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sabato 23 maggio 2009

San Paolo, grandioso testimone della divinità di Cristo


CRISTIANESIMO/ San Paolo, grandioso testimone della divinità di Cristo
INT.
Rainer Riesner
martedì 12 maggio 2009


Rainer Riesner, su invito del Centro Culturale di Milano, ha tenuto mercoledì scorso un’affollata conferenza su san Paolo nell’Aula Magna dell’Università Cattolica. Ha tutte le competenze per parlare di questo argomento, essendo uno dei massimi studiosi protestanti del cristianesimo primitivo e docente di Nuovo Testamento a Dortmund.



Professor Riesner, san Paolo è un apostolo o un fondatore?



L’apostolo Paolo è assolutamente decisivo per l’evangelizzazione del mondo antico. Ma egli stesso avrebbe fortemente protestato se lo si fosse chiamato “fondatore” di qualcosa. La sua continuità con Gesù Cristo è un dato acclarato e indiscutibile. Gli si è applicata la categoria di “fondatore” per metterlo in contrasto con Gesù.



Come è avvenuto?



Tutto è iniziato nel diciannovesimo secolo. Si è voluto contrapporre l’etica semplice, amichevole di Gesù da un lato e, dall’altro, Paolo con la sua teologia, cristologia e soteriologia complicate. Gesù diventava così un mero maestro e profeta giudeo e Paolo sarebbe stato il responsabile di una successiva divinizzazione di Gesù, operata attraverso teorie tratte dal paganesimo. Il risultato di questa posizione è fin troppo chiaro: per riferirci autenticamente a Gesù, dobbiamo alleggerirci di tutta la dogmatica, che sarebbe un portato paolino.



Finendo così per negare la divinità di Gesù. Ma, dunque, il Paolo vero chi è?



Anzitutto è importante tener presente la sua origine ebraica. A Paolo sono familiari tutte le tradizioni e le categorie dell’Antico Testamento. A questo proposito è decisiva una questione biografica. Tutti gli studiosi sono concordi sulla provenienza di Paolo da Tarso. Per quanto riguarda la gioventù di Paolo vi sono però due posizioni. La prima – cui convintamente aderisco – afferma che Paolo proviene da una devota famiglia di farisei, che lo ha inviato fin da giovane a Gerusalemme per studiare l’Antico Testamento. L’altra posizione vuole dimostrare il condizionamento di Paolo da parte del pensiero pagano dicendo che egli ha vissuto a lungo in Tarso, centro dove le religioni pagane erano parecchio diffuse. Rimane comunque il fatto che l’indubbia adesione di Paolo all’ebraismo rende necessario spiegare come mai, immediatamente dopo la caduta sulla via di Damasco, un ebreo possa affermare la divinità di una persona umana.



Paolo infatti “incontra” Cristo sulla via di Damasco. Come l’esegesi spiega il fatto accaduto quel giorno? Di che tipo di incontro si tratta?



La domanda è interessantissima. Facciamo un passo indietro. Sappiamo che Paolo ha perseguitato la prima comunità di Gerusalemme. Le fonti sono concordi nel datare la caduta da cavallo a un anno e mezzo di distanza dall’Ascensione. Inoltre Paolo stesso – lo apprendiamo dagli Atti degli Apostoli – dice di avere studiato a Gerusalemme. Il lasso di tempo è strettissimo: Paolo a Gerusalemme, Gesù per l’ultima volta a Gerusalemme, l’incontro sulla via di Damasco. Io ritengo possibile che Paolo abbia conosciuto personalmente Gesù a Gerusalemme: non come discepolo, ma come abitante della città. E certamente era a conoscenza di cosa gli apostoli testimoniassero riguardo la Sua risurrezione; era proprio quello il motivo per cui li perseguitava! Dirò di più: per Paolo la prova schiacciante della falsità messianica di Gesù consisteva proprio nella morte in croce.



Poi dirà: «Non conosco altro che Cristo, e Cristo crocifisso».



Nel terzo capitolo della lettera ai Galati si vede perfettamente la sua precedente opinione su Gesù, laddove dice: «Maledetto colui che pende dal legno della croce». Dopo la conversione – attenzione! – continua a condividere questa frase, ma le dà un significato molto più profondo: Cristo è effettivamente maledetto, ma non per Sua colpa, bensì per la salvezza degli uomini.

La domanda centrale è dunque: come è potuto avvenire un cambiamento simile? Anzitutto ce lo dice Paolo stesso. Dopo quel giorno sulla via di Damasco egli non ha più alcun dubbio: Gesù è Figlio di Dio. Nella Seconda Lettera ai Corinzi Paolo descrive l’avvenimento nel quale ha incontrato Cristo e parla della luce divina, cioè egli attribuisce a quell’apparizione le caratteristiche che gli ebrei riservavano alle manifestazioni di Dio (come, per esempio, quella sul Sinai). Nell’avvenimento sulla via di Damasco Paolo ha visto una persona – Gesù Cristo – manifestarsi nella gloria divina. La mia personale ipotesi è che Paolo abbia avuto una visione di Cristo crocifisso. Così è ancora più evidente il contenuto del suo annuncio: quel Gesù crocifisso è contemporaneamente e inscindibilmente il Signore della gloria. E si ricordi che quando Paolo parla di gloria – la doxa – pensa sempre e solo a quella divina.



Era impensabile che un devoto ebreo si inventasse una cosa del genere?



Sì, dev’essere successo qualcosa. Non è un caso che nella esegesi anglofona più avanzata si riconosca che la divinità di Cristo è un’esperienza dei testimoni di Gesù (e, dunque, non qualcosa aggiunto posteriormente). Essi non possedevano le premesse culturali e intellettuali per inventarsi una cosa simile, dunque devono aver fatto esperienza di qualcosa al di fuori di loro.



Si sta concludendo l’anno di celebrazioni per il bimillenario della nascita di san Paolo, quale ritiene sia il suo insegnamento più urgente per noi?



La missione. La passione di Paolo è stata quella di portare il fatto di Cristo in tutto il mondo. Ciò implica due cose. La prima è la certezza su chi sia Cristo; Paolo risponde: la manifestazione definitiva di Dio per tutti. La seconda è l’apertura a tutto il mondo; Paolo conosceva solo un mondo che finiva in Spagna e voleva portare l’annuncio fin là, ma certo non se ne avrebbe a male se noi andassimo in terre di cui egli ignorava l’esistenza.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=20159

sabato 28 febbraio 2009

RECENSIONE: CRISTO TRA BIBBIA E CORANO

26 febbraio 2009
Libri / Cristo tra Bibbia e Corano
di Massimo Donaddio


26 febbraio 2009


Dialogo tra cristiani e musulmani. Non c'è forse una espressione più utilizzata di questa per indicare una realtà e un'esigenza che va facendosi strada nelle nostre comunità del mondo europeo e, più in generale, occidentale. La presenza di massiccia immigrazione nel Vecchio Continente, e anche nella nostra Italia, impone, specialmente dall'11 settembre 2001 in poi, un supplemento di impegno nella costruzione dell'integrazione, alimentata anche da uno scambio culturale sempre maggiore e da una tavola di valori il più possibile condivisa.

Una impresa ardua, forse infruttuosa, secondo alcuni: troppe sarebbero le differenze tra lo spirito europeo, sintetizzato dall'incontro tra la civiltà greco-latina e il messaggio spirituale cristiano, e la civiltà arabo-musulmana fondata sul Corano e sui precetti del profeta Maometto. Eppure dei punti d'incontro, anche religiosi, si possono ravvisare tra le due grandi tradizioni monoteistiche. Vi sono nell'Islam, religione formatasi nel VII secolo nella penisola arabica, precisi riferimenti ai capisaldi del Cristianesimo: di più, gli stessi protagonisti della vicenda sacra cristiana sono rappresentati e narrati anche nelle scritture musulmane. Il saggio di un giovane studioso napoletano di islamistica, Domenico Cocozza, illustra con ampiezza di dettagli - seppur in maniera forse un po' troppo didascalica - i cospicui contributi che la fede di Maometto ha acquisito dal Cristianesimo, soprattutto nelle sue tradizioni asiatiche. Similitudini, come anche differenze tra le due religioni: a partire dalle stesse identità dei fondatori (Cristo, il figlio di Dio, per i cristiani, e Maometto, il sigillo dei profeti, per l'Islam), così come dal valore dei rispettivi testi sacri (libro ispirato da Dio e scritto da mani d'uomo, la Bibbia ebraico-cristiana; rivelazione, parola di Dio in tutto e per tutto il Corano per i musulmani).

Interessante è conoscere la figura di Gesù come ce la presenta il testo sacro musulmano: Isa (questo il suo nome) è il penultimo dei profeti di Allah, immagine del credente perfetto, del musulmano fedele, completamente consacrato a Dio di cui è portavoce e testimone, anche con i suoi poteri taumaturgici. Figlio di Maria vergine per intervento divino, spirito insufflato nel ventre di Maryam per la potenza di Allah, non è però figlio di Dio, bensì profeta disceso dal cielo per riportare la giustizia e per condurre i musulmani alla vittoria finale contro l'anticristo. È il "presagio dell'Ora", ovvero il messia che tornerà alla fine dei tempi per sconfiggere l'antico avversario nella battaglia contro le potenze del male.

È il condottiero dell'ultima guerra santa, non il Cristo redentore che effonde il suo sangue per la salvezza del mondo. L'identità di Gesù, come emerge dal Corano, non è dunque quella di "salvatore", bensì quella di perfetto messia musulmano, esempio illustre per i credenti, messaggero dotato di qualità portentose, addirittura parola di Allah rivelata, segno prodigioso della volontà del Dio Misericordioso. Gesù non compie miracoli perché è figlio di Dio, ma perché Dio stesso consente questi eventi miracolosi assistendolo con la sua potenza.

Diversi passi del Corano esplicitano una polemica nei confronti dei cristiani, accusati di aver fatto di Gesù, inviato di Dio, una divinità assieme a sua madre: «Si son presi i loro dottori e i loro monaci e il Cristo figlio di Maria come Signori in luogo di Dio, mentre erano stati esortati ad adorare un Dio solo» (Cor. 9:30-31), e anche: «Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre. Basta! Sarà meglio per voi! Perché Dio è Uno solo, troppo glorioso ed alto per avere un figlio!». I cristiani nel Corano sono visti in maniera duplice: da una parte sono biasimati per la loro fede trinitaria, dall'altra sono guardati con grande rispetto e anche con simpatia per l'umiltà e le opere buone (a differenza degli Ebrei, stigmatizzati come superbi e miscredenti).

Eppure il Corano respinge nettamente la dottrina della morte e resurrezione di Cristo: la maggioranza dell'ortodossia musulmana non ammette l'idea della crocifissione di Gesù, ritenendo – come alcune sette eretiche cristiane di matrice gnostica – che egli sia stato sostituito da un sosia sulla croce e sia stato innalzato in cielo da Dio. Isa, il messia, tornerà sulla terra nell'ora della battaglia finale contro l'anticristo. Solo dopo l'uccisione di quest'ultimo, egli potrà governare la terra con la legge islamica, mettendo fine alle false dottrine, assicurando la pace e la prosperità al mondo. Il suo regno sarà lungo quarant'anni, e finalmente, potrà morire, prima della definitiva ascensione al cielo. Il suo corpo, invece, riposerà accanto alle spoglie del profeta Maometto nella città santa di Medina.

Domenico Cocozza
Cristo. Un profeta tra Bibbia e Corano
Edizioni Stamen, pagg. 148 , € 12

26 febbraio 2009


http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/02/libri-cristo-profeta-bibbia-corano.shtml?uuid=6352c44a-041b-11de-b262-02b204b540f4&DocRulesView=Libero