suppone quindi un’antropologia che, al pari del paradigma naturalistico, pone lo specifico umano nella biologia. Questa è la strana convergenza antropologica che riscontro tra l’attuale vertice della chiesa cattolica italiana e il più agguerrito naturalismo neodarwinista.
E’ chiaro che poi se ne traggono conseguenze opposte, perché per gli uni la natura non ha altra logica che non sia quella che consegue dagli errori di copiatura e dall’adattamento all’ambiente, mentre per gli altri la natura è lo strumento tramite cui Dio esercita direttamente la sua sovranità; la base antropologica però (ovvero: uomo = bios) è la medesima. Il che un po’ mi inquieta e mi porta a chiedere come mai il pensiero cattolico ufficiale si stia tanto pericolosamente trasformando all’insegna di un biologismo che la tradizione non ha mai conosciuto – prova ne sia che l’affermazione di monsignor Betori con il consenso del cardinal Bagnasco, secondo cui “non spetta alla persona decidere”, è contraria rispetto all’articolo 2278 del Catechismo (“le decisioni devono essere prese dal paziente”); è contraria rispetto al documento “Iura et bona” della Congregazione per la dottrina della fede (“prendere delle decisioni spetterà in ultima istanza alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici”, laddove tutti vedono chi viene al primo posto per il documento magisteriale del 1980); è contraria rispetto al fondamento della coscienza morale delineato dal Vaticano II in “Gaudium et spes” 16-17 (“L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà”), è contraria all’architettura del giudizio morale elaborata da Tommaso d’Aquino, ed è soprattutto contraria all’immenso rispetto per la libertà umana da parte di Dio come emerge dalla Bibbia:
“Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; la dove vuoi, stenderai la tua mano” (Siracide 15,14-16). Mi chiedo il motivo di questa scivolosa trasformazione dell’antropologia sottesa alla bioetica oggi maggioritaria nella chiesa cattolica, e non so rispondere. Vedo solo una chiesa la cui bioetica è sempre meno capace di rendere conto delle parole di Gesù: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Matteo 10,28). Questa bioetica ecclesiastica, in singolare armonia con il neodarwinismo, conosce solo il corpo e la sua necessità, e ignora l’anima e la sua libertà.
di Vito Mancuso
http://www.ilfoglio.it/soloqui/1298
Una chiesa malata di biologismo
Mancuso vede “una strana convergenza” tra neodarwinisti e gerarchie ecclesiastiche, a scapito della libertà
Sempre più mi vado convincendo di una strana convergenza, l’esposizione della quale costituisce la tesi di questo articolo. Si tratta di qualcosa di inaspettato e di sorprendente che riguarda due attori molto distanti l’uno dall’altro, anzi in continua reciproca polemica: mi riferisco al pensiero neodarwinista ortodosso da un lato e alle prese di posizione della gerarchia cattolica in tema di bioetica dall’altro. A prima vista sembra non ci debba essere nulla di più distante, ma le cose, forse, non stanno così. Martedì scorso, 28 ottobre, ho assistito all’inaugurazione dell’anno accademico della mia università, l’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, ascoltando nell’occasione la lectio magistralis che il rettore don Luigi Verzé aveva affidato per quest’anno al genetista di fama internazionale Luca Cavalli Sforza, professore emerito nell’Università americana di Stanford e docente presso la mia stessa facoltà di Filosofia.
L’aula era gremita da studenti, docenti, autorità. Benché arrivato in orario, a me è toccato assistere in piedi all’intera celebrazione, avendo però la fortuna di condividere la non comoda posizione con il collega Andrea Tagliapietra, insigne filosofo e vulcanico creatore di motti di spirito. Cavalli Sforza ha esordito dicendo che la vita “non è più un mistero” perché ora noi sappiamo bene che cosa essa è, sappiamo che è Dna, cioè una molecola in grado di replicare se stessa. Sappiamo anche, ha continuato Cavalli Sforza, come la vita si evolve: si evolve mediante errori di copiatura che avvengono casualmente nella replicazione del Dna. Senza errori, niente evoluzione. Ma grazie agli errori l’evoluzione si mette in moto, essendo l’evoluzione nient’altro che il progressivo adattamento degli organismi mutanti e mutati all’ambiente circostante. Nulla di nuovo in tutto ciò, sia chiaro, solo una brillante riproposizione del paradigma ortodosso del neodarwinismo. Ciò che a me qui preme sottolineare è il fatto che la tesi naturalista colloca la verità di noi stessi nelle molecole di Dna del nostro patrimonio genetico. Ovvero: l’uomo è definito dalla sua biologia, l’uomo è bios.
A Cavalli Sforza, e in genere al pensiero che lui rappresenta (che nella nostra facoltà è portato avanti anche da Edoardo Boncinelli), non è difficile replicare che è evidente che l’uomo è vita biologica, ma che è altrettanto evidente che l’uomo non è solo vita biologica. Il contesto stesso nel quale Cavalli Sforza affermava l’equivalenza dell’uomo a mero bios, cioè un’aula universitaria, così come la musica del grande Händel che aveva accompagnato l’ingresso del senato accademico, sono una prova del suo contrario, una prova cioè che l’uomo, oltre a essere bios, è anche psyché e pneuma, vita dell’anima e dello spirito. Senza il Dna, niente anima e niente spirito, è chiaro. Ma siccome l’anima e lo spirito si danno (oltre all’università e alla musica, prova ne sia il giornale che ora tenete in mano e il desiderio di conoscere che vi porta a leggerlo, e centomila altre cose che è sufficiente alzare la testa per individuare) ne viene che l’essere umano è maggiore del suo patrimonio genetico, non è riducile alla vita biologica.
I genetisti dicono che condividiamo con lo scimpanzé il 98,5 per cento del dna. Bene.
Essendo sotto gli occhi di tutti che (con tutto il rispetto per lo scimpanzé) la storia e la civiltà dell’essere umano sono abbastanza diverse da quella dello scimpanzé, molto probabilmente non è il nostro Dna con quel suo piccolo 1,5 per cento di differenza a spiegare l’evoluzione che ci ha differenziato, e ci differenzierà sempre più, dallo scimpanzé. Il Dna è la base necessaria da cui emergono livelli superiori dell’essere-energia che ci costituisce, per designare i quali la filosofia classica ha coniato altri termini oltre a “bios”: ha parlato di “zoé”, “psyché”, “pneuma”, “nous”. La tradizione cristiana e anche quella ebraica (Tommaso d’Aquino per la prima, Mosè Maimonide per la seconda) hanno accolto totalmente questa visione antropologica, ponendo la verità ultima dell’uomo non in basso, cioè nella sua vita biologica, ma in alto, cioè nella sua vita spirituale.
Se infatti per la vita biologica siamo quasi identici allo scimpanzé, per la nostra vita spirituale non abbiamo nessuna, non dico identità, ma neppure analogia, col resto del mondo animale. E’ questo più alto livello dell’essere a fare dell’essere umano qualcosa di unico, qualcosa di così stupefacente nel mondo dei viventi davanti a cui la mente umana di tutti i tempi e di tutti i luoghi, per poterne dare conto, ha inferito un suo legame con una sfera del tutto particolare dell’essere, non rintracciabile nella dimensione naturale, e chiamata convenzionalmente “Dio” (termine che deriva dalla realtà più pura di cui abbiamo esperienza, la luce). Qualunque realtà si nomini dicendo “Dio” o “divino”, l’intuizione esistenziale cui questa categoria rimanda è la libertà spirituale dell’uomo rispetto alla sua biologia e alla sua socialità. Noi siamo bios, noi siamo relazioni sociali, è evidente; ma né il bios né le relazioni sociali ci definiscono ultimamente: ognuno di noi, ultimamente, è la sua libertà, la sua anima spirituale, la sua irripetibile individualità. E’ per questo ed è in questo che siamo, come dice il libro biblico della Genesi, “a immagine e somiglianza di Dio”.
Dio infatti è spirito, insegna il Vangelo, e noi siamo a sua immagine non in quanto bios, ma in quanto pneuma, in quanto spirito, cioè libertà. Le occasioni della vita hanno voluto che il giorno prima di sentire Cavalli Sforza al San Raffaele io partecipassi alla nota trasmissione televisiva di Gad Lerner, “L’Infedele”, dedicata al caso di Eluana Englaro. Questa volta ero seduto, ma devo confessare che il giorno dopo in piedi accanto a Tagliapietra mi sarei sentito più comodo che non lì, su una poltroncina rossa accanto a Beppino Englaro, straordinario esempio di dedizione paterna, e all’onorevole Eugenia Roccella sottosegretario con delega alla Salute. Quali esponenti della dottrina cattolica ufficiale in tema di bioetica vi erano Marina Casini e Gian Luigi Gigli, autorevoli esponenti di “Scienza e vita”, l’organismo emanazione della Conferenza episcopale italiana. In quella occasione mi sono ritrovato ad ascoltare argomentazioni che, nella sostanza antropologica, il giorno dopo avrei ritrovato nella lectio magistralis di Cavalli Sforza. Per Marina Casini e il professor Gigli, e in genere per l’impostazione bioetica assunta in questi anni dalla gerarchia cattolica, la dignità dell’uomo è altra cosa dalla sua libertà, nel senso che tale dignità non consiste nell’esercizio della libertà ma nella sua dimensione biologica.
La vita umana è sacra non in quanto spirito libero, ma in quanto vita biologica. Per questo, si sostiene, all’uomo non spetta l’ultima parola sulla sua vita. “Non spetta alla persona decidere”, ha dichiarato mons. Giuseppe Betori il 30 settembre scorso nel suo ultimo intervento da segretario della Cei, specificando di parlare “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”. Dire questo equivale a sostenere che la verità dell’uomo non sta in alto, cioè nella libertà descritta classicamente con i termini di anima e di spirito, ma in basso, cioè nella sua biologia. I vertici della Cei negano alla libertà potere sulla biologia, e affermano che è piuttosto la biologia a vincolare la libertà: infatti “non spetta alla persona decidere”. A chi spetta allora? Ai medici, risponde la gerarchia. Ma qual è il criterio in base al quale i medici decidono? La biologia, è evidente, e non può che essere così, se i medici fanno il loro mestiere. Negare il principio di autodeterminazione della persona suppone quindi un’antropologia che, al pari del paradigma naturalistico, pone lo specifico umano nella biologia. Questa è la strana convergenza antropologica che riscontro tra l’attuale vertice della chiesa cattolica italiana e il più agguerrito naturalismo neodarwinista.
E’ chiaro che poi se ne traggono conseguenze opposte, perché per gli uni la natura non ha altra logica che non sia quella che consegue dagli errori di copiatura e dall’adattamento all’ambiente, mentre per gli altri la natura è lo strumento tramite cui Dio esercita direttamente la sua sovranità; la base antropologica però (ovvero: uomo = bios) è la medesima. Il che un po’ mi inquieta e mi porta a chiedere come mai il pensiero cattolico ufficiale si stia tanto pericolosamente trasformando all’insegna di un biologismo che la tradizione non ha mai conosciuto – prova ne sia che l’affermazione di monsignor Betori con il consenso del cardinal Bagnasco, secondo cui “non spetta alla persona decidere”, è contraria rispetto all’articolo 2278 del Catechismo (“le decisioni devono essere prese dal paziente”); è contraria rispetto al documento “Iura et bona” della Congregazione per la dottrina della fede (“prendere delle decisioni spetterà in ultima istanza alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici”, laddove tutti vedono chi viene al primo posto per il documento magisteriale del 1980); è contraria rispetto al fondamento della coscienza morale delineato dal Vaticano II in “Gaudium et spes” 16-17 (“L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà”), è contraria all’architettura del giudizio morale elaborata da Tommaso d’Aquino, ed è soprattutto contraria all’immenso rispetto per la libertà umana da parte di Dio come emerge dalla Bibbia:
“Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; la dove vuoi, stenderai la tua mano” (Siracide 15,14-16). Mi chiedo il motivo di questa scivolosa trasformazione dell’antropologia sottesa alla bioetica oggi maggioritaria nella chiesa cattolica, e non so rispondere. Vedo solo una chiesa la cui bioetica è sempre meno capace di rendere conto delle parole di Gesù: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Matteo 10,28). Questa bioetica ecclesiastica, in singolare armonia con il neodarwinismo, conosce solo il corpo e la sua necessità, e ignora l’anima e la sua libertà.
di Vito Mancuso
http://www.ilfoglio.it/soloqui/1298
LA CHIESA FRIULANA CONTRO GABRIELE FIUME IL PRETE DEI MIRACOLI
LA CHIESA FRIULANA CONTRO GABRIELE FIUME IL PRETE DEI MIRACOLI
Il documento firmato dai quattro vescovi
La Chiesa friulana
contro il “prete dei miracoli”
di Paola Lenarduzzi
UDINE. Raduna puntualmente centinaia di persone, parla della Bibbia, dice di avere visto Gesù, riesce a creare una tensione spirituale così forte che qualcuno cade in trance, altri raccontano di guarire dalle malattie. Ad attirare su di sè tanta attenzione è l’abate di fede ortodossa Gabriele Fiume, torinese, che una volta al mese organizza riunioni di massa a Feletto Umberto. Proprio nei suoi confronti e di chi invita alle preghiere miracolistiche si è incentrato il documento firmato dai quattro arcivescovi della nostra regione.
La nota pastorale congiunta invita infatti i fedeli soprattutto a evitare di partecipare «anche per pura curiosità» a questo tipo di riunioni «che non aiutano a crescere». A Feletto gli incontri si tengono al centro culturale San Charbel, in via Fermi, nella sala riunioni della casa editrice Edizioni Segno, che ha anche pubblicato un libro dello stesso “prete dei miracoli”, padre Fiume.
Anche nella chiesa di San Paolo, a Sant’Osvaldo, da anni i fedeli si riuniscono con il Cenacolo della divina misericordia per pregare e invocare la guarigione, «ma questo movimento – ricorda il vicario generale, don Gherbezza – è riconosciuto dalla chiesa. Sono molti – aggiunge – i gruppi di preghiera e le aggregazioni di questo tipo. Quello che preoccupa sono gli eccessi, la ricorca del sensazionale».
L’Arcidiocesi, pur senza farne esplicito riferimento, prende dunque decisamente posizione contro gli incontri di preghiera che sembrano in aumento in Friuli, «spesso presieduti da persone sconosciute ai rettori delle chiese o comunque non autorizzate»; «talora sotto falsa identità», si precisa nel portale dell’arcidiocesi di Udine a firma dei vescovi Brollo, De Antoni di Gorizia, Poletto di Concordia-Pordenone e Ravignani di Trieste.
All’interno di queste riunioni, denuncia la nota pastorale, si fa ricorso a forme liturgiche distorte della tradizione cattolica che creano disagio e confusione nei fedeli. «Sono fenomeni preoccupanti – sostiene il direttore dell’ufficio liturgico diocesano, don Loris Della Pietra –, abbiamo notizie dell’intensificarsi di preghiere per la guarigione guidate da sacerdoti o sedicenti tali, oppure da esorcisti che esercitano senza il mandato del vescovo».
Sono tre i sacerdoti esorcisti riconosciuti dalla chiesa friulana, e cioè don Giuseppe Peressotti, monsignor Emilio Dominici e don Elio Nicli. Il responsabile dell’ufficio liturgico ricorda che nelle preghiere recitate per chiedere di guarire o di scacciare il demone «esiste un supporto teologico che ha radici nel Vangelo, era una prassi dello stesso Gesù».
Tuttavia, aggiunge don Loris, «questi incontri rischiano di cadere nello spettacolare, nel miracolistico; la gente che vi partecipa punta tutto sul leader, sul guaritore e questo ha una scarsa aderenza con la parola di Dio. Il contenuto della preghiera cristiana non è avere il potere sulla malattia, ma affidarsi al Signore e alla sua volontà. Il carisma di guarigione è un dono libero di Dio, come ricorda un documento in merito del Vaticano che invita i vescovi a vigilare sul fenomeno».
E ancora: «Non discutiamo il vissuto delle persone che tengono questi incontri, ma il loro ruolo e l’interpretazione che di questo ruolo fanno coloro che le seguono. Non si tratta più di una preghiera ecclesiale, comunitaria, ma i fari si accendono su colui che appare come il veggente».
(04 novembre 2008)
http://messaggeroveneto.repubblica.it/dettaglio/La-Chiesa-friulana-contro-il--prete-dei-miracoli-/1539520?edizione=EdRegionale
Il documento firmato dai quattro vescovi
La Chiesa friulana
contro il “prete dei miracoli”
di Paola Lenarduzzi
UDINE. Raduna puntualmente centinaia di persone, parla della Bibbia, dice di avere visto Gesù, riesce a creare una tensione spirituale così forte che qualcuno cade in trance, altri raccontano di guarire dalle malattie. Ad attirare su di sè tanta attenzione è l’abate di fede ortodossa Gabriele Fiume, torinese, che una volta al mese organizza riunioni di massa a Feletto Umberto. Proprio nei suoi confronti e di chi invita alle preghiere miracolistiche si è incentrato il documento firmato dai quattro arcivescovi della nostra regione.
La nota pastorale congiunta invita infatti i fedeli soprattutto a evitare di partecipare «anche per pura curiosità» a questo tipo di riunioni «che non aiutano a crescere». A Feletto gli incontri si tengono al centro culturale San Charbel, in via Fermi, nella sala riunioni della casa editrice Edizioni Segno, che ha anche pubblicato un libro dello stesso “prete dei miracoli”, padre Fiume.
Anche nella chiesa di San Paolo, a Sant’Osvaldo, da anni i fedeli si riuniscono con il Cenacolo della divina misericordia per pregare e invocare la guarigione, «ma questo movimento – ricorda il vicario generale, don Gherbezza – è riconosciuto dalla chiesa. Sono molti – aggiunge – i gruppi di preghiera e le aggregazioni di questo tipo. Quello che preoccupa sono gli eccessi, la ricorca del sensazionale».
L’Arcidiocesi, pur senza farne esplicito riferimento, prende dunque decisamente posizione contro gli incontri di preghiera che sembrano in aumento in Friuli, «spesso presieduti da persone sconosciute ai rettori delle chiese o comunque non autorizzate»; «talora sotto falsa identità», si precisa nel portale dell’arcidiocesi di Udine a firma dei vescovi Brollo, De Antoni di Gorizia, Poletto di Concordia-Pordenone e Ravignani di Trieste.
All’interno di queste riunioni, denuncia la nota pastorale, si fa ricorso a forme liturgiche distorte della tradizione cattolica che creano disagio e confusione nei fedeli. «Sono fenomeni preoccupanti – sostiene il direttore dell’ufficio liturgico diocesano, don Loris Della Pietra –, abbiamo notizie dell’intensificarsi di preghiere per la guarigione guidate da sacerdoti o sedicenti tali, oppure da esorcisti che esercitano senza il mandato del vescovo».
Sono tre i sacerdoti esorcisti riconosciuti dalla chiesa friulana, e cioè don Giuseppe Peressotti, monsignor Emilio Dominici e don Elio Nicli. Il responsabile dell’ufficio liturgico ricorda che nelle preghiere recitate per chiedere di guarire o di scacciare il demone «esiste un supporto teologico che ha radici nel Vangelo, era una prassi dello stesso Gesù».
Tuttavia, aggiunge don Loris, «questi incontri rischiano di cadere nello spettacolare, nel miracolistico; la gente che vi partecipa punta tutto sul leader, sul guaritore e questo ha una scarsa aderenza con la parola di Dio. Il contenuto della preghiera cristiana non è avere il potere sulla malattia, ma affidarsi al Signore e alla sua volontà. Il carisma di guarigione è un dono libero di Dio, come ricorda un documento in merito del Vaticano che invita i vescovi a vigilare sul fenomeno».
E ancora: «Non discutiamo il vissuto delle persone che tengono questi incontri, ma il loro ruolo e l’interpretazione che di questo ruolo fanno coloro che le seguono. Non si tratta più di una preghiera ecclesiale, comunitaria, ma i fari si accendono su colui che appare come il veggente».
(04 novembre 2008)
http://messaggeroveneto.repubblica.it/dettaglio/La-Chiesa-friulana-contro-il--prete-dei-miracoli-/1539520?edizione=EdRegionale
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