domenica 16 novembre 2008

L'eretico padre gesuita Jon Sobrino

Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede su alcune affermazioni erronee del padre gesuita Jon Sobrino








La Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato una Notificazione su alcune opere del padre Jon Sobrino, della Compagnia di Gesù. Il padre gesuita è nato 68 anni fa in Spagna e da 50 anni vive in Salvador. “Diverse proposizioni” di padre Sobrino – afferma la Notificazione – “possono nuocere ai fedeli, a causa della loro erroneità o pericolosità”: tra queste il concetto di Chiesa dei poveri e di opzione esclusiva a loro favore, la negazione del valore normativo delle affermazioni del Nuovo Testamento e dei grandi Concili della Chiesa antica mettendo in dubbio punti cruciali della fede, come la divinità di Gesù Cristo, l’Incarnazione del Figlio di Dio, la relazione di Gesù con il Regno di Dio, la sua autocoscienza ed il valore salvifico della sua morte.
Le opere in questione sono due: Jesucristo liberador. Lectura històrico-teològica de Jesùs de Nazaret (Jesucristo) e La fe en Jesucristo. Ensayo desde las vìctimas (La fe).
Sui contenuti della Notificazione Giovanni Peduto ha intervistato il teologo professor don Donato Valentini:

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R. – Padre Sobrino dà rilievo alla esperienza; si precisa da parte della Congregazione: esperienza sì, ma “letta” secondo la autentica dottrina della Chiesa. Padre Sobrino afferma che “la Chiesa dei poveri” è il luogo ecclesiale per interpretare Cristo e per configurare “fondamentalmente” la cristologia. Si risponde: la Chiesa deve certo prestare attenzione e amore, in senso privilegiato, ma non esclusivo, ai poveri; però il luogo teologico fondamentale per la conoscenza della dottrina della Chiesa è la fede apostolica secondo la Vivente Tradizione della Chiesa. Padre Sobrino sostiene che le formule dogmatiche dei Concili sono “limitate e pericolose”. Si nota: esse sono limitate quanto al loro contenuto; non dicono tutto, né possono dirlo. Però, per il carisma del Magistero ecclesiastico, esprimono realmente verità cristiane e non sono “pericolose” ai fini della reale conoscenza ecclesiale della Parola. Si osserva che i “difetti” metodologici nei due scritti di padre Sobrino sono all’origine di alcuni suoi errori su Cristo.

D. - Dal punto di vista contenutistico, quali sono, secondo la Notificazione, gli errori circa la divinità di Gesù Cristo e la Incarnazione del Figlio di Dio?

R. - Primo: contrariamente alla dottrina cattolica, padre Sobrino scrive che nel Nuovo Testamento la divinità di Gesù Cristo è presente solo “in germe”; non ritiene con la “dovuta chiarezza” che in passi dello stesso Nuovo Testamento è affermata la divinità di Gesù in senso stretto e che, perciò, lo sviluppo dogmatico è in una chiara continuità con il Nuovo Testamento. Quanto all’Incarnazione del Figlio di Dio, padre Sobrino “stabilisce una distinzione fra il Figlio e Gesù, che suggerisce al lettore la presenza di due soggetti /due individui/ in Cristo: il Figlio assume la realtà di Gesù; il Figlio sperimenta l’umanità, la vita, il destino e la morte di Gesù. Non risulta con chiarezza che il Figlio è Gesù e Gesù è il Figlio”. Secondo: contrariamente alla errata nota teologia dell’ “homo assumptus” in cui l’Autore appare collocarsi, la Fede cattolica afferma l’unità della persona di Gesù in due nature, quella divina e quella umana (Concili di Efeso e soprattutto di Calcedonia). Gesù di Nazaret è vero perfetto Dio e vero perfetto uomo. L’unità della persona di Cristo “in due nature” fonda in Gesù la cosiddetta comunicatio idiomatum, ossia “la possibilità di riferire le proprietà della divinità all’umanità e viceversa”. Solo sulla base di questa possibilità, Maria è “genitrice di Dio”, Madre di Dio (Concilio di Efeso).

D. - Quali sono, secondo la Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, gli errori che seguono dalla precedente visione cristologica errata di padre Sobrino?

R. - Nella Notificazione, se ne evidenziano tre: la relazione di Gesù con il Regno di Dio, la autocoscienza di Gesù e il valore salvifico della sua morte. Primo: padre Sobrino “afferma certamente l’esistenza di una relazione speciale fra Gesù Cristo (mediador) ed il Regno di Dio (mediación), in quanto Gesù è il mediatore definitivo, ultimo ed escatologico del Regno”. Però “Gesù e il Regno vengono distinti in modo tale che il vincolo fra essi risulta privato del suo contenuto peculiare e della sua peculiarità”. Nota la Congregazione: in un certo modo il Regno di Dio si identifica con Gesù; esso infatti è presente e si compie in Lui. Inoltre, data la divinità di Cristo, la sua mediazione salvifica è singolare, unica, cioè a Lui solo propria, e assoluta e universale. (Dichiarazione Dominus Jesus). Secondo: padre Sobrino afferma che Gesù di Nazaret è un “credente come ognuno di noi”. Si osserva: ciò non salva la particolare relazione filiale di Gesù con il Padre; essendo Gesù Figlio di Dio fatto uomo, Egli ha, fin dal primo istante della sua esistenza, una visione diretta e immediata del Padre, una visione beatifica. Terzo: padre Sobrino della morte di Cristo enfatizza il valore di esemplarità e non ne afferma sufficientemente, chiaramente il valore di efficacia salvifica. Ora, si rileva nella Notificazione, la morte di Gesù di Nazaret ha certo un valore esemplare, ma non solo esemplare; essendo Dio fatto uomo ha pure un singolare, particolare valore salvifico: è causa di salvezza per tutti gli uomini. Gesù, lo ripetiamo, è vero Dio e vero uomo.
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Sulla vicenda ascoltiamo la riflessione del nostro direttore generale padre Federico Lombardi:

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Per comprendere il significato della Notificazione della Congregazione della Fede su alcune opere del Padre Jon Sobrino, penso che sia opportuno ricordare l’importanza della giusta comprensione della natura e dell’opera di Gesù Cristo come cuore stesso della fede cristiana.

Gesù Cristo è per la Chiesa il “mediatore” fra Dio e l’uomo, è il “pontefice”, cioè il costruttore del ponte che permette agli uomini di rientrare in rapporto di amicizia e unione con Dio, superando la distanza, la impossibilità di comunicazione provocata da una intera storia di peccati.

Per essere mediatore e ponte, Gesù Cristo deve poggiare saldamente sia sul versante dell’umanità, sia su quello della divinità. Se no, il passaggio da un versante all’altro è interrotto, o perlomeno insicuro. Fin dai primi secoli del cristianesimo questa necessità del ponte è stata affermata con forza e difesa con decisione nei confronti di numerose teorie che di fatto negavano o l’uno o l’altro pilastro fondamentale del ponte stesso: o l’umanità, o viceversa la divinità. Negando l’uno o l’altro aspetto si mette in questione in realtà la stessa salvezza dell’uomo, poiché viene a mancare la via concreta, reale, attraverso cui l’uomo può comunicare con Dio.

La riflessione teologica su Gesù Cristo ha quindi sempre dovuto tenere in conto i due aspetti, ambedue essenziali, anche se i differenti contesti storici e culturali hanno influito dando toni e accentuazioni caratteristiche alle diverse correnti teologiche o spirituali.

Spesso il contesto della esperienza cristiana porta a insistere sulla solidarietà fra Gesù e gli uomini, sulla sua partecipazione alle vicende umane: le sue controversie, la sua passione, la sua morte violenta sono cruciali per l’annuncio e per l’accoglienza del Vangelo da parte dei poveri, di chi soffre per la fede e la giustizia.

Chi vive la sua fede partecipando alle esperienze più drammatiche del popolo, coltiva naturalmente una sintonia spirituale profonda con l’umanità di Cristo, e – se teologo – è portato ad approfondire una “cristologia dal basso”, che fonda in profondità il pilastro del ponte che sta sul versante dell’umanità. E’ certo questa la situazione del P. Sobrino, nel solco caratteristico della teologia latinoamericana, così attenta al contesto del cammino di liberazione umana e spirituale dei popoli del continente. Non dimentichiamo che il P. Sobrino è stato membro di quella équipe dell’Università Centro Americana di San Salvador, sei membri della quale furono barbaramente assassinati nel 1989 proprio per il loro impegno culturale in solidarietà con il popolo salvadoregno.
Allo stesso tempo, la insistenza sulla solidarietà fra Cristo e l’uomo non deve essere portata al punto da lasciare in ombra o sottovalutare la dimensione che unisce Cristo a Dio. Perché se Cristo non è allo stesso tempo uomo e Dio il ponte manca del suo secondo appoggio e la realtà della nostra comunicazione con Dio viene messa radicalmente in questione.

Questo è il problema su cui si sviluppa l’argomentazione della “Notificazione”, che manifesta rispetto per l’opera di Sobrino e le sue intenzioni, ma ritiene di non potersi esimere dal mettere in rilievo che in alcune sue opere certe affermazioni su alcuni argomenti cruciali – come la divinità di Cristo, la Incarnazione del Figlio di Dio, l’autocoscienza di Gesù Cristo e il valore salvifico della sua morte – mettono in questione punti veramente fondamentali della fede permanente della Chiesa.

In altre parole, mettono in questione l’integrità e la stabilità del ponte che permette la comunicazione fra gli uomini e Dio, anche quella dei poveri di tutti i tempi.

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http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=122867

CONDIZIONI PER SEGUIRE GESU'

CONDIZIONI PER SEGUIRE GESU'
Vangelo di San Matteo: 16, 24-17, 13
16[24]Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. [25]Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. [26]Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? [27]Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. [28]In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno».

17[1]Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. [2]E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. [3]Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. [4]Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». [5]Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». [6]All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. [7]Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». [8]Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.

[9]E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

[10]Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». [11]Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. [12]Ma io vi dico: Elia è gia venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro». [13]Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.

http://www.maranatha.it/Bibbia/5-VangeliAtti/47-MatteoPage.htm

La suora "eretica" e la prostituta

24/10/2008 - IL VECCHIO CRONISTA

La suora "eretica" e la prostituta



IGOR MAN

Madre Teresa (1912-1997), l’abbé Pierre (1912-2007), suor Emmanuelle (1908-2008): i grandi vecchi di Dio se ne vanno. Ognuno di loro è morto come sperava. Madre Teresa di Calcutta in fuga dai funerali di Stato, la minuscola bara passata di mano in mano sino al tempio della Dea Kalì dove i suoi amici indiani avevano ritagliato uno spazio per lei; l’abbé Pierre che dice ai confratelli di non accendere la luce perché «sta arrivando Gesù»; suor Emmanuelle svanita dormendo all’alba dello scorso ottobre, diceva di non temere la morte ma il «prima» (l’agonia) e ogni notte, addormentandosi, «Signore, prendimi nel sonno», pregava. Il Vecchio Cronista ha avuto la ventura di passare una bella serata con lei. Accadde a Palermo nel settembre 2002, dopo la preghiera interreligiosa guidata dalla Comunità (laica) di Sant’Egidio. Nella corte cardinalizia avevano preparato un buon pranzo, Angela ci piazzò al tavolo di suor Emmanuelle. Ogni tanto lei rimaneva con la forchetta a mezz’aria: «Questo buon boccone - bisbigliava,- piacerebbe a Labib, sì a Labib Adli». E chi è Labib? «È l’egiziano che mi ha fatto scoprire gli zabbalín, gli straccivendoli. È lui che mi ha portato a Ezbet el-Nakhl».

In quel luogo non luogo infame dove underdogs in sembianze umane selezionano e riciclano l’immondizia del Cairo, la suora trova «il posto giusto». Per pregare. Nella sua baraccopoli la ragazza-bene che s’è fatta monaca mettendo in crisi l’intera sua famiglia, lei, suor Madeleine Cinquin detta Emmanuelle, arrangia un alloggio saccheggiato dai topi e da tre maiali, col bagno pubblico dietro un cumulo di sterco e monnezza. In quel tempo ha 62 anni, spera di mettere un po’ d’ordine nel letamaio abitato da centomila disgraziati. In quel luogo-non-luogo coabitano islamici cristiani copti, pochi cattolici. Contro le autorità religiose, la suora si ostina a rimanere «a casa mia», come dice. E giorno dopo giorno diventa «una di loro» adoperandosi per dare a chi non ha quel che desidera: il campo di calcio, la scuola, la dignità del lavoro. Ad adottarla sono in primis le donne che grazie a lei scoprono la dignità. Ma se gli straccivendoli alla fine l’adottano, il rapporto con le autorità religiose rimane difficile: c’è chi l’accusa d’essere «eretica», persino. In fatto suor Emmanuelle è una credente atipica: proclama di rinunciare al proselitismo, nega, fortemente nega che fosse necessario crocefiggere Gesù. E lo scrive ai superiori. «Mi infastidisce - afferma -, l’idea ch’era necessario che Gesù morisse affinché suo padre ci perdonasse. Ma come: Dio ch’è amore senza confini avrebbe avuto bisogno di sacrificare il suo stesso figlio per rimediare ai nostri peccati? Dio coinvolto nell’assassinio di suo figlio, lui che perdona settanta volte sette, vale a dire sempre? Cristo non è morto per far piacere a suo padre, tuttavia non significa ch’egli non sia morto per noi. Sì, è morto per noi perché si è fatto uno di noi. Ha accettato, per rivelarci ch’era Dio, di morire come noi». Ed è interessante che per dar nerbo al suo discorso, la suora degli straccivendoli citi l’allora cardinale Ratzinger: «Alcuni testi di devozione sembrano suggerire che la giustizia inesorabile abbia preteso un sacrificio umano, il sacrificio del suo stesso figlio. Questa immagine è tanto diffusa quanto fallace» (J. Ratzinger, Foi chrétienne hier et aujourd’hui, Mame 1976).

Congedandoci, chiesi alla suora quale fosse il ricordo suo più bello. «Nel ferragosto del 1967 il caldo si mangiava i polmoni. Avevo sete ma la mia borraccia era sparita. La mia vicina, L., professione meretrice, alzò la stuoia che le faceva da giaciglio e divise con me l’acqua che aveva nascosta. La bevemmo tutta. Insieme». La suora e la prostituta, lodando San Francesco.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5157&ID_sezione=&sezione=

LA CHIESA EVANGELICA DI PALMI AMICA D'ISRAELE

LA CHIESA EVANGELICA DI PALMI AMICA D'ISRAELE
Dagli anni '50 esiste a Palmi una Chiesa evangelica in forte espansione, di origine pentacostale, che riconosce solo il battesimo degli adulti e si caratterizza per l'accettazione personale da parte dei suoi membri della salvezza che viene da Gesù, nonché per un grande impegno missionario e di aiuto ai più poveri e bisognosi.
Caratteristica di questa chiesa (come di tutte le altre che si riconoscono in EDIPI (Evangelici d'Italia per Israele) è una grande amicizia e un grande amore per gli ebrei e per lo Stato di Israele.

Segno e frutto particolare di questa amicizia è la splendida Corale (che ho avuto modo di seguire con commozione l'anno scorso a Bova Marina in occasione della Giornata della cultura ebraica), che predilige i canti e le musiche ebraiche, e li esegue con amore e perizia, come potete direttamente sentire e vedere nel loro sito.


Voglio ora riprendere dal loro sito quanto dicono a proposito di Israele:
"La Chiesa di Palmi ha abbracciato pienamente quello che è il proposito di Dio per Israele. Mentre il tempo dei gentili volge al termine e l’Evangelo viene predicato in tutto il mondo, il Signore sta raccogliendo e portando nella Terra Promessa il popolo ebraico, perchè è là che lo incontrerà. Ed è proprio in questo momento particolare, mentre il piano di Dio per la reintegrazione nazionale e spirituale di Israele si adempie, che lo Spirito Santo ci induce ad intercedere per la pace di Gerusalemme con quella passione che viene dall’alto.
Questo significa benedire e sostenere Israele, combattendo le entità infernali dell’antisemitismo e dell’antisionismo.
Questo significa pregare affinché sia riversato “sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione” ed essi possano guardare a Colui che hanno trafitto e dire: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (vedi Zaccaria 12:10; Matteo 24:39).
Questo significa pregare per il ritorno di Gesù, il Principe della pace, Colui che poggerà i Suoi piedi sopra il Monte degli Ulivi, che sarà re su tutta la terra e che sarà adorato da tutte le nazioni (vedi Zaccaria 14:4,9,16)".
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LA DIASPORA DEGLI EBREI CALABRESI

LA DIASPORA DEGLI EBREI CALABRESI

Come "diaspora" (golah), qui intendo gli ebrei calabresi che si sparsero nei diversi paesi in seguito alle successive cacciate a cui furono soggetti; ovviamente è un termine improprio, in quanto qui sono inclusi anche quelli che in realtà fecero ritorno (aliyah) nella Terra dei Padri.
Le notizie, quando non indicato diversamente, sono tratte da:

(L) = Fabrizio Lelli, L’influenza dell’ebraismo italiano meridionale sul culto e sulle tradizioni linguistico-letterarie delle comunità greche, in AISG (Associazione italiana di studio del giudaismo): Materia giudaica, Anno XI/1-2 (2006): Atti del XIX Convegno Internazionale dell'AISG, L'ebraismo dell'Italia meridionale nel contesto mediterraneo. Nuovi contributi. Siracusa 25-27 settembre 2005, a cura di Mauro Perani, pp. 201-216
(M) = Attilio Milano, Storia degli ebrei italiani nel Levante, Firenze, Israel, 1949



Come premessa bisogna ricordare che furono tre le cacciate degli ebrei dal Meridione:
1) In seguito all'ondata antiebraica scatenata dalla discesa del francese Carlo VIII nel 1494, molti ebrei fuggono, e più numerosi saranno, quando, tornati gli Aragonesi, il 26 ottobre 1496 re Federico espelle gli ebrei dal Napoletano; in realtà il bando ebbe breve durata, e si ebbe, come a compensazione, un flusso di ebrei scacciati nel 1497 dal Portogallo.
2) Passato il Meridione alla Corona spagnola, Ferdinando il Cattolico pubblica il 31 dicembre 1510 un nuovo decreto di espulsione, che ordinava la partenza entro il 25 lugilo dell'anno successivo; sarà questo che segnerà realmente la fine delle comunità ebraiche, sebbene nel 1520, per le proteste delle popolazioni oppresse dai "banchieri cristiani" che avevano sostituito gli "usurai ebrei", Carlo V dovrà riammetterli; si tratterà, almeno per quanto riguarda la Calabria, di un rientro poco numeroso.
3) Il 31 ottobre 1541, in seguito ad un provvedimento del viceré Pietro Da Toledo, avviene l'ultima e definitiva cacciata dei non moltissimi ebrei che ancora si trovavano al Sud; dopo di questa data possiamo dire che ogni presenza ebraica che non sia sporadica e temporanea sia cessata in Calabria e nella maggior parte del Sud, fatte salve la comunità di Napoli rinata nell'800, la recentissima comunità pugliese, e la comunità di Palermo, estinta dopo le persecuzioni razziali fasciste e la seconda guerra mondiale.

Nell'esposizione seguirò un criterio geografico piuttosto che cronologico, e, nel testo, richiamerò con un numero tra parentesi le località segnalate nella cartina.


Secondo molti studiosi e secondo quanto dice Domenico Spanò Bolani in Storia di Reggio di Calabria da' tempi primitivi sino all'anno di Cristo, del 1857, il 25 luglio 1511 gli ebrei di Reggio (ed è da supporre che insieme a loro molti altri ebrei calabresi), fatto scalo a Messina si dirigono verso LIVORNO (1) e ROMA (2); sarebbe molto interessante (e importante) poter effettuare una ricerca negli archivi di queste due comunità per reperire notizie su questa emigrazione. A Roma si sa che esistette una Schola (sinagoga e quindi comunità) siciliana, alla quale è possibile che fossero aggregati anche i calabresi.

Ad ARTA (3) (in Grecia, nei pressi di Corfù), (M) nel primo decennio del Cinquecento troviamo la popolazione ebraica organizzata in quattro comunità distinte: quella di Corfù, che raccoglieva tutto l’elemento indigeno, quella di Puglia, - che da sola contava circa trenta famiglie – quella di Calabria, e quella di Sicilia; in breve la comunità corfiota scomparve: l'influenza degli italiani si fece numericamente così prevalente, e così prevalente la attrazione negli ebrei indigeni verso genti e modi di vita più raffinati, che pochi anni appresso i corfioti finirono per disperdersi in mezzo alle altre tre comunità, e principalmente nella pugliese.
Arta fu sede di un'accesa discussione tra le comunità italiane, ed all'interno di essa.
Nel 1570 (M) alcuni fedeli della comunità Sicilia ebbero da ridire sul loro rabbino Abraham Albilada, e si rivolsero per consiglio al rabbino della comunità Calabria, Menachem Del Medigo (probabilmente veneto, come altri rabbini di queste comunità), che consigliò di separarsi dalla comunità e dal rabbino. Albilada si rivolse per giustizia al tribunale ebraico di Salonicco e Del Medigo, forse spazientito per fatto, si trasferì nello stesso 1570 a Safed, che, come vedremo, fu meta di altri italiani tra cui alcuni calabresi.
Ma a sua volta, la comunità calabrese lamentava dei torti da parte di quella siciliana. (L) Il consiglio della comunità calabrese aveva decretato che nessuno potesse lasciare la comunità per andare a pregare in una delle altre sinagoghe. Ma invece una parte passò alla sinagoga siciliana e gli anziani della comunità calabrese si recarono dagli anziani di quella siciliana per convincerli a rifiutare di accogliere i dissidenti, senza però averne soddisfazione.

A CASTORIA (4) (sempre in Grecia, ma all'interno, verso il confine con le attuali Albania e Macedonia) (M) vi era il Tempio detto di Sicilia, che era il più importante, perché raccoglieva la maggioranza degli ebrei viventi a Castoria; fondato dai siciliani, accolse anche i pugliesi e i calabresi.

(M) Tra i saccheggi delle giudecche alla calata di Carlo VIII (1495-96) e l'espulsione da parte del Re Cattolico nel 1511, moltissimi calabresi e pugliesi abbandonarono il Regno; è in questo periodo che a SALONICCO (5) (ancora in Grecia), alle comunità Italia e Sicilia, vennero ad affiancarsi quelle di Calabria e Puglia.
Ma, come abbiamo visto nel caso della comunità siciliana di Arta, dove ci sono due ebrei ci sono tre partiti, e così (L) la comunità Calabria, fondata nel 1497 , poco dopo la metà del Cinquecento, si divise in tre: Calabria Jashàn (Calabria Antica), nota dopo il 1553 come Nevè Shalòm (Dimora di pace), che nel 1537 diede origine alla sinagoga Calabria Chadasch (Calabria Nuova), detta anche Ishmael, e, nel 1545, alla sinagoga Chiana (il cui nome potrebbe derivare da una corruzione di Lucania, ma io avanzo l'ipotesi personalissima che potrebbe invece essere formata da calabresi della Piana, o da pugliesi di una delle tante zone pianeggianti della regione) la quale, si divise ulteriormente, dando vita alla sinagoga Nevè tzedek (Dimora di giustizia).
La sede della comunita’ Chiana, ricostruita dopo l’incendio del 1891, fu uno dei pochi edifici religiosi ebraici a sopravvivere alle distruzioni naziste; del piccolo luogo di preghiera, demolito negli anni ’80 del XX secolo, si conserva l’architrave marmorea dell’ingresso principale (ornata di iscrizione di dedica in ebraico), esposta al museo recentemente istituito dalla comunità tessalonicese, che conserva anche alcune foto dell’esterno e dell’interno del tempio. Fino all’incendio del 1917 la comunità Chiana custodiva otto rotoli della Torah, portati dall’Italia del Sud. L’antica sinagoga aveva la particolarità che la tevah (pulpito/altare) si trovava al centro della sala, secondo l’uso sefardita, ma a un livello ribassato rispetto al suolo. Questa particolarita’ veniva interpretata secondo Sal. 130,1: “Dagli abissi io t’invoco, Signore”.
A Salonicco (M) erano presenti i cognomi Rossano e Geraci (non si sa se appartenente a persone provenienti da Gerace in Calabria o da Geraci in Sicilia); tuttora esistono le famiglie ebraiche Tiano (che, anche nella variante Diano, è molto presente in Calabria) e Tzimino (che sembra risalire al siculo-calabro Cimino, piuttosto che al propriamente greco Kymino, e che potrebbe risalire ad un antenato coltivatore o commerciante di cumino); seppur di origine italiana, il cognome Soriano sembra aver invece il significato di "siriano" (in italiano antico la Siria era chiamata "Soria"), piuttosto che essere originario di Soriano Calabro.

A COSTANTINOPOLI (6) (l'odierna Istanbul, in Turchia), (M) intorno alla sinagoga Italia, che forse scomparve dopo la frammentazione, vennero a formarsene altre quattro: Puglia, Messina, Sicilia e Calabria.

Altri insediamenti di ebrei provenienti dalla Calabria si possono ricavare dalle notizie biografiche della famiglia Vital (M): intorno al 1540 risultano viventi a DAMASCO (7) (in Siria) Chaim Vital con il fratello Mosè ed il figlio Samuel suo.
Il quale Chaim era nato a SAFED (8) (nel Nord di Israele), di padre calabrese, ed anch’egli studioso di Cabala e noto in Palestina ed in per la sua abilità nella trascrizione su pergamenta dei tefillìm (i filatteri).
Da Safed la famiglia Vital si trasferì prima a Damasco e poi a GERUSALEMME (9), ma nel 1570 Chaim ritornò a Safed, dove, morto il maestro Luria, egli, non ancora trentenne, ne è il successore.
Un nipote di Chaim Vital sarà anche rabbino al Cairo, ma ormai sarà passato tanto di quel tempo che non se ne può più parlare come di facente parte di un gruppo, ma della normale mobilità (più o meno imposta, più o meno spontanea) che caratterizzerà sempre gli ebrei.
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La Calabria dei buoni e dei giusti

La Calabria dei buoni e dei giusti


La religiosità popolare calabrese è una ricca risorsa, da valorizzare culturalmente e turisticamente. Rappresenta idealmente “la bella Calabria” che ha troppe ricchezze nascoste. Mentre sono troppe le brutture in vista! Ma per promuovere e tutelare questo prezioso “bene “ della nostra regione, spesso rimasto relegato nei ristretti confini delle realtà locali, occorre una mirata campagna divulgativa, che porti in tutta Italia e anche all’estero l’immagine e la storia della “Calabria dei buoni e dei giusti”. Che sono la stragrande maggioranza. Se i grandi professionisti della pubblicità televisiva, qualche anno fa, hanno scelto proprio una festa popolare calabrese per dare credito alla bontà e all’antica tradizione di una prestigiosa industria farmaceutica multinazionale, vuol dire che esiste un concreto interesse per questi “tesori del passato” . Le immagini del ballo popolare girate negli Anni Cinquanta a Gioiosa Jonica dalla “Settimana Incom” e custodite dall’”Istituto Luce”, sono state inserite nello spot trasmesso da tutte le reti televisive nazionali per mesi e mesi. La pubblicità della casa farmaceutica si dimostrò allora “salutare”, è proprio il caso di dirlo, anche per il turismo religioso, con il sensibile aumento di presenze nella festa che si svolge da oltre due secoli durante l’ultima domenica di agosto. Valorizzare sì, ma soprattutto tutelare l’autenticità della religiosità popolare, quando affiora anche la deprecabile litigiosità , con astiose polemiche aperte o sotterranee. Progressisti contro conservatori , presunti innovatori contro ambigui sostenitori della “pura” tradizione. A volte vecchio e nuovo stentano ad integrarsi e a convivere senza contraccolpi molto pesanti. Un esempio? Proprio l’antica processione di Gioiosa Jonica. I confini tra paganesimo e religiosità sono da sempre labili. Non rare perciò, le “invasioni” talvolta devastanti . E decisamente inopportune. Per amore della verità, va riconosciuto che in qualche circostanza il ballo ha subito delle estemporanee e disdicevoli trasformazioni, brusche e poco consone alla solennità dell’evento, in stridente contrapposizione con l’originario spirito della celebrazione cattolica. Si è arrivati, nei casi estremi, alla “contaminazione” con l’intrusione di novità scellerate, isolate e per fortuna subito annullate: ragazze che avevano scambiato la processione per una “esibizione di bellezze al bagno”, presentandosi in abiti succinti. E giustamente erano state invitate con cortesia e fermezza ad andar via dalla processione. Mantenere un comportamento dignitoso, evitare esibizionismi. Un malvezzo non tollerato e fortemente condannato non solo dalla Chiesa ma da chi riteneva e ritiene che la festa religiosa non può diventare il “Carnevale di Rio”. In occasione della festa dello scorso agosto, severo ed opportuno era stato il monito del vescovo di Locri, Mons. Morosini, nel confronto pubblico avuto qualche settimana prima dell’evento religioso con i fedeli gioiosani. In una affollatissima sala si é parlato del “ballo votivo” e della necessità di evitare gli “sconfinamenti”, per non portare a drastiche decisioni sul futuro svolgimento della processione. ”Pregate di più”, era stata la sua raccomandazione conclusiva. Ballo sì, ballo no? Ogni anno si ripropone l’interrogativo. E sorgono le polemiche di sempre sui temi scottanti: paganesimo, fede, folklore, preghiera, discoteca all’aperto, riflessione pubblica. E’ così da decenni. Quelli che vengono definiti tolleranti dicono : ”E’ gioia del popolo”. Gli intransigenti ribattono: ”E’ esibizionismo”. Troppo spesso non si riesce a trovare una via di mezzo. In ogni caso siamo di fronte ad un fenomeno sociale e religioso che annualmente richiama antropologi, docenti e studenti universitari italiani e stranieri. Numerosi gli studi sulla nascita e l’evolversi del “ballo”, che è stato anche argomento per tesi di laurea. Se ciò è avvenuto e continua ad avvenire, significa che è una realtà controversa ma anche interessante per la comprensione della cultura religiosa calabrese e delle sue evoluzioni. Curiosità, stupore, interrogativi per alcuni momenti dell’evento, come quando i bambini vengono “spogliati” davanti alla statua del Santo, dopo il ballo collettivo che coinvolge tante realtà sociali, per un giorno senza pregiudizi. Ricchi e poveri, professionisti ed umili operai, tutti insieme, mano nella mano, ballano e cantano, felicemente insieme per San Rocco. Ecco, ogni anno è forse questo il grande miracolo che compie ”il Santo venuto con una nave dalla Francia per salvare Gioiosa dalla peste”. Tante persone si incontrano per la prima volta, oppure si rivedono dopo decenni, divisi dall’emigrazione che ha sottratto notevoli energie positive a questa terra. Riflettere, bisogna riflettere sulla necessità di non disperdere il patrimonio che questa festa rappresenta per l’intera regione. Non si può e non si deve correre il rischio di ridimensionamento che, purtroppo, quasi sempre in Calabria porta ad amare conclusioni. Soprattutto i gioiosani debbono capirlo: senza pregiudizi e senza la difesa ad oltranza di situazioni obiettivamente criticabili. Chi arriva da altre realtà geograficamente e culturalmente molto lontane, rimane sorpreso e ritiene importante coltivare le radici delle tradizioni. Quest’anno a Gioiosa Jonica ci sono stati anche amministratori comunali e operatori economici del Trentino coinvolti nel progetto di cooperazione con la Calabria promosso dall’ex Vescovo di Locri, Mons Bregantini. Hanno seguito con attenzione la festa. Il loro commento: ”Interessante, una tradizione che va capita, merita rispetto e deve essere adeguatamente sostenuta“. E allora chi ha istituzionalmente il dovere di farlo, si prodighi concretamente per trasformare questa positiva e incoraggiante riflessione della gente del Nord in un ampio progetto di valorizzazione di tutte le grandi feste religiose della nostra martoriata terra che non può essere eternamente mortificata!


(27.10.2008)Domenico Logozzo

http://www.larivieraonline.com/news.asp?id=2408

lunedì 10 novembre 2008

GESU' CI INSEGNA CHE UBRIACARSI E' PECCATO

EBREI PER GESU'

GESU' CI INSEGNA CHE UBRIACARSI E' PECCATO


Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,39-48




In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro,
non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”.
Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù,
per distribuire a tempo debito la razione di cibo?
Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare,
a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa,
e lo punirà con rigore, assegnandogli il posto fra gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse;
quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”.


Quindi l'uso dell'alcol smoderato è peccato, possiamo aggiungere che sicome la droga è più dannosa dell'alcol,
drogarsi è ancora più peccato che ubriacarsi.
Il tabacco contiene sostanze tossiche come la droga che danno pure dipendenza, quindi fumare è pure peccato.

Ricordiamo anche cosa ci raccomanda l'Apostolo Paolo che scrive ai Corinzi: "Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?
Se uno guasta il tempio di Dio, Iddio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi" (1 Cor. 3:16,17),
ed ancora: "E non sapete voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale avete da Dio,
e che non appartenete a voi stessi? Poiché foste comprati a prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo" (1 Cor. 6:19,20).
Un vero cristiano dunque si deve astenere totalmente dall'eccesso di alcol,
dalle droghe e dal tabacco.

Riflessione di Davide Fano


http://groups.google.com/group/ebrei-per-gesu?hl=it