venerdì 8 maggio 2009

I NUOVI CATTOLICI

I nuovi cattolici
Storie di una generazione che “tradisce” l’educazione sessantottina all’ateismo e all’indifferenza per abbracciare la Chiesa

di Lorenzo Fazzini

«Fino a 20 anni non mi sono mai fatto nessuna domanda su Dio: i miei genitori, gente del Sessantotto, non mi avevano battezzato: loro non hanno mai praticato, sono credenti in maniera formale. Non mi hanno fatto battezzare perché, mi dicevano, “non vogliamo importi niente”. Per me Dio non esisteva, la Chiesa si basava su cose non tangibili. Poi ho iniziato ad avvertire un desiderio di qualcosa che mi riempisse la vita. Alcuni incontri mi hanno cambiato: ad esempio quello con il parroco della chiesa di San Lazzaro che ha iniziato a parlarmi del Vangelo. L’annuncio di Cristo mi ha messo in crisi, in particolare quella frase: “Io sarò sempre con voi”, cioè la vicinanza di Dio a chi è lontano». Daniele, 25 anni, studente di Fisica a Padova, è un neofita, battezzato nella veglia di Pasqua del 2007.
«Durante l’adolescenza gli amici mi prendevano in giro perché ero una “comunista”, non battezzata. I miei, battezzati, avevano lasciato libere me e mia sorella e anche i nostri due fratelli più piccoli, anche se ci hanno sempre educati alla generosità. La Bibbia non sapevo cosa fosse, per me Pasqua era semplicemente la festa in cui si aprono le uova di cioccolato. Però, crescendo, sentivo un’inquietudine. Poi una compagna di università mi ha invitato ad un ritiro tenuto da francescani. Lì un frate mi ha parlato di Dio Padre e del suo amore per me. E ho iniziato a pregare. Allora ho capito cos’era quell’inquietudine che mi portava a tenere un diario di cose mie e raccontare tutto a un “Tu”». Elisa ha 26 anni, abita a Verona, è medico specializzanda in ginecologia. Due anni fa è stata battezzata nella chiesa di San Bernardino nel capoluogo scaligero. Sua sorella Chiara, 24 anni, educatrice, ha seguito il suo esempio un anno dopo. «Anche se all’inizio la scelta di Elisa mi faceva rabbia», racconta Chiara, diventata cristiana durante la veglia pasquale dell’anno scorso.
Analoga l’educazione all’insegna della “libertà di scelta” ricevuta da Eva, 27 anni, figlia di genitori cristiani poi allontanatisi dalla fede. «Quando sono nata – racconta – hanno preferito non battezzarmi per lasciare a me la scelta una volta raggiunta la maturità». La laurea in storia dell’arte alla Cattolica di Milano e poi la decisione che meditava da tempo: quella di intraprendere il percorso per il battesimo. «Pur non essendo battezzata, sono sempre stata credente, quindi sentivo che mi mancava qualcosa che lo ufficializzasse». L’ufficializzazione è arrivata durante la scorsa veglia di Pasqua, quando Eva ha ricevuto Battesimo, Eucaristia e Cresima dalle mani del cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi.
Daniele, Elisa, Chiara, Eva. Non sono solo mosche bianche in un’Italia che assiste a un ritorno nella Chiesa dei “nipoti del Sessantotto”. I figli di quei genitori degli anni Settanta che hanno fatto della libertà un totem intoccabile oggi domandano di diventare cattolici. I dati confermano che sono in aumento i nostri connazionali che, non avendo ricevuto da neonati il Battesimo (una pratica andata in crisi nel post Concilio) ora domandano l’ammissione alla Chiesa. «Molti catecumeni hanno come retroterra di esperienza il ’68» conferma don Andrea Lonardo, responsabile dell’ufficio catechistico del vicariato di Roma, che coordina il cammino dei nuovi cattolici nella Capitale. «Ho incontrato figli di molti anticlericali, anche di intellettuali. Arrivano al Battesimo in modi diversi: alcuni da movimenti come Comunione e Liberazione o i Neocatecumenali, la maggior parte da percorsi autonomi. Ogni anno a Roma abbiamo una media di 110 battesimi di adulti all’anno, metà stranieri metà italiani: ci sono giovani universitari o persone sui 40-50 anni». «Il fenomeno dei catecumeni italiani non è nuovo» spiega don Gianandrea Di Donna, che guida il settore catecumenato della diocesi di Padova. «I numeri sono aumentati, non sono altissimi ma ci sono». Guardiamo all’esempio della città veneta: nel settembre 2008 hanno iniziato l’iter verso il Battesimo 33 adulti, di cui 10 italiani; nel 2007 erano 24, con 4 “indigeni”. Nel 2006, 23 aspiranti battezzandi di cui 6 italiani. Attualmente, a Padova sono in cammino verso il Battesimo 80 uomini e donne, di cui 15 italiani. Il trend è positivo anche a Milano. «Da poche decine di catecumeni siamo passati a centinaia» sottolinea don Paolo Sartor, referente dell’arcidiocesi di Milano per i “nuovi cattolici”. Quest’anno saranno 153 i catecumeni che verranno battezzati dal cardinal Tettamanzi a Pasqua. «Il numero degli adulti che si battezzano è in lieve crescita anche da noi. O come diceva il cardinal Martini: “Sono molti, anche a Milano, coloro che passano il largo confine tra l’ombra e la luce”».

Un percorso lungo che non si fa da soli
La conferma arriva dalla Conferenza episcopale italiana, come certifica don Guido Benzi, direttore dell’ufficio catechistico della Cei, che ogni anno raccoglie cifre e numeri delle 223 diocesi italiane in tema di battesimi di adulti. «Siamo passati dai 1044 battesimi del 2005 ai 1302 battesimi del 2007. Di questi ultimi 535 sono uomini e 773 donne» annota. Di questi, 543 catecumeni sono italiani e 727 immigrati. Quindi non sono solo gli stranieri che si stabiliscono in Italia a chiedere di entrare nella Chiesa, in parte perché scoprono la fede cristiana ab origine, in parte perché trovano nella comunità cattolica un ulteriore elemento di integrazione sociale. Esiste, ed è ampio, anche l’incremento dei catecumeni italiani. Ribadisce don Lonardo di Roma: «Da un paio di anni a questa parte le cifre dei catecumeni italiani sta aumentando anche nella Capitale». Il responsabile della Cei traccia poi una sorta di profilo del “nuovo cattolico italiano”: «Emerge l’identikit di persone prevalentemente tra i trenta e i cinquant’anni rappresentative di tutti i ceti sociali. Nel 2007 la regione con il maggior numero di battesimi è stata la Lombardia, seguita a ruota da Toscana, Lazio, Emilia-Romagna e Sicilia».
Ma come si diventa cattolici da adulti nell’Italia del 2009? «Il cammino del catecumenato non è un percorso facilissimo – annota don Benzi. Dopo un periodo di preparazione la persona viene affidata ad un “accompagnatore” che la aiuta nella conoscenza della fede cristiana, nella lettura della Parola di Dio, nella preghiera e nella conoscenza della vita della Chiesa. Questo periodo può durare anche due anni. C’è poi un cammino specifico, normalmente nell’ultimo anno, ritmato anche da alcuni “passaggi” che sono fissati nel rito dell’iniziazione cristiana degli adulti. Di norma il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia dell’adulto vengono celebrate dal vescovo in cattedrale nella notte di Pasqua».
I modi di arrivare al fonte battesimale sono diversi, ma «un dato costante è l’incontro con altri battezzati (colleghi di lavoro, amici operatori in associazioni di volontariato, vicini di casa) che testimoniano la fede», annota don Benzi della Cei. «Interessante è come la persona del parroco non sia marginale al cammino che conduce alla decisione di diventare cristiani. Insomma si ha l’impressione di un lavorio silenzioso e tenace dello Spirito che conduce le persone attraverso gli ordinari fatti e luoghi della vita alla scoperta della fede e del volto di Gesù». «Un’esperienza particolare, l’incontro con un sacerdote, un periodo di sofferenza: in mezzo a tali vicende queste persone iniziano a porsi il problema di Dio e del senso della vita» spiega don Di Donna di Padova. «E incontrano la risposta nella persona di Cristo. Non ho mai trovato motivazioni banali nei catecumeni adulti, ma il senso di qualcosa che manca, che non si trova nell’ordinario». Sottolinea don Benzi: «È come se questo tessuto delicato ma resistente di relazioni positive ed autentiche, di aiuti, testimonianze e incontri non possa essere registrato nei paludati salotti di certa cultura».
«Il profeta Geremia scrive: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”. Ecco, è stata questa la sensazione che ho provato con Dio», spiega Daniele Dequal, padovano, battezzato a 23 anni dopo l’incontro decisivo con la comunità Nuovi Orizzonti fondata a Roma da Chiara Amirante. «Le mie resistenze sono state travolte da questo Amore, come se io fossi stato cercato da Dio e il contrario». Dopo un cammino di catecumenato durato 18 mesi Daniele ha ricevuto il battesimo nel 2007.

La fidanzata che voleva sposarsi in Chiesa
Fabio Barbieri, della parrocchia di san Lorenzo in Monluè, a Milano, battezzando a Pasqua, è arrivato al cristianesimo per la sua fidanzata, che ha sempre voluto sposarsi in Chiesa. «E la cosa bella – racconta – è che adesso, se anche per caso dovessi rompere con questa ragazza, vorrei comunque ricevere il Battesimo e diventare cristiano». Per Federico, 35 anni, responsabile commerciale di un supermercato tra Venezia e Padova, la scelta di Cristo è arrivata tramite un’esperienza di sofferenza: «Anch’io sono un “nipote” del Sessantotto, i miei mi hanno lasciato “libero” senza farmi battezzare. Però sono cresciuto credendo che la vita continua dopo la morte e che abbiamo un’anima. È stato dopo un periodo di problemi di salute che mi sono riavvicinato alla Chiesa. Ho incontrato un prete che mi ha raccontato di un Dio che è amore, non mi ha fatto una morale, ma mi ha spiegato che Dio vuole il nostro bene e che la nostra vita sia realizzata. Da lì ho pensato che potevo rivolgermi a Dio come a una persona. Durante un ricovero in ospedale sono entrato nella cappella: ho trovato il vangelo in cui Gesù dopo Pasqua arriva nel Cenacolo e dice agli apostoli: “Pace a voi”. Ho capito che il Signore entra nella nostra vita nonostante le nostre porte chiuse». Così è cominciato l’iter che ha portato Federico al Battesimo la scorsa Pasqua.
In un tempo secondo cui la religione «avvelena ogni cosa», per dirla con Christopher Hitchens, le difficoltà, le derisioni, gli sbarramenti anti-cristiani della cultura di oggi colpiscono anche i neo-cattolici. «I catecumeni sanno che riceveranno un solo applauso, quello nella notte di Pasqua al loro battesimo», chiosa don Sartor di Milano. «Ho ricevuto più critiche che sostegno nella mia scelta, anche in famiglia, soprattutto in merito alle posizioni della gerarchia cattolica – afferma Daniele di Padova. Ma raramente si parla di cosa è veramente il cristianesimo. Per questo motivo queste critiche non mi fanno granché problema». E Fabio di Milano conclude: «In casa mia c’è sempre stato un certo astio per la Chiesa. Mio nonno era partigiano e dice che durante la guerra ha visto più preti-spie di quelli che erano dalla sua parte. Ma la mia risposta alle loro critiche è questa: se tu domani muori e non ci sei più, Uno solo è tornato indietro a dirci cosa c’è oltre la morte».

http://www.tempi.it/prima-linea/006412-i-nuovi-cattolici

USA MINIGONNA, AZERO FA UCCIDERE LA FIGLIA

» 2009-04-13 14:30
USA MINIGONNA, AZERO FA UCCIDERE LA FIGLIA

MOSCA - Ha assoldato tre connazionali per far uccidere la figlia di 21 anni, "rea" di vestirsi in modo succinto, violando la tradizione islamica: autore del gesto, nella nordica San Pietroburgo, un commerciante di origine azera, Gafar Kirimov, 46 anni, che si era stancato di sentire i rimproveri dei suoi connazionali.

Se durante l'inverno i contrasti con la figlia erano stati attenuati dal più coprente abbigliamento invernale, il genitore é tornato a vedere rosso quando, con l'arrivo della primavera, la giovane ha deciso di sfoggiare una minigonna all'università di medicina, dove studiava. Così il padre ha accettato i suggerimenti di alcuni connazionali, che gli avevano consigliato di lavare col sangue quella che a loro sembrava una insuperabile vergogna e, come riferisce il tabloid Komsomolskaia Pravda, ha assoldato tre azeri per 100 mila rubli (2.200 euro).

Quest'ultimi hanno rapito la ragazza a bordo di una Zhiguli e, una volta usciti dalla città, l'hanno uccisa con due colpi di pistola alla testa, gettando il suo corpo in un bosco. Nel denunciare la scomparsa della figlia, però, il genitore si è tradito dandola per già morta, attirandosi così i sospetti della polizia. Al primo interrogatorio è crollato e ha confessato. Due dei sicari sono già stati arrestati, mentre il terzo è latitante.



http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_934115125.html

KENNETH HAGIN E LA «CONFESSIONE POSITIVA»

KENNETH HAGIN E LA «CONFESSIONE POSITIVA»



di Marco Soranno



Ho avuto modo di leggere alcuni scritti di Kenneth Hagin (1917-2003), pastore evangelico tra i fondatori del «Movimento della Fede». Quest’ultimo è una realtà evangelico carismaticista che proclama come dogma la guarigione per fede, la prosperità materiale e l’autorità del cristiano su ogni aspetto della vita e d’ogni forza spirituale della vita, e la possessione diabolica per i credenti. Kenneth Hagin è noto per aver raccontato la sua esperienza da morente e il fatto di aver visto in visione la gloria di Dio in Paradiso. [N.d.R.: Rimandiamo ad altra analisi un giudizio sulle sue esperienze trascendentali. Esse sono state analizzate e commentate, insieme ad altre simili, da Nicola Martella nell’articolo «Visioni dell’aldilà», presente nel suo libro Escatologia fra legittimità e abuso. Escatologia 2 (Punto°A°Croce, Roma 2007), pp. 313-328 (cfr. qui anche «Esperienze vicine alla morte», pp. 329-332).]

Sono rimasto colpito da ciò Hagin che afferma sulla cosiddetta «confessione positiva», che è diventata una delle caratteristiche di questo movimento: «Quello che confesso, possiedo». Il testo principale preso al riguardo in esame è Romani 10,9-10: «Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore, e avrai creduto col cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti col cuore si crede per ottener la giustizia e con la bocca si fa confessione per esser salvati». Credo che i predicatori del «Movimento della Fede» fraintendano il senso di brano perché la confessione di fede menzionata dall’apostolo non fa riferimento a benessere materiale. Gesù ci ha detto d’essere prudenti nel parlare perché non abbiamo il potere di far diventare bianco o nero un nostro capello (Matteo 5,36) e nella nostra bocca non c’è un miracolo… se non quando rimane chiusa per evitare di dire cose spiacevoli o poco edificanti.

Il «Movimento della Fede» sostiene che la bocca del credente consente d’ottenere qualsiasi cosa desideriamo e il non riceverla è mancanza di fede; ma penso sia giusto ricordarci ciò che ha detto l’apostolo Giacomo: «Domandate e non ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri» (4,3).

Io credo che dobbiamo confessare la Signoria di Cristo, la volontà sovrana del Padre e non un ricco conto in banca. Dire: «Dio non ci vuole poveri» contraddice ciò che disse Paolo di sé e degli Apostoli (e che di riflesso s’applica a ogni discepolo): «Sconosciuti, eppure ben conosciuti; moribondi, eppure eccoci viventi; castigati, eppure non messi a morte; contristati, eppure sempre allegri; poveri, eppure arricchenti molti; non avendo nulla, eppure possedenti ogni cosa!». (2 Corinzi 6,8-9).

Ma allora ciò che diciamo non influisce per nulla nella nostra vita spirituale? Affatto. Gesù ha detto: «Or io vi dico che d’ogni parola oziosa che avranno detto, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché dalle tue parole sarai giustificato, e dalle tue parole sarai condannato» (Matteo 12,36-38); il termine greco che traduciamo con «ozioso» è argos che significa «inattivo, infruttuoso, pigro». Il contesto qui è la critica dei Farisei all’autorità del Cristo, si parla della bestemmia contro lo Spirito Santo, quindi ciò che diciamo ha un peso spirituale agli occhi di Dio perché dall’abbondanza del cuore la bocca parla (Matteo 12,34; Luca 6,45).

Gesù ha detto ai suoi discepoli che essi otterranno qualsiasi cosa chiederanno con fede (Matteo 21,22), ma la fede secondo me è confidare nel piano di Dio per me e non nei miei desideri e criteri di bisogno; inoltre i discepoli non hanno mai goduto d’una vita agiata e ricca, ma hanno vissuto del sostegno della fratellanza e/o del loro stesso lavoro.

La cosiddetta «confessione positiva» è frutto d’una religiosità nord americana che cozza parecchio con la cultura dei tempi di Gesù, e ricorda di più la New Age.

Credo che il linguaggio del cristiano debba essere sano e irreprensibile (Tito 2,8; ma non credo che dobbiamo vivere con la paura che ci sia un angelo che annoti ciò che diciamo in virtù d’un giudizio investigativo, come insegna la Chiesa Avventista); e ciò che dobbiamo confessare deve essere la fede e l’amore di Dio nella nostra vita, poiché solo quando cerchiamo il suo regno e lo riceviamo nella nostra quotidianità, tutte le cose ci vengono date (Matteo 6, 33) — senza che le confessiamo a mo’ di formula magica.

Avere fede che Dio provvederà e rimettersi alla sua volontà sovrana: questa è la vera confessione positiva!



► Kenneth Hagin e confessione positiva? Parliamone {Nicola Martella} (T)




http://puntoacroce.altervista.org/Artk/2-K-Hagin_confessio-positiva_MeG.htm


L’articolo «Kenneth Hagin e la “confessione positiva”» ha indotto alcuni lettori a prendere posizione in merito. Per evitare confusioni e false concezioni, facciamo presente quanto segue: Con questa espressione fuorviante non si intende semplicemente la professione di fiducia verso le promesse di Dio, ma «l'esercizio di potenza» nel senso che la cosa che si dichiara, deve pure accadere a causa di una presunta «potenza della fede», di cui il credente sarebbe detentore. Tale ». Si tratta di una subdola costruzione dottrinale, con cui i nuovi «superapostoli» carismaticisti, che dominano varie chiese, possono arricchirsi e vivere nel benessere. Un confronto fra il loro spirito materialista e la condizione e l’insegnamento di Gesù Cristo mostrano le grandi contraddizioni di tali moderni «santoni» che vivono nel lusso più sfrenato. I dodici apostoli del Signore e quelli delle chiese, tra cui Paolo e Barnaba, vissero con grande spirito di sacrificio per amore di Cristo e della testimonianza. Essi predicavano soltanto «Cristo crocifisso». I moderni «sommi apostoli», che l’apostolo Paolo chiamò «falsi apostoli, operai fraudolenti» (2 Cor 11,13), non solo hanno fatto di Mammona una dottrina accettabile, derubando le chiese, ma predicano oramai un «altro Gesù»: «Se uno viene a predicarvi un altro Gesù, diverso da quello che abbiamo predicato noi, o se si tratta di ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto, o un Vangelo diverso da quello che avete accettato, voi ben lo sopportate!» (2 Cor 11,4). La chiesa di Corinto, dominata da superapostoli gnostici di stampo giudaico, sembra essere una delle tante chiese carismaticiste odierne. Confusione dottrinale, coercizione psichica e contaminazione spirituale sono all’ordine del giorno.



http://puntoacroce.altervista.org/Temi/1-K-Hagin_confessio+parla_Mds.htm

Alessandro Esposito nega la Trinità e la Divinità di Gesù

Alessandro Esposito, pastore della

Chiesa valdese di Trapani e Marsala

nega la Trinità e la Divinità di Gesù

Cristo





In un intervento dal titolo ‘Ma Gesù è Dio?’ postato sul forum della Chiesa Valdese di Trapani, il pastore Alessandro Esposito, nel rispondere ad un certo Enzo in merito alla divinità di Gesù Cristo, dice quanto segue (ho evidenziato in giallo le parti fondamentali):

Carissimo Enzo,

le domande che poni sono interessantissime. Con pieno diritto, chiedi: “Ma se Gesù è Dio, allora Dio è ebreo?”. Aggiungi poi: “Ma nei vangeli non sta scritto che Gesù (e quindi, mantenendo il presupposto che egli sia Dio, Dio stesso) ha fondato la chiesa”? Cercherò di fornire qualche spunto di riflessione a partire da questi due interrogativi, partendo dal secondo di essi, rispetto al quale abbiamo già discusso in più circostanze.

1.Dunque: nei vangeli sta scritto che Gesù ha fondato la chiesa? No, non sta scritto. È un dato assodato, ormai, quello secondo cui il cristianesimo delle origini prese a distinguersi soltanto progressivamente dall'ebraismo, del quale costituisce una interpretazione divergente rispetto a quella proposta dall'ortodossia giudaica contemporanea, legata al tempio di Gerusalemme ed al suo sacerdozio. Gesù riprende tradizioni ebraiche, in particolare quella profetica e, ancor più specificamente, la tradizione di Isaia, il profeta le cui parole compaiono più volte sulla sua bocca all'interno dei vangeli sinottici (Marco, Matteo e Luca). Gesù, potremmo dire, “non inventa nulla”: di certo, però, reinterpreta la tradizione in un modo originale e, per molti versi, “eversivo” (così come era eversivo per antonomasia l'annuncio profetico). Gesù, allo stesso modo dei profeti, annuncia la vicinanza di Dio ai diseredati e si oppone ai poteri costituiti (politici e religiosi, profondamente collusi). La sua condanna alla morte di croce (questo deve essere chiaro) è il frutto della sua polemica con l'establishment sacerdotale di Gerusalemme, NON CON IL POPOLO EBRAICO: anche soltanto per il semplice fatto che non soltanto Gesù, ma persino tutte le sue prime discepole e i suoi primi discepoli erano ebrei (sia pure ebrei di Galilea, quindi ebrei non legati al giudaismo sacerdotale del tempio diffuso a Gerusalemme e nella Giudea). Gesù è, come bene lo definisce il grande esegeta cattolico Meier, “un ebreo marginale”; dunque “eterodosso”, “non allineato”. Ma pur sempre, comunque, ebreo. La chiesa cristiana nacque più tardi: originariamente, con ogni probabilità, il MOVIMENTO (perché di questo si trattava, non di un'istituzione) cristiano delle origini si autointerpretò, potremmo dire, come una “riforma dell'ebraismo”. E qui sorge il problema: per il cristianesimo storico, intendo, non certo per Gesù, né per il movimento cristiano dei primi tre secoli.

2.Ed il problema, caro Enzo, è proprio quello che sollevi tu: “Ma Gesù è Dio”? Secondo la maggior parte delle chiese cristiane (inclusa quella valdese) sì. Vi sono, effettivamente, dei passi del Nuovo Testamento che possono far propendere per questa risposta. Il problema, però, è un altro. Vi sono infatti (e sono molti di più) altri passi neotestamentari attraverso i quali si comprende chiaramente che Gesù non è presentato né predicato come Dio. È un dato di fatto, non un'ipotesi di lavoro. Procediamo, allora, ad alcuni chiarimenti, che mi paiono quanto mai opportuni.

Le testimonianze del Secondo Testamento non sono affatto univoche circa la nostra domanda: e questo per un motivo assai semplice: i testi che vengono a comporre il canone neotestamentario sorgono in luoghi e periodi tra loro assai distinti e distanti. La teologia sottesa dal vangelo secondo Marco, non è la stessa che si può ricavare dalla lettura attenta del vangelo secondo Giovanni o dallo studio dell'epistolario paolino. In estrema sintesi, si può riscontrare che NON VI E' ALCUNA TESTIMONIANZA RICONDUCIBILE AI SINOTTICI (Marco, Matteo, Luca) ATTRAVERSO CUI SI POSSA RICONOSCERE CHE GESU' E' DIO. TUTTE LE AFFERMAZIONI CHE AVALLANO TALE INTERPRETAZIONE SONO RISCONTRABILI ESCLUSIVAMENTE IN GIOVANNI E NELL'APOSTOLO PAOLO. Questo, lo ripeto, per il semplice fatto che non si può parlare di una “teologia” del Secondo Testamento ma, soltanto, di “teologie”, al plurale, le quali restituiscono riflessioni, sensibilità, percorsi comunitari tra loro diversi (non incompatibili: diversi).

La confessione dei primi cristiani dell'area palestinese (quella in cui Gesù visse e predicò) è quella secondo cui Gesù è “il messia” (christòs, traduzione greca dell'ebraico mashiah) mandato da Dio ad Israele (prima) e (attraverso Israele, poi) a tutti i popoli; e, in secondo luogo, quella che attesta che Gesù è il figlio di Dio (e non, come divenne in seguito, il “Dio figlio”: sono due cose profondamente diverse). Nessuna identità (che del resto escluderebbe una relazione) tra Padre e figlio: del resto (e anche questo è un fatto, vangeli alla mano) GESU' NON PREDICO' MAI SE STESSO, bensì l'evangelo del Regno secondo la volontà del Padre (a cui ogni suo insegnamento rinvia).

La cosiddetta “confessione di fede trinitaria” non è biblica, ma ecclesiastica: la stabilirono i concili del cristianesimo tardo-antico, in particolare quello di Nicea (nel 325) e, in maniera (per così dire) definitiva il concilio di Calcedonia (nel 451). Come si può notare, siamo in date assai distanti dalla predicazione di Gesù e dalla nascita del movimento cristiano delle origini. Ma, ancora una volta, il problema è un altro: quello di ordine cronologico, infatti, è secondario rispetto a quello di natura POLITICA. Le decisioni assunte dai primi concili ecumenici, di fatto, godettero dell'appoggio dei poteri costituiti e rivestirono la chiara funzione di strumenti di controllo sociale. Ciò che venne deciso in ambito conciliare, pertanto, non si afferma a causa della sua verità (argomento sempre discutibile e tanto spesso abusato), ma a causa della sua convenienza: l'eresia, del resto, è sempre definita tale dalla posizione che storicamente si afferma e che si autoproclama, in tal modo, “ortodossa”.

Il cristianesimo storico ha una pessima abitudine: dimentica con eccessiva facilità il fatto che, in realtà, esso discende da un eretico e non da un ortodosso: anzi, l'ortodossia del tempo condannò Gesù. Ironia della sorte (amara ironia, in verità): il cristianesimo è divenuto, da movimento di perseguitati, istituzione di persecutori.

Il primo tradimento del cristianesimo (come annuncio evangelico) fu la chiesa come istituzione e le decisioni che essa assunse come “normative”.

Per questo, e concludo, la questione cosiddetta dell'antitrinitarismo risorge sempre in seno al cristianesimo, ed è destinata a non estinguersi mai del tutto. Le ragioni fondamentali di questo destino ineluttabile sono due: in primo luogo, la tesi antitrinitaria ha un fondamento biblico; in secondo luogo l'ortodossia ha sempre cercato di estirpare tale tesi non mediante gli argomenti, ma con la violenza. La quale, si sa, si utilizza in mancanza di argomenti. Per questo la violenza non ha mai convinto nessuno, ma soltanto costretto molti: o alla ritrattazione, o alla persecuzione.

Pertanto, caro Enzo, credo che si possa essere cristiani anche senza essere trinitari: e questo prendendo a fondamento le Scritture. Attenzione: non dico che si debba esserlo, che chi è trinitario sia “in errore” (finirei per commettere la medesima violenza che denuncio). Intendo soltanto dire che un cristianesimo non trinitario dovrebbe avere diritto di cittadinanza nelle chiese, perché attestato dalle Scritture: è difficile non ammettere, infatti, che molti dei cristiani del primo secolo (almeno) erano quasi sicuramente monoteisti e proclamavano la loro fede in Gesù “messia e figlio di Dio” (vangelo secondo Marco, capitolo 1, versetto 1).

Dio, pertanto, caro Enzo, non è “ebreo”: però, sì, è il Dio del popolo ebraico e (poi) anche Dio nostro. Siamo debitori della nostra fede e dei suoi fondamenti al popolo ebraico, in tutto e per tutto: e il Dio biblico, il Dio che confessiamo, è il Dio che si è rivelato ad Israele, accompagnandone le sofferte vicende di cui spesso anche noi chiese cristiane ci siamo rese responsabili.

Un saluto affettuoso

Il pastore della chiesa valdese di Trapani e Marsala

Alessandro Esposito

Tratto da: http://www.chiesavaldesetrapani.com/forum-pubblico/forum-chiesa-valdese/382-ma-gesu-e-dio.html#382



----------------- Confutazione ------------------

Ora, le affermazioni di questo pastore, che in maniera inequivocabile negano la Trinità e la divinità del nostro Signore Gesù Cristo, sono eretiche, e quindi vanno rigettate. Il concetto di un Dio Uno e Trino, quindi di una Divinità Unica ma composta dalla persona del Padre, da quella del Figlio e da quella dello Spirito Santo, che sono tutte e tre Divinità, è ampliamente dimostrato nelle Scritture. Qui di seguito vi trascrivo il mio insegnamento sulla Trinità, affinché possiate rendervi conto da voi stessi di quello che dico, e affinché possiate guardarvi da tutti quei cosiddetti Evangelici che al pari di questo pastore dicono queste menzogne e nello stesso tempo turargli la bocca.


Sulla Trinità

La Divinità è composta da Dio Padre, dal suo Figliuolo Gesù Cristo, e dallo Spirito Santo. Questa dottrina viene comunemente denominata la dottrina della Trinità ed è una dottrina molto importante che nel passato fu attaccata ed è tuttora attaccata da molte sètte, e possiamo dire è alla base della nostra fede. Prima di passare a dimostrare la Trinità con le Scritture voglio dire qualche parola su questo termine non presente nelle sacre Scritture. Il termine Trinità deriva dal latino Trinitas che significa ‘la riunione di tre’, una parola coniata da Tertulliano di Cartagine (uno dei cosiddetti padri della Chiesa), alla fine del secondo secolo dopo Cristo, per illustrare il concetto che la Divinità è composta da Tre persone divine, ossia il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo. Il fatto dunque che la parola Trinità non sia presente nelle Scritture è relativo, perché come abbiamo già visto e come vedremo meglio fra poco il concetto di un Dio trino è abbondantemente presente nelle Scritture. Per fare un paragone con il nome di un’altra dottrina biblica non presente (il nome) nella Bibbia è come dire che nella Bibbia quantunque non sia presente l’espressione ‘l’immortalità dell’anima’ vi è chiaramente presente il concetto dell’immortalità dell’anima. E così nella Bibbia quantunque non ci sia la parola Trinità c’è il concetto della Trinità.

Passi della Scrittura attestanti il concetto della Trinità

Ÿ "Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per esser da lui battezzato. Ma questi vi si opponeva dicendo: Son io che ho bisogno d’esser battezzato da te, e tu vieni a me? Ma Gesù gli rispose: Lascia fare per ora; poiché conviene che noi adempiamo così ogni giustizia. Allora Giovanni lo lasciò fare. E Gesù, tosto che fu battezzato, salì fuor dell’acqua; ed ecco i cieli s’apersero, ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo é il mio diletto Figliuolo nel quale mi son compiaciuto" (Matt. 3:13-17). In questo evento che si verificò al Giordano vediamo il Padre che parlò dal cielo, il Figliuolo che era sulla terra che fu battezzato da Giovanni, e lo Spirito Santo che discese su lui in forma corporea a guisa di colomba.

Ÿ Gesù disse ai suoi discepoli: "Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi in perpetuo, lo Spirito della verità..." (Giov. 14:16-17). Gesù, mentre era ancora sulla terra con i suoi discepoli, era il Consolatore che Dio aveva mandato per consolare quelli che facevano cordoglio, ma siccome Egli doveva tornare al Padre che lo aveva mandato, pregò il Padre di dare ai suoi discepoli un altro Consolatore, appunto lo Spirito Santo il quale sarebbe rimasto con loro per sempre. Il Padre quindi, supplicato dal suo Figliuolo, ha mandato lo Spirito della verità per supplire alle necessità che si vennero a creare con la dipartenza del suo Figliuolo. Il concetto della trinità è evidente nelle parole di Gesù.

Ÿ Gesù, prima di essere assunto in cielo, disse ai suoi discepoli: "Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo...." (Matt. 28:19). Il battesimo in acqua, che ricordiamo non purifica dai peccati perché è la richiesta di una buona coscienza fatta a Dio, deve essere ministrato nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Il Signore non avrebbe mai comandato una simile cosa se Lui, il Padre e lo Spirito Santo non fossero stati uno.

Ÿ Paolo dice ai Romani: "E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rom. 8:11). In queste parole troviamo Dio Padre che ha risuscitato Gesù; il Figliuolo che é stato da Lui risuscitato; e lo Spirito Santo che Egli ha mandato nei nostri cuori. Anche qui il concetto della trinità é espresso in maniera chiara.

Ÿ Paolo, al termine di una delle sue epistole ai Corinzi, scrisse: "La grazia del Signor Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi" (2 Cor. 13:13). Anche qui le tre persone sono nominate distintamente, ma benché ciò sono una stessa cosa.

Ÿ Paolo agli Efesini dice: "V’è... un unico Spirito...V’è un solo Signore... un Dio unico e Padre di tutti, che é sopra tutti, fra tutti ed in tutti" (Ef. 4:4,5,6). Anche da queste parole comprendiamo come le tre persone divine di cui é composta la Divinità, sono distinte tra loro ma unite tra loro in perfetta unità.

Ÿ Paolo disse ai Corinzi: "Or vi é diversità di doni, ma v’è un medesimo Spirito. E vi é diversità di ministerî, ma non v’è che un medesimo Signore. E vi é varietà di operazioni, ma non v’è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti" (1 Cor. 12:4-6). Notate come Paolo menziona prima lo Spirito, poi il Signore Gesù Cristo e poi Dio. Anche queste sue parole fanno capire come queste tre persone divine, benché distinte l’una dall’altra, sono uno stesso Dio.

Ÿ La Scrittura condanna le tre bestemmie indirizzate a tutte e tre le persone della Divinità. Chi bestemmia il nome di Dio si rende colpevole di un peccato perché é scritto: "Non bestemmierai contro Dio" (Es. 22:28); anche chi bestemmia contro il Figliuol dell’uomo e contro lo Spirito Santo si rende colpevole di un peccato. Ma il fatto é che mentre coloro che bestemmiano contro Dio e contro il Figliuol dell’uomo possono essere perdonati, chi bestemmia contro lo Spirito Santo non può ottenere la remissione del suo peccato, perché Gesù disse: "Ai figliuoli degli uomini saranno rimessi tutti i peccati e qualunque bestemmia avranno proferita; ma chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ha remissione in eterno, ma é reo d’un peccato eterno" (Mar. 3:28-29). Queste parole del Signore ci fanno capire come lo Spirito Santo sia una persona divina distinta dal Figliuolo di Dio e dal Padre; per questo noi quando parliamo del Figliuolo non parliamo dello Spirito Santo e viceversa; e perché quando parliamo del Padre non parliamo né del Figliuolo e né dello Spirito Santo, appunto perché i tre sono differenti. Per farvi capire questo concetto vi parlo in questa maniera: noi non possiamo dire che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo é morto sulla croce per i nostri peccati, perché questo non corrisponde al vero, infatti la Scrittura dice che Cristo, il Figlio di Dio, morì sulla croce, e non il Padre. Noi non possiamo dire neppure che lo Spirito Santo sia morto per i nostri peccati perché anche questo non é vero. Noi non possiamo dire neppure che lo Spirito Santo battezza con lo Spirito Santo perché la Scrittura attesta che è Cristo che battezza con lo Spirito Santo e con il fuoco. Però, benché dobbiamo nominare separatamente il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo, e le loro caratteristiche, pure sappiamo che i tre sono una stessa cosa. Fratelli, ci troviamo davanti ad un mistero, per questo le nostre parole non riescono a spiegarlo.

Ed a proposito di misteri, a riguardo della Trinità che non è comprensibile alla mente umana, alcuni dicono che Dio non può essere onorato da un concetto che ‘nessuno capisce’ e che i cristiani devono conoscere l’Iddio che adorano per cui non c’è spazio per i misteri! Questi sono vani ragionamenti che son fatti da persone che dimenticano che Tsofar di Naama disse: "Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? arrivare a conoscere appieno l’Onnipotente? Si tratta di cose più alte del cielo... e tu che faresti? di cose più profonde del soggiorno de’ morti... come le conosceresti?" (Giob. 11:7-8); parole queste che si possono benissimo applicare anche al concetto di Dio trino. No, non è vero che non c’è spazio per i misteri; perché lo spazio dedicato ai misteri attorno a Dio, alla sua natura e al suo modo di agire c’è ed è vasto. Ma quantunque ci siano dei misteri divini a noi non rivelati pure noi siamo pienamente consci di avere conosciuto Dio perché Giovanni dice: "Figliuoletti, v’ho scritto perché avete conosciuto il Padre" (1 Giov. 2:14); ed anche: "Chiunque ama è nato da Dio e conosce Iddio" (1 Giov. 4:7). E’ evidente però che questo non significa che per noi tutto è chiaro e non rimangano più dei misteri che riguardano Dio perché è altresì scritto: "Noi conosciamo in parte" (1 Cor. 13:9) ed anche che "ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro" (1 Cor. 13:12). Ma viene il giorno in cui conosceremo appieno come anche siamo stati appieno conosciuti. A Dio sia la gloria in eterno. Amen.

La perfetta unità esistente tra il Figlio ed il Padre

Gesù nei giorni della sua carne fece menzione della perfetta unità che vi era tra di lui e il Padre in diverse maniere. Egli disse: "Io ed il Padre siamo uno" (Giov. 10:30); "Nella vostra legge é scritto che la testimonianza di due uomini é verace. Or son io a testimoniar di me stesso, e il Padre che mi ha mandato testimonia pur di me" (Giov. 8:17-18); "Credetemi che io sono nel Padre e che il Padre é in me" (Giov. 14:11); "Le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa similmente. Poiché il Padre ama il Figliuolo, e gli mostra tutto quello che Egli fa; e gli mostrerà delle opere maggiori di queste, affinché ne restiate maravigliati. Difatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figliuolo vivifica chi vuole. Oltre a ciò, il Padre non giudica alcuno, ma ha dato tutto il giudicio al Figliuolo, affinché tutti onorino il Figliuolo come onorano il Padre" (Giov. 5:19-23); "Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figliuolo d’aver vita in se stesso; e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figliuol dell’uomo" (Giov. 5:26-27); "Chi crede in me, crede non in me, ma in Colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede Colui che mi ha mandato" (Giov. 12:44-45); "Se m’aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre" (Giov. 14:7); "Niuno conosce appieno il Figliuolo, se non il Padre; e niuno conosce appieno il Padre, se non il Figliuolo" (Matt. 11:27); "Tutte le cose che ha il Padre, son mie" (Giov. 16:15); "E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me" (Giov. 17:22-23). Per spiegare questa perfetta unione e collaborazione che esisteva ed esiste tuttora fra il Figliuolo ed il Padre metteremo ora a confronto fra loro alcuni passi della Scrittura.

Ÿ Gesù parlò ai Giudei della sua risurrezione in questa maniera: "Disfate questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere" (Giov. 2:19), facendo capire che lui stesso avrebbe risuscitato il suo corpo dopo che esso sarebbe stato ucciso; mentre Pietro disse ai Giudei: "Uccideste il Principe della vita, che Dio ha risuscitato dai morti" (Atti 3:15), facendo chiaramente capire che fu Dio a fare risorgere il corpo di Cristo Gesù.

Ÿ Gesù, quando promise ai suoi discepoli lo Spirito Santo, disse: "Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa" (Giov. 14:26), ed anche: "Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me" (Giov. 15:26), facendo capire chiaramente che lo Spirito Santo sarebbe stato mandato sia dal Padre che dal Figliuolo (rimane il fatto però che lo Spirito Santo procede dal Padre come disse lo stesso Gesù).

Ÿ Gesù disse, parlando delle sue pecore: "Io do loro la vita eterna" (Giov. 10:28), e nella preghiera che rivolse al Padre disse: "Padre, l’ora é venuta; glorifica il tuo Figliuolo, affinché il Figliuolo glorifichi te, poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, onde egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato" (Giov. 17:1-2), facendo chiaramente capire che chi dona la vita eterna é lui. Paolo invece dice ai Romani: "Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rom. 6:23), e Giovanni dice: "Iddio ci ha data la vita eterna" (1 Giov. 5:11), facendo ambedue capire chiaramente che è Dio a dare la vita eterna. Possiamo dunque dire che la vita eterna la dà sia il Padre che il Figliuolo.

Ÿ Gesù disse: "Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno" (Giov. 6:40). Notate che Gesù qui ha detto che sarà lui a risuscitare noi che abbiamo creduto in lui. Ma è altresì scritto che sarà Dio a risuscitarci infatti Paolo ai Corinzi disse: "E Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche noi mediante la sua potenza" (1 Cor. 6:14).

Ÿ Paolo dice ai Romani: "... fra i quali Gentili siete voi pure, chiamati da Gesù Cristo.." (Rom. 1:6). Quindi colui che ci ha chiamati è Cristo. Ma sempre Paolo dice più avanti in questa epistola che quelli che Dio ha preconosciuti "li ha pure predestinati ad esser conformi all’immagine del suo Figliuolo, ond’egli sia il primogenito fra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati..." (Rom. 8:29-30). Quindi noi siamo stati chiamati da Dio e da Cristo Gesù.

Ÿ Paolo dice a Timoteo: "Io rendo grazie a colui che mi ha reso forte, a Cristo Gesù, nostro Signore, dell’avermi egli reputato degno della sua fiducia, ponendo al ministerio me..." (1 Tim. 1:12). Questo significa che Paolo fu approvato da Cristo che lo stimò degno della sua fiducia affidandogli il ministerio della Parola. Lo stesso apostolo dice ai Tessalonicesi: "... siccome siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare l’Evangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori" (1 Tess. 2:4). Quindi lui era stato approvato da Dio e da Cristo Gesù.

Ÿ Paolo disse agli anziani di Efeso: "Ma io non fo alcun conto della vita, quasi mi fosse cara, pur di compiere il mio corso e il ministerio che ho ricevuto dal Signor Gesù..." (Atti 20:24). Quindi fu Cristo a stabilirlo ministro del Vangelo, e questo lo confermò anche a Timoteo quando gli disse che lui rendeva grazie a Cristo che lo aveva reputato degno della sua fiducia ponendo al ministerio lui che prima era stato un bestemmiatore, un persecutore e un oltraggiatore (cfr. 1 Tim. 1:12-13). Ma ai Colossesi Paolo dice che fu Dio a dargli il ministerio: ‘... io sono stato fatto ministro, secondo l’ufficio datomi da Dio per voi di annunziare nella sua pienezza la parola di Dio" (Col. 1:25).

I Tre operano di comune accordo

I seguenti esempi mostrano come il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo operano tutte le cose assieme e di comune accordo.

Ÿ L’uomo fu creato dal Padre, dal Figliuolo e dallo Spirito Santo.

Nel libro della Genesi, a riguardo della creazione dell’uomo, troviamo scritto: "Poi Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza..." (Gen. 1:26). Queste parole mostrano come Dio, quando parlò, usò il verbo al plurale e non al singolare infatti egli non disse: ‘Farò’, ma bensì: "Facciamo". Con chi parlò? Con gli angeli forse? Affatto, perché essi sono delle creature. Egli parlò con la Parola che era con Lui, e con lo Spirito eterno che era altresì con Lui.

Ÿ Dio, la Parola e lo Spirito Santo ci hanno formato nel seno di nostra madre.

Davide dice a Dio: "Poiché sei tu che hai formato le mie reni, che m’hai intessuto nel seno di mia madre...." (Sal. 139:13). Elihu disse a Giobbe: "Lo Spirito di Dio mi ha creato..." (Giob. 33:4). Giovanni dice che "ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei" (Giov. 1:3) riferendosi alla Parola di Dio; e quindi noi siamo stati formati dalla Parola di Dio nel seno di nostra madre.

Ÿ L’apostolo Paolo fu mandato a predicare da Dio Padre, dal Figliuolo e dallo Spirito Santo.

A Tito, l’apostolo Paolo dice: "Paolo, servitor di Dio e apostolo di Gesù Cristo per la fede degli eletti di Dio e la conoscenza della verità che é secondo pietà, nella speranza della vita eterna la quale Iddio, che non può mentire, promise avanti i secoli, manifestando poi nei suoi proprî tempi la sua parola mediante la predicazione che é stata a me affidata per mandato di Dio, nostro Salvatore..." (Tito 1:1-3), facendo intendere che egli fu mandato a predicare da Dio Padre. Ai Corinzi lo stesso apostolo dice: "Cristo non mi ha mandato a battezzare ma ad evangelizzare..." (1 Cor. 1:17), facendo capire che lui fu mandato a predicare ai Gentili dal Figliuolo di Dio. Se poi a questi passi si aggiunge quello che dice: "Essi [Barnaba e Saulo] dunque, mandati dallo Spirito Santo, scesero a Seleucia, e di là navigarono verso Cipro" (Atti 13:4) allora noteremo come furono tutti e tre, cioè il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo, che di comune accordo mandarono Paolo a predicare l’Evangelo ai Gentili.

Ÿ Per ciò che concerne la nostra salvezza dobbiamo dire che i tre, cioè il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo, hanno operato assieme in perfetta collaborazione.

Il Padre ha mandato lo Spirito Santo secondo che è scritto: ".. lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome..." (Giov. 14:26), il quale ci ha convinti quanto al peccato, alla giustizia ed al giudizio secondo che é scritto: "E quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia, e al giudizio" (Giov. 16:8); poi Egli ci ha attratti al Figliuolo secondo che disse Gesù: "Niuno può venire a me se non che il Padre, il quale mi ha mandato, lo attiri" (Giov. 6:44), ed anche: "Tutto quel che il Padre mi dà, verrà a me" (Giov. 6:37); ed il Figliuolo ci ha salvati dai nostri peccati secondo che é scritto: "Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi" (Gal. 5:1).

Ÿ Il processo di trasformazione all’immagine del Figliuolo di Dio che é cominciato in noi e che sta tuttora proseguendo è compiuto da tutte e tre le persone della Deità, nessuna esclusa.

Ecco i passi che lo confermano. Paolo ai Filippesi dice: "Dio è quel che opera in voi il volere e l’operare, per la sua benevolenza" (Fil. 2:13). Ai Corinzi egli dice: "Cristo che verso voi non é debole, ma é potente in voi" (2 Cor. 13:3), e sempre ai Corinzi dice: "E noi tutti, contemplando a faccia scoperta, come in uno specchio, la gloria del Signore, siam trasformati nella stessa immagine, di gloria in gloria, come per lo Spirito del Signore" (2 Cor. 3:18 Diod.).

Ÿ L’opera di santificazione è compiuta da Dio Padre, dal Figliuolo e dallo Spirito Santo.

Le seguenti Scritture lo confermano: Paolo dice ai Tessalonicesi: "Or l’Iddio della pace vi santifichi Egli stesso completamente..." (1 Tess. 5:23). Lo scrittore agli Ebrei afferma: "Poiché e colui che santifica [Cristo] e quelli che son santificati, provengon tutti da uno..." (Ebr. 2:11). Pietro dice nella sua epistola che noi siamo stati "eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito..." (1 Piet. 1:2).

Ÿ Per ciò che concerne la guida dobbiamo dire che siamo guidati da Dio, dal suo Cristo e dallo Spirito Santo.

Le seguenti Scritture lo confermano. Nei Salmi è scritto di Dio : "Poiché questo Dio è il nostro Dio in sempiterno; egli sarà la nostra guida fino alla morte" (Sal. 48:14). In Matteo, Gesù dice: "E non vi fate chiamar guide, perché una sola è la vostra guida, il Cristo" (Matt. 23:10). In Giovanni é scritto: "Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità" (Giov. 16:13).

Noi credenti riconosciamo di conoscere in parte, riconosciamo che la conoscenza di questo mistero è troppo alta per noi, tanto alta che noi non ci possiamo arrivare; a ciascuno di noi la Scrittura dice tuttora: "Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? arrivare a conoscere appieno l’Onnipotente? Si tratta di cose più alte del cielo...e tu che faresti? di cose più profonde del soggiorno de’ morti...come le conosceresti? La lor misura è più lunga della terra, più larga del mare" (Giob. 11:7-9). Siamo in grado, per ora, solo di esaminare le Scritture che parlano del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, ma non siamo in grado di spiegare come i tre sono una stessa cosa. Noi non abbiamo tre dii, perché noi non siamo politeisti come lo sono tante popolazioni sulla terra; ma noi abbiamo un solo Dio, in Lui crediamo, Lui conosciamo, Lui amiamo, Lui serviamo, Egli é l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo; abbiamo pure un solo Signore, il Figlio di Dio; ed abbiamo pure un unico Spirito nei nostri cuori, quello eterno del nostro Dio per il quale gridiamo: Abba! Padre! Queste tre persone sono Dio ab eterno in eterno. Amen.

I Tre sono Uno e dimorano in noi

Ora vediamo delle Scritture dalle quali si comprende che in noi figliuoli di Dio dimorano sia il Padre che il Figliuolo che lo Spirito Santo.

Ÿ La Parola attesta che Dio il Padre dimora in noi con queste parole.

Gesù disse: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui" (Giov. 14:23).

Giovanni dice: "Chi confessa che Gesù é il Figliuol di Dio, Iddio dimora in lui, ed egli in Dio" (1 Giov. 4:15). Paolo dice: "Poiché noi siamo il tempio dell’Iddio vivente, come disse Iddio: Io abiterò in mezzo a loro e camminerò fra loro..." (2 Cor. 6:16).

Ÿ La Parola attesta che Gesù Cristo, il Figlio di Dio dimora in noi in queste maniere.

Gesù disse: "Dimorate in me, e io dimorerò in voi... Colui che dimora in me e nel quale io dimoro porta molto frutto..." (Giov. 15:4,5). Paolo dice agli Efesini: "Io piego le ginocchia dinanzi al Padre,... perch’Egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, d’esser potentemente fortificati mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori..." (Ef. 3:14-17). Ai Colossesi, lo stesso apostolo dice: "Ai quali [ai santi] Iddio ha voluto far conoscere qual sia la ricchezza della gloria di questo mistero fra i Gentili, che é Cristo in voi, speranza della gloria" (Col. 1:27). Ai Galati: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo, ma é Cristo che vive in me.." (Gal. 2:20). Ai Romani: "E se Cristo é in voi, ben é il corpo morto a cagion del peccato..." (Rom. 8:10). Ai Corinzi: "Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede; provate voi stessi. Non riconoscete voi medesimi che Gesù Cristo é in voi?" (2 Cor. 13:5).

Ÿ La Parola attesta nelle seguenti maniere che lo Spirito Santo dimora in noi (tenete presente che Esso é chiamato sia Spirito di Dio che Spirito del suo Figliuolo).

Gesù disse: "Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi" (Giov. 14:17). Paolo dice ai Romani: "Or voi non siete nella carne ma nello spirito, se pur lo Spirito di Dio abita in voi; ma se uno non ha lo Spirito di Cristo, egli non é di lui" (Rom. 8:9). Ai Corinzi egli dice: "Non sapete voi che il vostro corpo é il tempio dello Spirito Santo che é in voi, il quale avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?" (1 Cor. 6:19). Ai Galati: "E perché siete figliuoli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figliuolo nei nostri cuori, che grida: Abba, Padre" (Gal. 4:6). A Timoteo: "Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi" (2 Tim. 1:14). Giacomo dice: "Ovvero pensate voi che la Scrittura dichiari invano che lo Spirito ch’Egli ha fatto abitare in noi ci brama fino alla gelosia?" (Giac. 4:5).

Come potete vedere fratelli, queste Scritture parlano in maniera chiara; in noi abita Dio, Cristo Gesù e lo Spirito Santo. Ma come possiamo comprendere tutto ciò? Non possiamo, possiamo solo accettarlo per fede per ora. O profondità della sapienza e della conoscenza di Dio, quanto imperscrutabili sono le sue opere!



A proposito della divinità di Cristo

Gesù Cristo era, è e sarà sempre Dio. Quando diciamo che Egli è Dio intendiamo che egli è divino come lo è il Padre, o detto in altri termini Uno, quanto alla sostanza, con il Padre e perciò senza un principio e senza una fine. Citerò adesso alcuni passi della sacra Scrittura tratti dal Nuovo Testamento che affermano con ogni franchezza che Gesù è Dio.

Ÿ Giovanni dice: "Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa é stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.... E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità" (Giov. 1:1-3;14). Dunque, siccome è detto chiaramente che la Parola era Dio e che la Parola è stata fatta carne, noi dichiariamo che Dio è stato manifestato in carne nella persona di Cristo Gesù. Le seguenti parole scritte nei Salmi: "I cieli furon fatti dalla parola dell’Eterno" (Sal. 33:6), confermano ciò che Giovanni ha detto cioè che "la Parola era Dio" (Giov. 1:1) perché noi sappiamo che i cieli sono stati fatti da Dio secondo che è scritto: "Nel principio Iddio creò i cieli e la terra" (Gen. 1:1); perciò se la Parola di Dio non fosse stata Dio essa non avrebbe potuto creare i cieli.

Ÿ Gesù disse: "Io ed il Padre siamo uno" (Giov. 10:30). Non è forse chiaro il significato di queste parole dette da Gesù? Lui ed il Padre benché siano due persone distinte sono Dio. Per spiegare questa unione tra il Figlio e il Padre (formanti un solo Dio pur rimanendo distinti) con alcuni esempi biblici, diciamo che è come quella tra l’uomo e la donna sposati secondo che è scritto: "..e saranno una stessa carne" (Gen. 2:24) ed anche: "non son più due, ma una sola carne" (Matt. 19:6). E’ chiaro che marito e moglie rimangono due persone distinte, ma davanti a Dio diventano una sola carne. Anche quando la Scrittura dice che "chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui" (1 Cor. 6:17) parla di un unione che non esclude però la separazione e la diversità di coloro di cui parla, infatti essa non ha inteso dire che l’uomo che si unisce a Cristo diventa lo Spirito di Dio o si fonde con Esso o diventa Cristo e perciò Dio perché in questo caso Essa avrebbe divinizzato l’uomo. L’uomo continua ad essere uomo, e il suo spirito continua a rimanere distinto dallo Spirito di Dio infatti Paolo ai Romani dice che "lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio" (Rom. 8:16). Quindi, sì unione tra l’uomo e la donna, sì unione tra il credente e il Signore; ma un unione nella diversità. Alcuni dicono invece che le parole di Gesù sulla sua unione con il Padre significano solo che il Figliuolo ed il Padre sono uno nell’accordo e nel proposito. Ma noi diciamo: ‘Se fosse solo questo il significato delle parole di Gesù perché i Giudei subito dopo che egli le pronunziò presero delle pietre per lapidarlo?’ Non è forse un’altra, e precisamente perché egli si faceva uguale a Dio, la ragione per cui essi presero delle pietre per lapidarlo? Sì, infatti è scritto che i Giudei gli dissero: "Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio" (Giov. 10:33). Il fatto di dichiararsi solo d’accordo con Dio non avrebbe scatenato l’ira di quei Giudei increduli.

Ÿ Gesù rispose a quell’uomo che lo aveva chiamato "Maestro buono" (Mar. 10:17): "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Iddio" (Mar. 10:18). Ora, qualcuno dirà: ‘Perché prendere questo passo per attestare che Gesù è Dio? Per questo motivo, perché Gesù non rifiutò di essere chiamato buono, ma chiese solo a quell’uomo perché lo chiamasse buono dato che solo Dio è buono. E quindi, dato che Dio solo è buono il Maestro è Dio, perché Egli è buono. Se Gesù non fosse stato buono certamente avrebbe detto a quell’uomo di chiamare buono solo Dio, e perciò implicitamente si sarebbe dichiarato solo un uomo. Ma proprio perché Egli era una stessa cosa con Dio Padre, Egli era buono. Quindi, noi facciamo bene a chiamarlo Maestro buono, perché Egli è Dio.

Ÿ Paolo disse di Gesù Cristo ai Colossesi che "in lui si compiacque il Padre di far abitare tutta la pienezza" (Col. 1:19). Ed è proprio in virtù del fatto che in Cristo abitò tutta la pienezza della Divinità che noi abbiamo potuto ricevere da lui grazia sopra grazia infatti Giovanni dice: "E’ della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia" (Giov. 1:16). In altre parole noi non avremmo potuto ricevere da Cristo né la salvezza, né la vita, né la pace e nessun altra benedizione se in Lui non avesse dimorato la pienezza della Deità, ovvero se Egli non fosse stato Dio.

Ÿ L’apostolo Paolo disse ai Romani: "Dai quali [dagli Israeliti] è venuto, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen" (Rom. 9:5). Quindi Cristo Gesù, benché fu trovato nell’esteriore come un uomo, é l’Iddio che è benedetto per l’eternità.

Ÿ Paolo dice a Tito: "Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Iddio e Salvatore, Cristo Gesù..." (Tito 2:13). Ora, il profeta Daniele chiamò Dio "il grande Iddio", infatti dopo che parlò al re Nebucadnetsar gli disse: "Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d’ora innanzi" (Dan. 2:45); Geremia fece lo stesso infatti disse: "Tu sei l’Iddio grande" (Ger. 32:18); Davide riconobbe che solo Dio è grande quando disse: "Sì, io conosco che l’Eterno è grande" (Sal. 135:5); quindi se Paolo ha chiamato Gesù "il nostro grande Iddio" significa che lui credeva fermamente che Cristo è Dio. Se Gesù non fosse stato Dio, e perciò se egli non fosse stato uguale a Dio, Paolo non lo avrebbe giammai chiamato "il nostro grande Iddio", perché in tale modo avrebbe definito una creatura Dio, rendendosi colpevole di idolatria. Ricordatevi che Paolo era un Giudeo di nascita che sapeva molto bene che Dio aveva detto: "Non avere altri dii nel mio cospetto" (Es. 20:3), e perciò non si sarebbe mai permesso, se Gesù Cristo fosse stato solo un uomo, di chiamarlo "il nostro grande Iddio". Anche il fatto che Paolo abbia chiamato Gesù Cristo "il nostro Salvatore" mostra che egli credeva che Gesù era Dio. Egli sapeva che Dio aveva detto tramite Isaia: "Non v’é Salvatore fuori di me" (Is. 45:21), eppure egli non chiamò "nostro Salvatore" solo Dio Padre (in Tito dice: "La predicazione che è stata a me affidata per mandato di Dio, nostro Salvatore" [Tito 1:3], e a Timoteo dice: "Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comandamento di Dio nostro Salvatore" [1 Tim. 1:1], e: "Abbiamo posto la nostra speranza nell’Iddio vivente, che é il Salvatore di tutti gli uomini, principalmente dei credenti" [1 Tim. 4:10]) ma anche il suo Figliuolo Gesù Cristo secondo che è scritto in Tito: "Grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Salvatore" (Tito 1:4).

Ÿ L’apostolo Pietro ha chiamato anche lui Gesù Cristo "il nostro Dio e Salvatore", infatti all’inizio della sua seconda epistola è scritto: "Simon Pietro, servitore e apostolo di Gesù Cristo, a quelli che hanno ottenuto una fede preziosa quanto la nostra nella giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo" (2 Piet. 1:1). Anche lui come Paolo sapeva che esiste solo un Dio ed un solo Salvatore ma chiamò il Cristo che lui aveva conosciuto anche nei giorni della sua carne "nostro Dio e Salvatore", perché Egli lo è.

Ÿ Nel libro degli Atti degli apostoli tra le parole che Paolo rivolse agli anziani della chiesa di Efeso vi sono queste: "Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, la quale egli ha acquistata col proprio sangue" (Atti 20:28). Ora, in queste parole è detto che Dio ha acquistato la sua chiesa con il suo sangue, il che a prima vista parrebbe incredibile perché sappiamo che non è Dio che è morto sulla croce ed ha versato il suo sangue per noi, ma il suo unigenito Figliuolo. Ma esaminando attentamente questo passo e confrontandolo con altri passi della Scrittura noteremo che qui Paolo si riferisce al Figliuolo di Dio e non a Dio il Padre il quale nei giorni della carne del suo Figliuolo continuava ad essere assiso sul suo trono nel cielo. Ricordatevi che quando Toma disse a Gesù: "Signor mio e Dio mio" (Giov. 20:28), ammise implicitamente che il suo Dio era morto sulla croce, che aveva sparso il suo sangue per comprarci con esso, e poi era risorto; ma badate che non è che con quelle parole ammise che Dio Padre era morto sulla croce; dico questo per farvi comprendere che c’è sempre da fare una chiara distinzione tra Dio Padre e Dio Figliuolo. Sono due persone unite e della medesima sostanza da ogni eternità, ma nello stesso tempo diverse tra loro e devono essere nominate separatamente al fine di non scambiare l’una per l’altra. In conclusione, Gesù Cristo è l’Iddio che, secondo le parole di Paolo, ha comprato la sua chiesa con il suo sangue.

Ÿ Nella epistola agli Ebrei é scritto: "Dice del Figliuolo: Il tuo trono, o Dio, é ne’ secoli dei secoli.." (Ebr. 1:8). Anche da queste parole tratte dal quarantacinquesimo salmo si comprende chiaramente che il Figliuolo é Dio.

Ÿ Sempre in questa lettera è scritto: "E quando di nuovo introduce il Primogenito nel mondo, dice: Tutti gli angeli di Dio l’adorino" (Ebr. 1:6). Ora, noi sappiamo che gli angeli adorano solo Dio secondo che è scritto: "L’esercito de’ cieli t’adora" (Neh. 9:6); quindi, siccome gli angeli sanno che si deve adorare solo Dio (l’angelo di Gesù che apparve a Giovanni sull’isola di Patmo, quando vide che Giovanni si prostrò davanti a lui per adorarlo gli disse: "Guàrdati dal farlo... Adora Iddio!"[Ap. 22:9]) essi sanno e riconoscono che Gesù Cristo è Dio. E poi se Dio Padre ha ordinato ai suoi angeli di adorare il suo Figliuolo vuole dire che Egli stesso riconosce in Cristo Gesù la seconda persona della Divinità. Se Gesù non fosse Dio, il Padre non avrebbe giammai ordinato ai suoi angeli di adorarlo.

Ÿ Matteo dice che i magi "entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono..." (Matt. 2:11). Queste parole attestano che Gesù era Dio anche quando era in fasce, perché i magi venuti dall’Oriente gli rivolsero l’adorazione dovuta solo a Dio.

Ÿ Lo stesso apostolo dice alla fine del Vangelo da lui scritto che le donne accostatesi a Gesù risorto "gli strinsero i piedi e l’adorarono" (Matt. 28:9), e poi che i discepoli "andarono in Galilea sul monte che Gesù avea loro designato. E vedutolo, l’adorarono" (Matt. 28:16-17). Ora, siccome che è scritto nella legge: "Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto" (Matt. 4:10), di conseguenza Cristo era Dio. Se il Figliuolo non fosse stato Dio non solo Egli non sarebbe stato degno di essere adorato, ma anche avrebbe Egli stesso ripreso sia le donne che i suoi discepoli quando lo adorarono. Ricordatevi che Gesù non si tirò mai indietro dal riprendere i suoi quando questi lo meritarono; Egli sgridò Giacomo e Giovanni quando gli chiesero se voleva che dicessero di fare scendere il fuoco dal cielo per divorare quei Samaritani che non lo avevano ricevuto perché era diretto a Gerusalemme (cfr. Luca 9:51-56); e riprese Pietro perché questi non voleva che lui soffrisse e morisse (cfr. Matt. 16:22-23). Quindi se i suoi discepoli, adorandolo, si fossero resi colpevoli di idolatria Gesù li avrebbe sgridati e gli avrebbe detto: ‘Adorate Iddio!’; il fatto invece che Egli accettò la loro adorazione conferma che Gesù era Dio e non solo uomo.

Ÿ Paolo dice ai Filippesi: "Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù; il quale, essendo in forma di Dio non riputò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini...." (Fil. 2:5-7). In questa maniera Paolo ha confermato sia che Cristo Gesù era uguale a Dio, e sia che Egli come Figliuolo di Dio era presso il Padre avanti la fondazione del mondo.

Ÿ Nella lettera agli Ebrei è scritto: "Ma voi siete venuti... a Dio, il Giudice di tutti" (Ebr. 12:22,23). Dio in questo caso è chiamato il Giudice di tutti; ma anche il Figliuolo è il Giudice di tutti perché Pietro ha detto di lui "ch’egli è quello che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti" (Atti 10:42). Perciò dato che sappiamo che il giudicio appartiene all’Eterno, cioè al solo e vero Dio, e a nessun’altro, Gesù Cristo è Dio.

Ÿ Marco dice che Gesù disse a quell’uomo paralitico portato da quattro: "Figliuolo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (Mar. 2:5). Al che alcuni degli scribi che erano lì presenti ragionarono in cuore loro dicendo: "Perché parla costui in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati, se non un solo, cioè Dio?" (Mar. 2:7). Ma Gesù conosciuti i loro pensieri disse loro: "Perché fate voi cotesti ragionamenti ne’ vostri cuori? Che è più agevole, dire al paralitico: I tuoi peccati ti sono rimessi, oppur dirgli: Lèvati, togli il tuo lettuccio e cammina? Ora, affinché sappiate che il Figliuol dell’uomo ha potestà in terra di rimettere i peccati: Io tel dico (disse al paralitico), lèvati, togli il tuo lettuccio, e vattene a casa tua" (Mar. 2:8-11). Come potete vedere Gesù Cristo aveva il potere di rimettere i peccati. Perciò Gesù non poteva non essere Dio oltre che uomo e questo perché nei Salmi Davide dice di Dio: "Egli è quel che ti perdona tutte le tue iniquità" (Sal. 103:3), ed anche: "Tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato" (Sal. 32:5). Se lui fosse stato solo un uomo allora sì che avrebbe bestemmiato, ma il fatto è che Egli era, oltre che vero uomo, anche vero Dio e perciò aveva e continua ad avere il potere di rimettere i peccati agli uomini. Noi infatti abbiamo creduto in Lui ottenendo da lui la remissione dei peccati. Gloria al suo santo e benedetto nome ora e in eterno. Amen.



Giacinto Butindaro


http://www.lanuovavia.org/confutazione-pastore-valdese.html#

Gesù non era un rivoluzionario ma è venuto per "compiere" la Legge

Hobbes, la Bibbia e i Vangeli
Gesù non era un rivoluzionario ma è venuto per "compiere" la Legge
di
Bernardino Ferrero
12 Aprile 2009

Il Cristo non era un rivoluzionario. E’ questo il messaggio centrale che salta fuori con forza dalle pagine di “Gli insegnamenti politici di Gesù”, il libro dello scrittore americano Tod Lindberg. L’autore ha riletto i Vangeli limitandosi a indagare il messaggio "terreno" del Cristo, le parole su cui si fonda la “comunità gesuista”, come la definisce. Gesù non viene sulla Terra per sovvertire le regole, non è una specie di Che Guevara del mondo antico o il Profeta insubordinato caro a certa teologia della liberazione. Non si ribella alla Legge ma viene a “compiere” la Legge. Perché una legge, ai suoi come ai nostri tempi, c’è già. Era la legge biblica, una legge dura, severa, la “legge del taglione”. Uccidi i miei cari? Sarai ucciso. Occhio per occhio.

Potrà sembrare strano considerare questa crudele quanto ingenua forma di rivalsa una Legge in grado di dare stabilità all’ordine sociale, ma teniamo conto che Gesù non predicava in un mondo democratico come quello in cui siamo abituati a vivere – tanto più che anche nella nostra epoca la legge può assumere tratti vendicativi e al limite della persecuzione. Ma le leggi servono per venire fuori da un regime precedente che è molto peggiore: il mondo hobbesiano del “tutti contro tutti”, la legge del più forte, senza regole e senza limiti, l’anarchia e il terrore.

La società antica in cui Gesù si trova a predicare stava faticosamente uscendo da questa fase irrazionale del progresso umano. Gesù non vuole ribellarsi né alla legge dei suoi padri, né a quella dei padroni romani. Il suo obiettivo è “compiere” la legge biblica, andare oltre la legge verso una nuova idea di comunità che sia fondata sulla giustizia universale, la buona volontà e il rispetto degli uni verso gli altri. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi – dice – anche voi fatelo a loro”. E’ questa la regola d’oro per lasciarsi alle spalle il caos delle origini e dare compimento alle rigide e spesso impietose sentenze dei tribunali.

Possiamo trovare giustizia per i torti che abbiamo subito rivolgendoci ai giudici, nella speranza che riconoscano le nostre ragioni e puniscano i nostri avversari. Ma se la realtà in cui viviamo ce lo permette, cioè se non siamo sprofondati nella barbarie, c’è anche un altro modo per avere giustizia: confrontarci direttamente con il nostro nemico, perdonarsi reciprocamente, trovare una conciliazione nel nostro animo prima che sul banco degli imputati.

“Porgi l’altra guancia” non è semplicemente un gesto passivo, una forma di debolezza che ci espone alla mercé del nemico. E’ piuttosto un gesto attivo e, questo sì, ribelle. Sorprende il proprio avversario che – si badi bene, ci ha solo schiaffeggiato, umiliato, non accoltellato o ferito gravemente – con un linguaggio che non si aspetterebbe mai e che potrebbe indurlo a cambiare, a ritrovare in se stesso la luce della giustizia. Rileggendo il “Discorso della Montagna”, le preghiere come il “Padre Nostro”, le parabole, Lindberg fa emergere i tratti “politici” del messaggio del Cristo: l’idea di un mondo a venire che è già venuto (dovrà solo estendersi), e che si realizza ogni volta che gli uomini di “buona volontà” mettono in pratica gli insegnamenti del Vangelo.

http://www.loccidentale.it/articolo/ges%C3%B9+non+era+un+rivoluzionario+ma+viene+a+%22compiere%22+la+legge.0069623

EBRAISMO E TRINITA'

EBRAISMO E TRINITÀ



di Argentino Quintavalle



Šema` jiśrā’ēl JaHeWëH ’ëlōhênû JaHeWëH ’ëḥād

(Ascolta, Israele: l’Eterno, nostro Dio, l’Eterno è uno)



Nota redazionale: Apprezzo lo sforzo di Argentino Quintavalle per aver affrontato questa specifica questione. Personalmente non concordo con tutte le sue tesi. Nelle mie note redazionali mi limito a brevi interventi e soprattutto a indicare le opere in cui esprimo altri punti di vista o in cui affronto, discuto e critico alcuni aspetti delle stesse concezioni espresse dall’autore. {Nicola Martella}




Un rabbino di Philadelphia ha scritto: «I cristiani hanno naturalmente il diritto di credere in una concezione trinitaria di Dio, ma i loro tentativi di basare questa concezione sulla Bibbia ebraica devono chiudere gli occhi alla schiacciante testimonianza di questa Bibbia. Le Scritture ebraiche sono chiare e inequivocabili riguardo all’unità di Dio. La Bibbia ebraica afferma l’unità di Dio; il monoteismo e una fede intransigente in un unico Dio sono il marchio di garanzia della Bibbia ebraica, l’affermazione più decisa del giudaismo e l’incrollabile fede del Giudeo».

Se i cristiani sono accusati d’essere politeisti o triteisti e se anche è ammesso che il concetto cristiano della Trinità (nel senso di tri-unità) è una forma di monoteismo, un elemento ricorre sempre: non si può credere nella Trinità ed essere Giudeo. Quello che i cristiani credono essere monoteismo, non è ancora abbastanza monoteistico per essere considerato come vero dal giudaismo. L’articolo del rabbino sopraccitato riflette quest’opinione.

Egli continua a dire: «...da nessuna parte il concetto d’una pluralità o d’una trinità della Deità può essere trovata nella Bibbia ebraica». È bene allora iniziare con la vera fonte della teologia giudaica e con l’unico mezzo di prova: le Scritture ebraiche (Vecchio Testamento).

Uno degli ostacoli più grandi che trattengono gli ebrei ad accettare Gesù come loro Signore e Salvatore è la loro riluttanza a credere che Gesù abbia una natura soprannaturale. Inoltre, essi sono stati istruiti, sin da giovani, secondo i tredici principi di Maimonide, uno dei quali è il seguente: «Io credo fermamente che il Creatore, benedetto sia il Suo Nome, è Uno: non c’è un altro come Lui; Egli era, è e sarà sempre il nostro Dio».

Gli ebrei sono stati abituati a pensare che se credono che Dio sia Uno, allora quest’idea esclude qualsiasi idea che Dio possa manifestare se stesso attraverso Gesù il Messia. Hanno sempre pensato che il concetto cristiano della tri-unità di Dio fosse un’idea gentile e pagana. Ma non è così! I cristiani come pure gli ebrei devono credere in un Unico Dio. Non ce n’è un altro. Il Dio d’Abrahamo, Isacco e Giacobbe è il Dio del popolo ebraico e dei cristiani. Le Scritture del Vecchio Testamento sono autorevoli sia per il giudeo che per il cristiano.





1. TRI-UNITÀ NEL TANACH (Vecchio Testamento): Mentre è universalmente ammesso, sia dai giudei che dai cristiani, che Dio è Uno e che non c’è nessuno accanto a Lui, dobbiamo riconoscere che la tri-unità di Dio è insegnata nella Torà, nei Profeti e negli Scritti — l’intero Tanach — il Vecchio Testamento. Non solo nel Tanach ma anche nelle opere talmudiche e rabbiniche questo concetto è ben noto.



1.1. DIO È UNA PLURALITÀ

■ Il nome Elohim: Si è d’accordo che Elohim è un sostantivo plurale e che l’«im» finale indica il plurale maschile. La parola Elohim è utilizzata per il vero Dio in Gn 1,1, «Nel principio Dio creò i cieli e la terra», ed è utilizzata anche in Es 20,3, «Non avere altri dèi (Elohim) nel mio cospetto», e in Dt 13,2, «Andiamo dietro a dèi (Elohim) stranieri…». Mentre l’uso del plurale non prova una tri-unità, apre certamente la porta a una dottrina della pluralità nella Deità, dato che la parola è utilizzata sia per il vero Dio e sia per i molti falsi dèi.



■ Verbi plurali utilizzati con Elohim: Tutti gli studiosi ebrei riconoscono che la parola Elohim è un sostantivo plurale. Tuttavia, essi negano che ciò permetta di credere a una pluralità nella Deità. Di solito, il loro ragionamento è questo: quando «Elohim» è utilizzato per il vero Dio, è seguito da un verbo singolare; quando è utilizzato per i falsi dèi, è seguito da un verbo plurale. Il rabbino sopraccitato lo dichiara in questi termini: «Ma, infatti, il verbo utilizzato nel verso d’apertura della Genesi è “bārā’”, che significa “creò” — singolare. Non è una cosa così difficile per uno studente d’ebraico capire che il verso iniziale della Genesi parla chiaramente di Dio al singolare».

L’osservazione fatta, in generale è vera, poiché la Bibbia insegna che Dio è un solo Dio, e quindi, la struttura generale è quella d’avere un sostantivo plurale seguito da un verbo singolare quando si parla del vero Dio. Tuttavia, ci sono brani dove la parola è utilizzata per il vero Dio ma è seguita da un verbo plurale:

● Gn 20,13: «Or quando Dio (Elohim) mi fece errare lungi (letteralmente: Essi mi fecero - hit`û) dalla casa di mio padre…».

● Gn 35,7: «…perché qui Dio (Elohim) gli era apparso (letteralmente: Essi gli erano apparsi - niglû)».

● 2 Sm 7,23: «…Dio (Elohim) sia venuto (letteralmente: Essi sono venuti - hālekû)».

● Sal 58,11: «Certo c’è un Dio (Elohim) che giudica (letteralmente: Essi giudicano - šōpetîm)».



■ Il nome Eloah: Se la forma plurale Elohim fosse l’unica forma disponibile per riferirsi a Dio, allora si potrebbe asserire che gli scrittori delle Scritture ebraiche non avevano altra alternativa che utilizzare la parola Elohim sia per il vero Dio che per i molti falsi dèi. Tuttavia, esiste la forma singolare d’Elohim (Eloah) ed è utilizzata in passaggi come Dt 32,15-17 e Hb 3,3. Si sarebbe potuto utilizzare questa forma singolare in tanti altri casi. Essa ricorre solo 250 volte, mentre la forma plurale è utilizzata 2.600 volte. Il maggiore uso della forma plurale volge l’argomento a favore della pluralità nella Deità piuttosto che contro d’essa.



Nota redazionale: Se si fa un confronto con la Septuaginta, la traduzione greca dell’AT (3° sec. a.C.) — essa traduce il testo consonantico (cfr. i rotoli di Qumran), quindi antecedenti alla revisione masoretica del primo Medioevo — si prenderà atto che essa non ha fatto alcuna differenza fra Eloach (sg.) ed Elohîm (pl.), quando sono riferiti al Dio del patto, traducendoli ambedue con Theós e usando sempre i verbi al singolare, anche quando in ebraico c’è occasionalmente il plurale (!).




■ Pronomi plurali: Un altro caso da osservare nella grammatica ebraica è che spesso, quando Dio parla di se stesso, utilizza il pronome plurale: «Poi Dio (Elohim) disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”» (Gn 1,26).

Difficilmente avrebbe potuto fare riferimento agli angeli poiché l’uomo è stato creato a immagine di Dio e non a immagine d’angeli. Il Midrash Rabbah su Genesi riconosce la forza di questo passaggio e commenta come segue: «Rabbi Samuel Bar Nahman, a nome di Rabbi Jonathan, ha detto che quando Mosè scriveva la Torà, e scriveva una parte d’essa ogni giorno, quando giunse al verso che dice, “e Elohim disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”, Mosè disse: Padrone dell’universo, perché dai qui una scusa ai settari (che credono nella tri-unità di Dio)? Dio rispose a Mosè: Tu scrivi che chiunque vuole errare sarà lasciato errare» (Midrash Rabbah su Gn 1,26).

È evidente che il Midrash Rabbah prova semplicemente a girare intorno al problema e non è in grado di dare una risposta adeguata al fatto che Dio parla di se stesso al plurale. Sicuramente Dio non ha fatto scrivere a Mosè le Scritture per fare in modo che la gente sbagli, ma piuttosto per mostrare la via giusta e la rivelazione giusta, cioè che Dio è Uno e che Dio è trino e che chiama se stesso Elohim e che dice: «facciamo l’uomo». Quando Dio (Elohim) creò il mondo, ha voluto rendere assolutamente chiaro che la creazione non rispecchia un principio matematico unitariano. Elohim ha creato l’uomo come un essere composto d’una tri-unità – un corpo, un’anima e uno spirito, all’immagine di Dio; e per rendere questo più chiaro Dio rivela se stesso nella forma plurale Elohim e dice, «Facciamo l’uomo».

L’uso del pronome plurale lo si trova anche in:

● Gn 3,22: «Poi l’Eterno Dio (Jahwè Elohim) disse: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di Noi”».

● Gn 11,7: «Orsù, Scendiamo e Confondiamo quivi il loro linguaggio».

● Is 6,8: «Poi udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò? E chi andrà per Noi?”»

In quest’ultimo versetto sembra esserci una contraddizione tra il singolare «Io» (manderò) e il plurale «chi andrà per noi», a meno che non prendiamo in considerazione una pluralità (noi) in una unità (io).



■ Descrizioni plurali di Dio: Un altro punto che risalta dall’ebraico, è il fatto che i sostantivi e gli aggettivi utilizzati nel parlare di Dio sono spesso plurali. Alcuni esempi sono i seguenti:

● Sal 149,2: «Si rallegri Israele in Colui che lo ha fatto» (letteralmente: Coloro che lo hanno fatto - be`ōśājw).

● Gs 24,19: «…un Dio santo…» (letteralmente: DII SANTI - ’ëlōhîm qedōšîm).

● Is 54,5: «Il tuo Creatore è il tuo sposo» (letteralmente: CREATORI, SPOSI - `ōśajik, bō`alajik).

Tutto quello che abbiamo detto finora si basa esclusivamente sulla lingua ebraica delle Scritture. Se basiamo la nostra teologia solo sulle Scritture, dobbiamo dire che se da una parte affermano l’unità di Dio, nello stesso tempo tendono verso il concetto di un’unità composta che consente una pluralità nella Deità.



■ Lo Šema`: Dt 6,4: «Ascolta, Israele: l’Eterno, il nostro Dio, l’Eterno è uno».

Dt 6,4, conosciuto come Šema`, è stato da sempre la grande confessione d’Israele. Questo verso, più di qualsiasi altro, è utilizzato per affermare il fatto che Dio è uno, ed è spesso utilizzato per contraddire il concetto di pluralità nella Deità. Ma è valido l’uso che viene fatto di questo verso?

Deve essere subito notato che le parole «il nostro Dio», nel testo ebraico sono nella forma plurale (’ëlōhênû), e letteralmente vogliono dire: «i nostri Dèi». Tuttavia, l’enfasi principale è nella parola «uno», in ebraico ’eḥād. Uno sguardo nel testo ebraico, dove la stessa parola viene utilizzata altrove, mostra subito che la parola ’eḥād non significa «uno» in senso assoluto, ma «uno» in senso composito.

Per esempio, in Gn 1,5 la combinazione di «sera e mattina» costituiscono un giorno (’eḥād). In Gn 2,24 un uomo e una donna s’uniscono insieme in matrimonio e i due «saranno una stessa carne» (’eḥād). In Esd 2,64 ci è detto della «radunanza tutt’assieme» (’eḥād), ma naturalmente era composta da numerosa gente. Ez 37,17 fornisce uno straordinario esempio dove due bastoni sono accostati l’uno all’altro per farne un solo pezzo (’eḥād). Così, l’uso della parola ’eḥād, nelle Scritture, mostra d’essere un’unità composta e non assoluta.

C’è una parola ebraica che indica l’unità assoluta, ed è jeḥîd, che si trova in molti passi (Gn 22,2,12; Gdc 11,34; Sal 22,20; 25,16; Pr 4,3; Gr 6,26; Am 8,10; Zc 12,10) in cui il significato è «unico». Se Mosè voleva insegnare l’unità assoluta di Dio, in opposizione all’unità composta, questa sarebbe stata una parola di gran lunga più appropriata. Infatti, Maimonide ha notato la forza di «jeḥîd» e ha scelto d’usare questa parola nei suoi «Tredici articoli di fede» al posto di ’eḥād. Eppure, Dt 6,4 (lo Šema`) non utilizza «jeḥîd» in riferimento a Dio.



Nota redazionale: Per l’approfondimento della tematica, per la rappresentazione di altri aspetti della questione e per una diversa interpretazioni di questi elementi rispetto alle tesi sopra esposte, cfr. queste opere:

■ Nicola Martella, Esegesi delle origini, Le Origini 2 (Punto°A°Croce, Roma 2006), pp. 13s (’ëlōhîm in Gn 1,1); pp. 74s («Facciamo…» in Gn 1,26 quale «plurale della deliberazione»); p. 258 («come uno di noi» in Gn 3,22).

■ Nicola Martella, «Dio nella Genesi», Temi delle origini, Le Origini 1 (Punto°A°Croce, Roma 2006), pp. 15-19 (’ëlōhîm, ’ëlôach, Jahwè ’ëlōhîm e altri nomi di Dio).

■ Nicola Martella, Manuale Teologico dell’Antico Testamento (Punto°A°Croce, Roma 2002): «Tremendo», pp. 365ss (’ëlōhîm); «Dio: pluralità», pp. 141s; cfr. qui anche per l’antropologia biblica: «Antropologia 3: componenti principali», pp. 89s.




1.2. DIO È ALMENO DUE: Elohim e Jahwè sono applicati a due Personalità. Come per rendere più forte l’idea della pluralità, ci sono situazioni nelle Scritture ebraiche dove il termine Elohim è applicato a due personalità nello stesso verso.

Un esempio è Sal 45,6s: «Il tuo trono, o Dio, è per ogni eternità; lo scettro del tuo regno è uno scettro di dirittura. Tu ami la giustizia e odii l’empietà. Perciò Dio, il Dio tuo, ti ha unto d’olio di letizia a preferenza dei tuoi colleghi». Dovrebbe essere osservato che c’è un primo Elohim (v. 6) al quale vengono rivolte le parole, e un secondo Elohim (v. 7) che è il Dio del primo Elohim. E così l’Iddio di Dio l’ha unto con l’olio di letizia.

Un secondo esempio è Os 1,7: «Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante l’Eterno, il loro Dio; non li salverò mediante arco, né spada, né battaglia, né cavalli, né cavalieri». Chi parla è Elohim che dice che egli avrà compassione della casa di Giuda e li salverà mediante Jahwè, il loro Elohim. Così Elohim numero uno salverà Israele per mezzo d’Elohim numero due.

Non solo Elohim è applicato a due personalità nello stesso verso, ma è così anche per Jahwè, il nome personale di Dio. Un esempio è in Gn 19,24: «Allora l’Eterno fece piovere dai cieli su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco, da parte dell’Eterno». Vediamo chiaramente che Jahwè fa piovere zolfo e fuoco da un secondo Jahwè che è in cielo, mentre il primo è sulla terra.

Un secondo esempio è Zc 2,8s: «Poiché così parla l’Eterno degli eserciti: È per rivendicare la sua gloria, ch’egli mi ha mandato verso le nazioni che hanno fatto di voi la loro preda; perché chi tocca voi tocca la pupilla dell’occhio suo; infatti, ecco, io sto per agitare la mia mano contro di loro, ed esse diventeranno preda di quelli ch’erano loro asserviti, e voi conoscerete che l’Eterno degli eserciti m’ha mandato». Anche qui vediamo che un Jahwè manda un altro Jahwè a eseguire un compito specifico.



Nota redazionale: È evidente che tali versi si possano intendere anche in altro modo. È probabile che qui si «cavilli» con una mentalità analitica occidentale su una particolarità scontata del linguaggio ebraico, in cui — come in tanti altri versi — il soggetto e lo strumento si confondono e in cui una persona può parlare di sé in terza persona (Mt 25,34.40). Ecco qui di seguito solo alcuni esempi.

Secondo tale logica ci sarebbero ad esempio due Gesù (!): «E Gesù gli disse: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”» (Mt 8,20). «E Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse: “…Or affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra di rimettere i peccati: Lèvati (disse al paralitico), prendi il tuo letto e vattene a casa”» (Mt 9,4.6). Questo schema si ripete per circa 27 volte nel solo Evangelo di Matteo. Ci sono quindi due Gesù? Cfr. Mt 10,22s (a motivo del mio nome… prima che il Figlio dell’uomo sia venuto); Mt 11,18s (è venuto Giovanni… È venuto il Figlio dell’uomo); Mt 12,6.8 (Or io vi dico che… perché il Figlio dell’uomo è); Mt 12,31 (Perciò io vi dico… chiunque parli contro il Figlio dell’uomo); Mt 13,37.41 (Ed egli, rispondendo, disse loro: Colui che semina la buona semenza, è il Figlio dell’uomo… Il Figlio dell’uomo manderà); Mt 16,13 (Poi Gesù… domandò…: Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?); Mt 16,24.27s (Allora Gesù disse ai suoi discepoli:… il Figlio dell’uomo verrà… finché non abbiano visto il Figlio dell’uomo); Mt 17,9.12 (Gesù diede loro quest’ordine: Non parlate di questa visione ad alcuno, finché il Figlio dell’uomo sia risuscitato dai morti… così anche il Figlio dell’uomo); Mt 17,22 (Gesù disse loro: Il Figlio dell’uomo sta per); Mt 18,11; Mt 20,17s (Gesù… disse loro:… il Figlio dell’uomo sarà dato); Mt 20,25.28 (Ma Gesù… disse:… appunto come il Figlio dell’uomo); Mt 24,25.27.30.37.39.44 (Ecco, ve l’ho predetto… così sarà la venuta del Figlio dell’uomo… apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo… e vedranno il Figlio dell’uomo, ecc.); Mt 25,31; Mt 26,1s (Gesù… disse… il Figlio dell’uomo sarà consegnato); Mt 26,23s (Ma egli, rispondendo, disse:… quello mi tradirà… ma guai a quell’uomo per cui il Figlio dell’uomo è tradito!); Mt 26,45; Mt 26,63s (E il sommo sacerdote gli disse: “Ti scongiuro per il Dio vivente a dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Gesù gli rispose: “Tu l’hai detto; anzi vi dico che da ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della Potenza, e venire su le nuvole del cielo”). Cfr. anche Mt 22,41s.

Paolo parlò di se in terza persona: «Voglio dire che ciascun di voi dice: “Io sono di Paolo; e io d’Apollo; e io di Cefa; e io di Cristo”» (1 Cor 1,12). «Nessuno dunque si glori degli uomini, perché ogni cosa è vostra: e Paolo, e Apollo, e Cefa, e il mondo, e la vita, e la morte, e le cose presenti, e le cose future, tutto è vostro» (1 Cor 3,21s). «Bisogna gloriarmi: non è cosa giovevole, ma pure, io verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, che quattordici anni fa… E so che quel tale… Di quel tale io mi glorierò; ma di me stesso non mi glorierò se non nelle mie debolezze. Che se pur io volessi gloriarmi… E perché io non avessi ad insuperbire a motivo della eccellenza delle rivelazioni…» (2 Cor 12,1ss).

Davide parlò di sé in terza persona: «Davide disse a Saul: “Perché dai tu retta alle parole della gente che dice: Davide cerca di farti del male?”… l’Eterno t’aveva dato oggi nelle mie mani… io quindi non ti metterò le mani addosso. Contro chi è uscito il re d’Israele? Chi vai tu perseguitando? Un can morto, una pulce» (1 Sm 24,10s.14s). Cfr. anche 2 Sm 7,18 (1a persona) con vv. 19ss.25-29 (3a persona); si noti v. 18 («Davide... disse: Chi sono io...?») con v. 26 («La casa del tuo servo Davide sia stabile dinanzi a te»): quanti Davide c'erano?




1.3. DIO È TRE

■ Quante Persone ci sono?: Se le Scritture ebraiche parlano effettivamente d’una pluralità, la domanda che si presenta è: quante personalità esistono nella Deità? Abbiamo già visto i nomi di Dio applicati ad almeno due personalità diverse. Investigando le Scritture troviamo che tre, e solo tre, distinte personalità sono considerate divine.

● 1. Primo, ci sono le numerose volte dove si parla di Dio come il Signore Jahwè. Questo utilizzo è così frequente che non è necessario parlarne ancora.

● 2. Una seconda manifestazione di Dio è menzionata come «l’Inviato di Jahwè». Egli è considerato sempre distinto da tutti gli altri angeli ed è univoco. In quasi ogni passo dove è menzionato, si parla di lui sia come l’Angelo di Jahwè che come Jahwè stesso. Per esempio in Gn 16,7 è chiamato l’Angelo di Jahwè, ma in Gn 16,13 è chiamato Jahwè. In Gn 22,11 egli è l’Angelo di Jahwè, ma in 22,12 è Dio stesso. In Gn 31,11 è l’Angelo di Dio, ma nel v. 13 è il Dio di Bethel. In Es 3,2 è l’Angelo di Jahwè, ma nel v. 4 è Jahwè e Dio. In Gdc 6,11,12,20-22a è l’Angelo di Jahwè, ma è Jahwè nei vv. 14,16.22b.23. In Gdc 13,3,21 è l’Angelo di Jahwè, ma nel v. 22 è Dio.

Un passaggio molto interessante è Es 23,20-23 dove quest’angelo ha il potere di perdonare o di non perdonare il peccato perché il nome di Dio (Jahwè) è in lui e, quindi, egli deve essere ubbidito senza condizioni. Questo non può essere detto d’un qualunque altro angelo. Il fatto che il nome proprio di Dio è in quest’angelo mostra il suo status divino.

● 3. Una terza personalità è lo Spirito di Dio, spesso chiamato semplicemente il Ruach Ha-kodesh. Ci sono molti riferimenti allo Spirito di Dio, tra cui Gn 1,2; 6,3; Gb 33,4; Sal 51,11; 139,7; Is 11,2; 63,10,14. Lo Spirito Santo non può essere una semplice emanazione perché ha tutte le caratteristiche della personalità (intelletto, emozione e volontà) ed è considerato divino.

Ci sono, quindi, diverse parti delle Scritture ebraiche che mostrano che tre personalità sono menzionate come divine: il Signore Jahwè, l’Angelo di Jahwè e lo Spirito di Dio.



Nota redazionale: È evidente che tali versi si possano intendere anche in altro modo. In effetti si tratta di una teofania o manifestazione di Dio. La differenza è che «l’Inviato di Jahwè» è una manifestazione sensibile e percettibile (non è un «angelo», ma una teofania!), mentre la «rûach [di] Jahwè» è una manifestazione invisibile e spirituale, sebbene reale. In Ag 2,4s le espressioni «io sono con voi» e «il mio Spirito dimora tra voi» si corrispondono.

Per l’approfondimento della tematica, per la rappresentazione di altri aspetti della questione e per una diversa interpretazioni di questi elementi rispetto alle tesi sopra esposte, cfr. queste opere:

■ Nicola Martella, Esegesi delle origini, Le Origini 2 (Punto°A°Croce, Roma 2006), pp. 24-31 (rûach ’ëlōhîm in Gn 1,2).

■ Nicola Martella, Manuale Teologico dell’Antico Testamento (Punto°A°Croce, Roma 2002): «Manifestazioni di Dio», pp. 224-227; «Spirito di Dio», pp. 336ss; «Teofania», pp. 351s.




■ Le tre personalità nello stesso passo: Nelle Scritture troviamo anche che tutte e tre le personalità della Deità sono menzionati in singoli brani. Due esempi sono in Is 48,12-16 e Is 63,7-14.

Nel primo è detto: «Ascoltami, o Giacobbe, e tu, Israele, che io ho chiamato. Io sono Colui che è; io sono il primo, e sono pure l’ultimo. La mia mano ha fondato la terra, e la mia destra ha spiegato i cieli; quand’io li chiamo, si presentano assieme. Adunatevi tutti quanti, e ascoltate! Chi tra voi ha annunziato queste cose? Colui che l’Eterno ama eseguirà il suo volere contro Babilonia, e leverà il suo braccio contro i Caldei. Io, io ho parlato, io l’ho chiamato; io l’ho fatto venire, e la sua impresa riuscirà. Avvicinatevi a me, ascoltate questo: Fin dal principio io non ho parlato in segreto; quando questi fatti avvenivano, io ero presente; e ora, il Signore, l’Eterno, mi manda col suo spirito».

Dovrebbe essere osservato che colui che parla si riferisce a se stesso come a colui che ha creato i cieli e la terra. È chiaro che egli non può essere qualcuno diverso da Dio. Ma nel v. 16, colui che parla e che utilizza i pronomi in prima persona «io» e «mi», si distingue da altre due personalità. Egli si distingue dal Signore Jahwè e dallo Spirito di Dio. Qui le Scritture ebraiche ci stanno presentando la tri-unità.

Nel secondo brano (Is 63,7-14), c’è una riflessione retrospettiva al tempo dell’Esodo, dove tutte e tre le personalità erano presenti e attive. Il Signore Jahwè è menzionato nel v. 7, l’Angelo di Jahwè nel v. 9 e lo Spirito di Dio nei vv. 10,11.14. Mentre nel resto delle Scritture Dio parla di se stesso come l’unico autore della redenzione d’Israele dall’Egitto, in questo brano il merito viene dato a tre personalità. Ma non c’è contraddizione perché tutte e tre costituiscono l’unità della Deità.

Troviamo lo stesso insegnamento su Dio anche nel Sal 2 dove leggiamo che lo Spirito Santo, il Ruach Hakodesh, dice attraverso Davide: «Io spiegherò il decreto: L’Eterno mi disse: Tu sei il mio figlio, oggi io t’ho generato» (Sal 2,7).

Qui abbiamo lo Spirito Santo che parla attraverso di Davide (cfr. Atti 4,25) e nello stesso tempo istruisce Davide, che l’Eterno, che in ebraico è il nome ineffabile di Jahwè, ha un Figlio generato in maniera soprannaturale. Forse lo stesso re Davide non ha compreso completamente le parole ispirate che ha scritto per lo Spirito Santo; ma egli non ha scritto questo per fare in modo che fraintendiamo. Dio, che è onnipotente, manifesta se stesso come una tri-unità.



Nota redazionale: È evidente che tali versi si possano intendere anche in altro modo all’interno del loro contesto storico, linguistico, teologico e culturale. In questo luogo sarebbe troppo lunga la rappresentazione.




1.4. LA TRINITÀ È GIUDAICA?: Ma un tale concetto è giudaico? Non può essere un concetto gentile o pagano che si è infiltrato in qualche modo nelle Sacre Scritture come qualcuno ha voluto insinuare? No, quest’era ed è una concezione giudaica del Dio creatore e che si relaziona con il suo popolo Israele in maniera una e trina. La seguente citazione lo conferma. Pr 22,20 recita: «Non ho io già da tempo scritto per te (ebraico: triplice) consigli e insegnamenti». Su questo Rabbi Joshua bar Nehemiah ha detto che questa è la Torà le cui lettere sono triplici, e il tutto è una trinità: la Torà è trinitaria, poiché è composta dalla Torà, dai Profeti e dagli Scritti. La Mishna è una trinità composta di talmud (insegnamento) halakhot (leggi giudaiche per tutti i giorni) e haggadot (articoli storici). I mediatori d’Israele erano una trinità: Mosè, Aaronne e Miriam. Le preghiere sono una trinità: preghiere del mattino, del pomeriggio e della sera. Israele è una trinità, essendo formato da Sacerdoti, Leviti e Israeliti. Il nome Mosè in ebraico è formato da tre lettere. Egli è della tribù di Levi, anch’esso formato da tre lettere ebraiche. Tre sono i patriarchi: Abrahamo, Isacco e Giacobbe. Nel terzo mese che è il mese di Sivan (dopo Nisan e Ijar) il popolo è arrivato al monte Sinai le cui lettere sono tre (Midrash Tanhuma).



Nota redazionale: Pr 22,20 è un brano troppo difficile per trarre tali certezze. La Elberferder traduce qui: «Non ti ho io già scritto trenta [massime] con consigli e conoscenza». Nella nota afferma: «Testo masoretico nella forma scritta: “Non ti ho io già scritto l’altrieri”; nella forma di lettura: “Non ti ho io già scritto sentenze”»; ma la traduzione è insicura.

A ciò si aggiunga che tali riflessioni di del rabbino nominato nulla hanno a che fare con una trinità teologica.




L’autore dello Zohar (opera mistica rabbinica) ha intuito la pluralità nel Tetragramma (JHWH, Jahwè) e ha scritto: «Venite a vedere il mistero della parola Jahwè: ci sono tre lettere diverse: tuttavia esse sono Uno, e così unite che non possono essere separate. L’Antico di giorni e Santissimo è rivelato con tre teste, che sono unite in una e quella testa è tre volte esaltata. L’Antico di giorni è descritto come tre: perché tutte le altre luci emanate da lui sono incluse nei tre. Ma come possono tre nomi essere uno? Sono realmente uno, solo perché li chiamiamo uno? Che tre possono essere uno può essere conosciuto solo attraverso la rivelazione dello Spirito Santo» (Zohar, Vol III, 288; Vol II, 43, Edizioni ebraiche. Vedi anche edizione Soncino Press, Vol III, 134).



Nota redazionale: Non bisogna dimenticare che l’opera mistica Sefer ha-Zohar proviene dal filone della cabala e della gnosi giudaica ed è sorta per mano di Mosè di León (1250-1305), che scrisse diverse opere simili. A ciò si aggiunga che questo autore ricorse alla lingua aramaica e spacciò la sua opera per quella di Simeon Bar Yohai, un eminente saggio tumuldico del 3° secolo! Non si può certamente usare questo testo per interpretare l’AT!




Se, secondo i rabbini, Dio ha fatto tutto e ha organizzato tutto in maniera trinitaria, quindi deve anche essere ebraico e biblico sapere che Dio stesso è una Trinità. Egli si è manifestato come Salvatore, Messia, e Figlio di Dio nella persona di Gesù. Egli ha quindi fatto scendere lo Spirito Santo, il Ruach Hakodesh, sugli apostoli nel terzo mese, la festa di šābu`ōt, la festa della perfezione, celebrata dopo aver contato sette volte sette.



Nota redazionale: È evidente che la Trinità (o tri-unità) sia una rivelazione di Dio data alla chiesa all’interno del nuovo patto. Retro-proiezioni di contenuti del NT sull’AT non aiutano al riguardo. Infatti, nella storia e nella teologia c’è un prima e c’è un dopo. La rivelazione è progressiva. L’incarnazione e Pentecoste sono i due momenti particolari in cui Dio rivelò la sua natura trina e unitaria in modo chiaro ed evidente. Chi cerca di trovare indizi, dove non ci sono, ingrandisce pulci facendone elefanti. Ciò impedisce però di analizzare e trattare i testi per ciò che sono, per arricchirsi di ciò che veramente c’è.

Nei brani profetici, bisogna distinguere dove parla Dio e dove lo fa il profeta, altrimenti si attribuisce a Dio ciò che dice il suo portavoce. Lo stesso dicasi dei brani in cui parlano sia Dio che il futuro Messia.




1.5. CONCLUSIONE: L’insegnamento delle Scritture, quindi, è che c’è una pluralità nella Deità. Una persona è sempre chiamata Jahwè, mentre a un’altra persona sono dati i nomi di Jahwè e del Servo di Jahwè (o Angelo di Jahwè). Coerentemente, la seconda persona è inviata dalla prima persona. Una terza persona è menzionata come lo Spirito di Jahwè o lo Spirito di Dio o lo Spirito Santo. Anch’egli è inviato dalla prima persona, ma è in relazione al ministero della seconda persona.

Se il concetto della Tri-unità di Dio non è giudaico secondo i rabbini, allora non lo sono neanche le Scritture ebraiche. I cristiani non possono essere accusati d’essere scivolati nel paganesimo quando dicono che Gesù è il Figlio divino di Dio.



Nota redazionale: Questo modo di procedere è tipico dell’approccio dogmatico alle Scritture: si afferma che in essa si trovi qualcosa, semplicemente suggerendone l'esistenza a priori e interpretando poi alcuni brani in tal senso. Chi procede così, in genere non è interessato a verificare se non ci siano altre spiegazioni per le stesse cose, magari più aderenti alla globale teologia dell’AT, alla grammatica, al modo di pensare ed esprimersi degli ebrei. Che questo modo di pesare ellenistico provenga proprio dal mio amico Argentino, che si batte per il pensiero ebraico, mi meraviglia! L’approccio esegetico è diverso, poiché rispetta sempre il testo nel suo contesto (storico, letterario, culturale, ecc.), tiene presente i destinatari, la teologia globale dell’AT, lo sviluppo della rivelazione e il mutamento di patto. L’approccio eisegetico (proiettivo) mette spesso tante pulci insieme fino a creare un elefante, poi sembra che lo sia, da una certa distanza; ma guardando più da vicino, ci si rende conto che non è un elefante, ma miriadi di pulci.






2. LA LUCE DEL NUOVO TESTAMENTO: In coerenza con gli insegnamenti delle Scritture ebraiche, il Nuovo Testamento riconosce chiaramente che ci sono tre persone nella Deità, ma è molto più specifico. La prima persona è chiamata il Padre mentre la seconda persona è chiamata il Figlio. Il Nuovo Testamento risponde alla domanda di Pr 30,4: «…Qual è il suo nome e il nome del suo figlio? Lo sai tu?». Il nome del figlio è Jeshua (Gesù). In accordo con le Scritture ebraiche, egli è stato mandato da Dio per essere il Messia.

Inoltre, egli è stato mandato per uno scopo preciso: morire per i nostri peccati. In sostanza, quello che è accaduto è che Dio è diventato un uomo (non che l’uomo è diventato Dio) per compiere l’opera d’espiazione.

Il Nuovo Testamento chiama la terza persona della Deità lo Spirito Santo. In tutto il Nuovo Testamento egli è in relazione all’opera della seconda persona, anche qui in accordo con l’insegnamento delle Scritture ebraiche. Vediamo, dunque, che c’è continuità nell’insegnamento tra le Scritture ebraiche e il Nuovo Testamento riguardo la Tri-unità di Dio.



Nota redazionale: Ciò che l’autore afferma sulla rivelazione detta Trinità nel NT è giusto. La presunta «continuità nell’insegnamento tra le Scritture ebraiche e il Nuovo Testamento riguardo la Tri-unità di Dio» è basata su un falso sillogismo. Un «mistero» rimane tale fintantoché non è rivelato. La rivelazione è progressiva. Il «mistero» tenuto nascosto fin dalla fondazione del mondo, è stato svelato nel nuovo patto. Altrimenti che «mistero» è, se già si sapeva? Per l'approfondimento cfr. ► Mistero nel NT.






3. TRINITÀ E SENSO COMUNE: Ma tre possono essere uno? Il senso comune si ribella a questa dichiarazione? Non dobbiamo forse ammettere che Dio o è Uno o è Tre? Non è così. Di fatto tutto quello con cui veniamo in contatto non è un concetto matematico d’uno, ma di solito è un composto trinitario. L’antico filosofo greco ragionava senza conoscere l’atomo, ma era colpito dal fatto che una mucca nera, che mangiava erba verde, dava latte bianco. Tutte le cose sono composte di milioni e bilioni d’atomi; ma l’atomo è una trinità composta di protone, elettrone e nucleo.

In Rm 1,20 Paolo si serve della creazione del kosmos per dimostrare la Divinità (theiotēs). L’universo è una tri-unità di spazio, tempo e materia. Ognuno di questi a sua volta è una tri-unità. Lo spazio è formato da lunghezza, larghezza e profondità (o altezza); il tempo è formato da passato, presente e futuro; la materia è energia, movimento e sostanza. Troviamo l’illustrazione del tre in uno anche nel caso della luce del sole, calore e raggi ultra-violetti o nella forma che può prendere l’acqua (H2O) come liquido, ghiaccio e vapore.



Nota redazionale: Di là di Rm 1,20 (che non parla di Trinità), il resto è romantico e interessante, ma non dimostra nulla.






4. QUAL È IL SIGNIFICATO PER NOI?: Ora dobbiamo solo rispondere alla domanda: «Qual è l’importanza di tutto questo?». La risposta è che l’importanza è grande. Dimostra la verità della Parola di Dio. Ma la cosa più importante è quello che ha detto il Messia Gesù, «Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque credere in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3,16). Volete aver pace nel vostro cuore e pace con il vostro Creatore? Ricevete questo dono di Dio; confessate i vostri peccati e credete nel Figlio di Dio, il Korban (sacrificio). Allora sarete salvati e avrete pace perfetta nei vostri cuori. «Ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figliuoli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome» (Gv 1,12).



Nota redazionale: Per un maggiore approfondimento delle questioni, si rimanda anche in Nicola Martella, Chi dice la gente che io sia? Offensiva intorno a Gesù 1 (Punto°A°Croce, Roma 2000), la sezione «La questione giudaica», pp. 74-138; specialmente agli articoli: «La deità del Messia», pp. 109-126; «La supremazia divina del Messia», pp. 127-138.




► Il nome di Jahwè e «Il Cristiano» {Nicola Martella}



29-08-07; Aggiornamento: 08-10-2008




http://puntoacroce.altervista.org/Artk/2-Ebraismo_trinitas_OiG.htm

IL DIAVOLO ESISTE

IL DIAVOLO ESISTE



di Nicola Martella

Certo che ho affrontato questo tema. Il diavolo non è un mero simbolismo, ma una persona. Te lo dice chi ha avuto a che fare con persone demonizzate di varia specie, molti dei quali il Signore Gesù ha liberato; i simbolismi non parlano con altra voce mediante la bocca di qualcuno né dicono cose che le loro vittime non saprebbero neppure. Nel mio libro «La lieve danza delle tenebre» ne parlo nell’articolo «La dottrina occulta e la Bibbia», confrontando la dottrina esoterica con quella biblica (pp. 402ss «Il diavolo»).


Ecco qui di seguito alcuni brani della Bibbia che mostrano il fatto che il diavolo è una persona viva e vegeta e non solo un mero simbolismo psicologico.
■ «Chi continua a commettere il peccato è dal diavolo, perché il diavolo continua a peccare dal principio. Per questo il Figlio di Dio è stato manifestato: per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). I simboli non peccano e Gesù non è venuto per distruggere simboli. Se continui a sostenere tali tesi, anche tu continui a peccare secondo la Scrittura; quindi... [Per l’approfondimento si veda Nicola Martella, «La caduta primordiale e l’avversario», Temi delle origini. Le Origini 1 (Punto°A°Croce, Roma 2006), pp. 281-288.]

■ «Il Dio della pace triterà presto Satana sotto ai vostri piedi» (Rm 16,20). È difficile calpestare un simbolo.

■ «Sottomettetevi dunque a Dio; ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi» (Gcm 4,7). È improbabile che un simbolo possa assediare qualcuno, e si possa metterlo in fuga resistendogli.

■ Similmente è scritto: «Siate sobri, vegliate; il vostro avversario [= ebr. satana], il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede...» (1 Pt 5,8s). Come fa un simbolo a essere così feroce e pericoloso quanto un leone famelico? Qui invece gli si può resistere, attenendosi con fermezza alla «fede», ossia alla dottrina biblica.

■ In Apocalisse 12,9 il diavolo è chiamato «il gran dragone, il serpente antico», riferendosi alle origini (Genesi 3). Parlando di tali fatti primordiale, Gesù affermò: «Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando parla il falso, parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna» (Gv 8,44). Un simbolo non mente né uccide. Per Gesù il diavolo era un persona; egli stesso ne ha subito le tentazioni, uscendone vittorioso (Mt 4).

■ Sempre in Apocalisse 12,9 è chiamato «Diavolo e Satana», ossia «caotico» (= produttore di caos) e «avversario» (ossia di Dio). È chiamato pure «il seduttore di tutto il mondo»; egli lo fa con le false dottrine e ideologie religiose e imbrogliando gli uomini con false libertà, portando così le persone lontano dal Dio vivente e nella perdizione eterna. Il diavolo è chiamato anche «l’accusatore dei nostri fratelli, che li accusava dinanzi al Dio nostro, giorno e notte» (Ap 12,10); il libro di Giobbe (cap. 1-2) ci mostra tale sua nefasta opera d’accusa e di distruzione, ma anche il fatto che il diavolo non può andare oltre i confini posti da Dio.

■ Un giorno il diavolo verrà defenestrato dal cielo (Ap 12,9s); allora ci saranno gli ultimi sette anni di tribolazione sulla terra, in cui il diavolo aizzerà le genti contro Dio e i suoi santi. Alla fine però, all’avvento di Gesù Messia sulla terra, «il dragone, il serpente antico, che è il Diavolo e Satana» verrà dapprima legato per il periodo del regno (Ap 20,2) e poi, slegato per un breve periodo per sedurre le nazioni (vv. 7s), sarà gettato nello stagno di fuoco e di zolfo insieme a tutti i suoi accoliti (v. 10). [Per i dettagli rimando al mio libro «Escatologia biblica essenziale» (Escatologia 1).]



http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Bahai_diavolo_BB_Oc.htm