Ateismo, la polemica corre sul bus
Destra all´attacco: "Dio non esiste è una pubblicità ingannevole...". Anche l´Azione Cattolica scende in campo: "Se hanno ragione loro è in errore il 90 per cento del mondo"
di Donatella Alfonso
SE L´ATEISMO CORRE SUL BUS - o almeno così vorrebbe l´Uaar, affittando spazi pubblicitari su due mezzi dell´Amt per tutto febbraio - la polemica sull´iniziativa diventa rovente, e non solo nel mondo cattolico: dubbi arrivano infatti anche dal mondo ebraico e islamico (che bolla l´iniziatiova di "gesto folkloristico"), mentre da destra arriva, oltre ad una serie di attacchi durissimi all´associazione degli atei e anche alla sindaco di Genova Marta Vincenzi che ha chiarito come non debba esserci, in assenza di offesa, alcuna censura, anche una provocazione. Cioè il ricorso al garante della concorrenza per pubblicità ingannevole: «far viaggiare sotto gli occhi di tutti, bambini compresi, uno spot pubblicitario che nega l´esistenza di Dio e invita a farne senza è una pubblicità ingannevole e quindi può essere bloccata» tuona Giorgio Bornacin, senatore e coordinatore regionale di An. Se peraltro la Curia ufficialmente tace, la Sir,agenmzia di stampa religiosa, attacca: «Il motivo dichiarato è quello di colpire il cardinale Bagnasco, reo di essere presidente dei vescovi italiani e attraverso di lui la Chiesa, rea di esistere». E mentre l´Azione cattolica segnala che, se avesse ragione lo spot, il 90% del mondo sarebbe in errore perché crede, e il teologo morale Antonio Frungi lancia su Facebook il gruppo «"Dio esiste»"
Dal canto suo il leghista Edoardo Rixi invita i cattolici a boicottare l´Amt e il Comune in una botta sola: non pagando il biglietto. Attacchi pesanti da molti esponenti del centrodestra (Gasparri, Carlucci, il governatore del veneto Galan che prende di mira la Vincenzi e il suo riferimento a De André); per Yunus Distefano, portavoce della CO. RE. IS. (Comunità Religiosa Islamica Italiana) si tratta di un gesto «eclatante», «folkloristico», del quale «non si sentiva il bisogno» e che «lascia qualche perplessità». E Giuseppe Momigliano, rabbino capo della Comunità ebraica di Genova, l´ha definito «un gesto folkloristico non rilevante» e non crede «che una persona che abbia una sua maturità di pensiero si faccia influenzare da una scritta su di un bus».
Lo scontro sulla frase incriminata («la cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno») fa tirare il freno anche alla concessionaria di pubblicità, mentre la Vincenzi sottolinea che il codice etico della pubblicità sarà quello che dirimerà la vicenda, escludendo ogni rischio di offesa alla religione insito nella frase. Così come sottolinea Marco Fabiani, product manager della IGP Decaux, che chiarisce di aver appreso la notizia dai giornali e di essere ora in attesa dei bozzetti per il 19 gennaio. E la valutazione finale «non è scontata». Gli spazi, per inciso, costano all´Uaar 8000 euro che dovrebbero venire coperti dalle donazioni di socie e simpatizzanti; la prima giornata si era conclusa con 111 donazioni per 2.735 euro, mentre ieri sera, come testimonia Silvano Vergoli, segretario ligure dell´Uaar, si erano superati i 4000 euro.
(14 gennaio 2009)
http://genova.repubblica.it/dettaglio/%C3%88-polemica-sul-bus-degli-atei-La-destra-insorge-Parla-Villaggio/1574633?ref=rephp
il Giornale.it
n. 12 del 2009-01-14 pagina 0
La pubblicità atea sui bus spot involontario per la fede
di Michele Brambilla
Al giornalista de La Stampa che le ha chiesto se non pensa che qualche genovese potrebbe sentirsi offeso dalla pubblicità atea sugli autobus della città, il sindaco Marta Vincenzi ha risposto «Si può sempre salire sul bus successivo», e in questa battuta c’è tutta la sciatteria e l’incoscienza con la quale il nostro mondo «illuminato» sta affrontando la questione religiosa, e più in generale la questione delle nostre radici, della nostra tradizione, della nostra cultura. Si ritiene del tutto ininfluente che di fronte alle nostre cattedrali si preghi come alla Mecca; che la festa del Natale venga cancellata nelle scuole e negli asili; che nei presepi compaiano moschee o le natiche di una pornostar. Tanto, «di Dio non hai bisogno», come recita la pubblicità che comparirà sui bus genovesi.
La storia si è già incaricata di smentire. E non solo perché - come qualsiasi antropologo può confermare - ogni civiltà di ogni tempo e di ogni luogo ha sempre sentito il bisogno di interrogarsi su Qualcosa che la trascende; ma anche perché c’è stato, e non tanto tempo fa, un sistema politico che ha cercato di estirpare il senso religioso e di creare un «uomo nuovo» finalmente liberato dalle «vecchie superstizioni», e le macerie lasciate dall’impero sovietico sono lì a dimostrare com’è finita.
Non credo che alla campagna scattata con singolare sincronia in diverse città del mondo (Washington, Londra, Barcellona, Genova e presto, forse, anche Roma) la Chiesa debba reagire con toni da crociata. Anzi, penso che faccia bene a reagire con un sorriso di compatimento. In fondo, pagliacciate di questo tipo sono destinate a confortare il credente nella sua fede. Aveva ragione Pascal quando diceva che le ragioni degli atei lo convincono dell’esistenza di Dio più che le ragioni dei credenti. Quale «ragionevolezza» c’è, infatti, nel proselitismo ateista? Se uno è convinto che Dio non c’è, perché dovrebbe affannarsi tanto nel cercare di convincere gli altri della sua stessa idea? Si goda la vita senza perdere troppo tempo, vistoche la vitaè breve, anzi è un soffio come dice la Bibbia, e come l’esperienza conferma.
E proprio questo è scritto sui bus di Barcellona: «Dio non esiste, quindi non preoccuparti e goditi la vita». Paradossalmente, questa esortazione fa cadere la maggiore obiezione che viene posta ai credenti, e cioè che ci si aggrappa all’idea di un Dio per cercare una consolazione. Si crederebbe, insomma, perché fa comodo credere. La pubblicità dei militanti ateisti di mezzo mondo ci fa invece capire, al contrario, che credere è scomodo perché pone Qualcuno e una Legge Morale sopra di noi, e quindi non ci fa sentire totalmente liberi di fare ciò che vogliamo, non ci permette appunto di «goderci la vita». La campagna sui bus ci dimostra insomma che, se è vero che molti vorrebbero credere ma non ci riescono, e per questa assenza provano angoscia, molti altri preferirebbero, e di gran lunga, un cielo vuoto per farsi una morale a proprio uso e consumo. «Se Dio non esiste, tutto è permesso», dice Ivan Karamazov. In un periodo in cui anche tanti preti sono spesso tentati di parlare solo di questioni terrene (la pace,la solidarietà, la crisi economica, l’inquinamento) la campagna ateistica dei pullman arriva quasi provvidenziale, riporta la discussione al nocciolo: Dio esiste oppure no? Ed è provvidenziale pure che, come ai tempi di Pascal, le ragioni di chi nega siano affidate a protagonisti tanto fragili, come a quella Uaar (Unione atei agnostici e razionalisti) di cui è presidente onorario Odifreddi, il matematico di Cuneo che i genitori chiamarono Piergiorgio in onore del beato Frassati, che studiò in seminario per diventare prete, ma che poi cambiò progetto di vita e ora dice (testualmente) che solo un cretino può essere cristiano.
Quante prese di posizione si spiegano più con la psicologia che con la teologia. La Chiesa lo sa, e fa bene a non prendere troppo sul serio l’apostolato al contrario dei mezzi pubblici. Resta la sciatteria di cui dicevamo, quella di un mondo occidentale che sembra aver deciso di chiudere i conti con il cristianesimo, e che crede che a tale scopo tutto faccia brodo,dallepubblicità degliatei all’avanzata dell’islam, considerato alleato strategico contro ilnemicostorico, la Chiesa. Si accorgeranno presto di quanto un musulmano possa apprezzare un autobus che nega quel Dio che, secondo l’islam, solo un pazzo non riconosce nel sole che sorge a mezzogiorno. A differenza dei cristiani, per i quali la fede è una grazia, e che anche per questo sono molto più «laici» nei confronti di chi non crede.
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mercoledì 14 gennaio 2009
domenica 16 novembre 2008
ATEISMO PASSATO E FUTURO
Ateismo, passato e futuro
Paolo Ricca: L’origine dell’ateismo è antica quanto l’uomo. Ma l'ateismo ha un futuro?
(Paolo Ricca) Gli storici delle culture e in particolare gli etnologi, cioè gli studiosi delle culture dei popoli cosiddetti primitivi (che dovrebbero rispecchiare quello che eravamo ai primordi della nostra storia), sostengono, sulla base dei loro studi, due tesi opposte: secondo alcuni l’uomo iniziale era perfettamente ateo, non possedeva cioè alcuna idea di un qualsiasi mondo divino; secondo altri, invece, l’uomo primitivo, in base all’esperienza del sogno, dell’estasi, della capacità immaginativa e della stessa morte, sarebbe stato fin dall’inizio indotto a concepire l’esistenza di una realtà superiore alla condizione umana, di un “altro mondo”, che non essendo a sua disposizione, avrebbe considerato divino. Questa religione originaria avrebbe addirittura assunto, presso certi popoli come i pigmei, i connotati di un monoteismo.
Ateismo e rivelazione
Le due posizioni - il rifiuto di credere nell’esistenza di un Dio, e quindi la convinzione di essere a-tei, cioè senza Dio perché Dio non c’è, e invece la convinzione opposta che Dio esiste e addirittura parla, o ha parlato, si è rivelato, cioè è uscito dal suo mistero, e può essere conosciuto e incontrato - queste due posizioni si sono perpetuate in forme e misure diverse, ma senza che una delle due venisse mai meno, lungo tutto il cammino della storia umana e sono oggi entrambe ben rappresentate a tutti i livelli.
Religioni e ateismo
Da un lato abbiamo infatti l’imponente fenomeno delle religioni, che contrariamente alle previsioni e attese di molti, e malgrado la secolarizzazione galoppante in Occidente, non sembrano affatto vivere il loro crepuscolo. Il grido di Nietzsche: “Dio è morto! E noi lo abbiamo ucciso” - un grido che in lui esprime non solo liberazione e vittoria, ma anche inquietudine e sgomento - ha indubbiamente una sua forza retorica, ma la verità che proclama è più apparente che reale. Dio non è morto, ma è!
D’altro lato però abbiamo il fenomeno, non altrettanto vistoso perché non organizzato né istituzionalizzato (come in genere lo sono le religioni), ma comunque assolutamente rilevante soprattutto in Occidente, ma anche altrove, dell’ateismo in tutte le sue forme che, semplificando molto il quadro, possiamo ricondurre a due principali.
Forme di ateismo
La prima è l’ateismo cosiddetto pratico, che è quello di tutti coloro che vivono, pensano e agiscono “come se Dio non ci fosse”, prescindendo cioè da lui nella loro esistenza quotidiana, tanto nelle loro relazioni con gli altri, quanto nella loro vita più personale e intima: nella loro interiorità, Dio non c’è (o non si chiama così). Questo ateismo pratico non è frutto di una scelta precisa, non è voluto o programmato, è semplicemente un dato di fatto, una condizione nella quale uno si trova.
La seconda forma di ateismo è il cosiddetto ateismo teorico, quello cioè che teorizza l’inesistenza o l’inconsistenza di Dio, che non sarebbe altro che un fantasma celeste creato dall’uomo, proiezione dei suoi desideri o delle sue frustrazioni. Questo tipo di ateismo, detto anche sistematico (perché eretto a sistema) o scientifico (perché assunto come verità dimostrabile scientificamente) è in realtà una creazione piuttosto recente (grosso modo dalla metà del XVI secolo in avanti), che coincide con la nascita e lo sviluppo della modernità e alla quale ha sicuramente contribuito in modo determinante lo sviluppo della scienza e della tecnica, che hanno dato vita a una visione del mondo nella quale Dio non era più necessario. Cartesio confessava (in privato): “Non ho bisogno della ipotesi Dio”. Ma nel Settecento e Ottocento europeo, com’è noto, Dio venne messo al bando da molti pensatori influenti non già perché superfluo, ma perché considerato nocivo, come una droga che aliena la gente dal mondo reale, o una sanguisuga celeste che assorbe e vanifica le migliori energie dell’uomo e lo pasce di illusioni e di rappresentazioni infantili che ne fanno un eterno fanciullo e gli impediscono di diventare adulto.
Il Novecento è stato teatro di immani tragedie, tutte costruite dall’uomo, ma è Dio che, stranamente, ne è stato incolpato con l’accusa di essere stato “assente”: non poco ateismo (o quanto meno agnosticismo) s’è nutrito e si nutre di questa ipotetica “assenza di Dio” dovuta alla sua probabile inesistenza.
Da Roma e Atene a oggi
Giova ricordare che l’antichità classica greca e romana conosceva già l’ateismo. Democrito, nato intorno al 460 a. C., sosteneva che la realtà prima e ultima non è Dio, ma l’atomo e che gli dèi, fatti anch’essi di atomi, altro non sono che la proiezione di impressioni prodotte sull’animo umano da fenomeni naturali.
Poco più tardi Protagora confessa, a proposito degli dèi, di non saperne nulla: l’argomento è troppo oscuro e la vita è troppo breve per esplorarlo! E il grande Socrate, com’è noto, fu accusato di ateismo e di empietà tanto da meritare la morte, in quanto non riconosceva gli dèi che la città riconosce e ne introduceva di nuovi.
Anche la Bibbia parla dello “stolto, che dice nel suo cuore: non c’è Dio” (Salmo 14,1), ma questo “ateo” è in realtà l’uomo iniquo e corrotto che nega Dio solo per fare impunemente il male. Il suo non è ateismo teorico, ma pratico.
Oggi, invece è, per così dire, tornato di moda l’ateismo teorico, con una serie di nuovi atei militanti come Richard Dawkins (L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondatori 2007) e Christopher Hitchens, Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi 2007), i quali predicano l’ateismo con zelo missionario, convinti come sono che Dio e la religione facciano molto male alla salute dell’umanità.
Ragioni dell’ateismo
C’è l’ateismo perché Dio non è ovvio. E non lo è perché, essendo “Spirito” (come Gesù dice alla Samaritana), è invisibile, ma anche perché è “nascosto” (“In verità, tu sei un Dio che ti nascondi”, Isaia 45,15), “ha dichiarato che abiterebbe nell’oscurità” (1 Re 8,12), o, come dice ancora Gesù, “è nel segreto”. Non c’è nessuna evidenza di Dio nel mondo e nella vita. Ci sono tanti segni e tracce di lui, ma per vederle occorre uno sguardo particolare, che è quello della fede. Molti vedono cose meravigliose, ma il loro stupore non diventa fede. E comunque ci sono molte contraddizioni: ogni argomento a favore dell’esistenza di Dio può essere capovolto nel suo contrario. Ci sono ragioni per credere, ma altrettante per non credere. La partita tra fede e ateismo non si risolve sul piano della razionalità. La fede stessa non è frutto di una decisione umana e non ha in sé la chiave della sua spiegazione. Come non è ovvio Dio, così non è ovvia la fede. L’ateismo, in fondo, è abbastanza ovvio, tanto da essere quasi banale.
Siccome Dio è nascosto, non può essere dimostrato, può solo essere testimoniato, con la vita più che con le parole. Senonché Dio ha molti cattivi testimoni, e pochi buoni: questa è la seconda ragione dell’ateismo. Nel nome di Dio molti diventano fanatici, settari, intolleranti, violenti e persino omicidi, come un tempo gli inquisitori e oggi i kamikaze (ma non solo loro). C’è un “Dio” che è tutto fuorché Dio - il “Dio” della Guerra, della Patria, della Civiltà, della Prosperità, e così via, rispetto al quale si può solo essere radicalmente atei. C’è un “Dio” che produce una religione alienata e alienante, fata di ignoranza, superstizione e in cultura, di oscurantismo e del peggior tipo di conservatorismo: anche qui, rispetto a un simile “Dio” l’ateismo è d’obbligo. C’è poi un “Dio” che produce una “fede” nella quale c’è molta autosufficienza, arroganza, presunzione, prepotenza, autoritarismo, amore del potere e del comando. Anche nei confronti di questo “Dio”-Padrone, l’ateismo è meglio della “fede”. Insomma, Dio è in minoranza nel grande pantheon degli dèi che il nostro cuore infermo, fucina di idoli, continuamente crea. Sì, Dio è solo, là fuori porta, inchiodato a una croce. Beato chi non si sarà scandalizzato di lui!
Futuro dell’ateismo
Che l’ateismo abbia o meno un futuro dipende in parte dalla chiesa, e precisamente dalla qualità della sua testimonianza. Se questa sarà scadente, l’ateismo ne sarà rafforzato. L’incredulità del mondo rispecchia l’incredulità della chiesa. Se la chiesa crede poco (ricordiamo quante volte Gesù chiama i discepoli “gente di poca fede”, Matteo 8,26; 6,30; 16,8) o male, il mondo si sentirà autorizzato a non credere per niente.
La croce di Cristo è il cuore della fede cristiana, e questa croce, come sappiamo, è “scandalo per i Giudei [cioè per i religiosi] e pazzia per i Greci [cioè per i laici]” (1 Corinzi 1,23). Cristo con la sua croce resta perciò “segno di contraddizione” (Luca 2,34) per tutti e per sempre. In queste condizioni è difficile che l’ateismo non abbia futuro. Chi non ricorda la domanda inquietante di gesù: “Ma quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà egli la fede sulla terra?” (Luca 18,8).
Che fare?
Non c’è altro da fare che quello che faceva il Salmista: umilmente e tenacemente, con semplicità di cuore e trasparenza di vita, “annunzierò il tuo nome ai miei fratelli” (Salmo 22, 22). Sappiamo quanto del nome di Dio si sia abusato, quanto esso sia stato, anche per colpa nostra, compromesso. Ma come ha scritto Martin Buber in una splendida pagina del suo Eclissi di Dio: “Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola “Dio”, e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com’è, innalzarla sopra un’ora di grande dolore”. (Paolo Ricca, professore emerito della Facoltà valdese di teologia di Roma)
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.main&id=8029&print
Paolo Ricca: L’origine dell’ateismo è antica quanto l’uomo. Ma l'ateismo ha un futuro?
(Paolo Ricca) Gli storici delle culture e in particolare gli etnologi, cioè gli studiosi delle culture dei popoli cosiddetti primitivi (che dovrebbero rispecchiare quello che eravamo ai primordi della nostra storia), sostengono, sulla base dei loro studi, due tesi opposte: secondo alcuni l’uomo iniziale era perfettamente ateo, non possedeva cioè alcuna idea di un qualsiasi mondo divino; secondo altri, invece, l’uomo primitivo, in base all’esperienza del sogno, dell’estasi, della capacità immaginativa e della stessa morte, sarebbe stato fin dall’inizio indotto a concepire l’esistenza di una realtà superiore alla condizione umana, di un “altro mondo”, che non essendo a sua disposizione, avrebbe considerato divino. Questa religione originaria avrebbe addirittura assunto, presso certi popoli come i pigmei, i connotati di un monoteismo.
Ateismo e rivelazione
Le due posizioni - il rifiuto di credere nell’esistenza di un Dio, e quindi la convinzione di essere a-tei, cioè senza Dio perché Dio non c’è, e invece la convinzione opposta che Dio esiste e addirittura parla, o ha parlato, si è rivelato, cioè è uscito dal suo mistero, e può essere conosciuto e incontrato - queste due posizioni si sono perpetuate in forme e misure diverse, ma senza che una delle due venisse mai meno, lungo tutto il cammino della storia umana e sono oggi entrambe ben rappresentate a tutti i livelli.
Religioni e ateismo
Da un lato abbiamo infatti l’imponente fenomeno delle religioni, che contrariamente alle previsioni e attese di molti, e malgrado la secolarizzazione galoppante in Occidente, non sembrano affatto vivere il loro crepuscolo. Il grido di Nietzsche: “Dio è morto! E noi lo abbiamo ucciso” - un grido che in lui esprime non solo liberazione e vittoria, ma anche inquietudine e sgomento - ha indubbiamente una sua forza retorica, ma la verità che proclama è più apparente che reale. Dio non è morto, ma è!
D’altro lato però abbiamo il fenomeno, non altrettanto vistoso perché non organizzato né istituzionalizzato (come in genere lo sono le religioni), ma comunque assolutamente rilevante soprattutto in Occidente, ma anche altrove, dell’ateismo in tutte le sue forme che, semplificando molto il quadro, possiamo ricondurre a due principali.
Forme di ateismo
La prima è l’ateismo cosiddetto pratico, che è quello di tutti coloro che vivono, pensano e agiscono “come se Dio non ci fosse”, prescindendo cioè da lui nella loro esistenza quotidiana, tanto nelle loro relazioni con gli altri, quanto nella loro vita più personale e intima: nella loro interiorità, Dio non c’è (o non si chiama così). Questo ateismo pratico non è frutto di una scelta precisa, non è voluto o programmato, è semplicemente un dato di fatto, una condizione nella quale uno si trova.
La seconda forma di ateismo è il cosiddetto ateismo teorico, quello cioè che teorizza l’inesistenza o l’inconsistenza di Dio, che non sarebbe altro che un fantasma celeste creato dall’uomo, proiezione dei suoi desideri o delle sue frustrazioni. Questo tipo di ateismo, detto anche sistematico (perché eretto a sistema) o scientifico (perché assunto come verità dimostrabile scientificamente) è in realtà una creazione piuttosto recente (grosso modo dalla metà del XVI secolo in avanti), che coincide con la nascita e lo sviluppo della modernità e alla quale ha sicuramente contribuito in modo determinante lo sviluppo della scienza e della tecnica, che hanno dato vita a una visione del mondo nella quale Dio non era più necessario. Cartesio confessava (in privato): “Non ho bisogno della ipotesi Dio”. Ma nel Settecento e Ottocento europeo, com’è noto, Dio venne messo al bando da molti pensatori influenti non già perché superfluo, ma perché considerato nocivo, come una droga che aliena la gente dal mondo reale, o una sanguisuga celeste che assorbe e vanifica le migliori energie dell’uomo e lo pasce di illusioni e di rappresentazioni infantili che ne fanno un eterno fanciullo e gli impediscono di diventare adulto.
Il Novecento è stato teatro di immani tragedie, tutte costruite dall’uomo, ma è Dio che, stranamente, ne è stato incolpato con l’accusa di essere stato “assente”: non poco ateismo (o quanto meno agnosticismo) s’è nutrito e si nutre di questa ipotetica “assenza di Dio” dovuta alla sua probabile inesistenza.
Da Roma e Atene a oggi
Giova ricordare che l’antichità classica greca e romana conosceva già l’ateismo. Democrito, nato intorno al 460 a. C., sosteneva che la realtà prima e ultima non è Dio, ma l’atomo e che gli dèi, fatti anch’essi di atomi, altro non sono che la proiezione di impressioni prodotte sull’animo umano da fenomeni naturali.
Poco più tardi Protagora confessa, a proposito degli dèi, di non saperne nulla: l’argomento è troppo oscuro e la vita è troppo breve per esplorarlo! E il grande Socrate, com’è noto, fu accusato di ateismo e di empietà tanto da meritare la morte, in quanto non riconosceva gli dèi che la città riconosce e ne introduceva di nuovi.
Anche la Bibbia parla dello “stolto, che dice nel suo cuore: non c’è Dio” (Salmo 14,1), ma questo “ateo” è in realtà l’uomo iniquo e corrotto che nega Dio solo per fare impunemente il male. Il suo non è ateismo teorico, ma pratico.
Oggi, invece è, per così dire, tornato di moda l’ateismo teorico, con una serie di nuovi atei militanti come Richard Dawkins (L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondatori 2007) e Christopher Hitchens, Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi 2007), i quali predicano l’ateismo con zelo missionario, convinti come sono che Dio e la religione facciano molto male alla salute dell’umanità.
Ragioni dell’ateismo
C’è l’ateismo perché Dio non è ovvio. E non lo è perché, essendo “Spirito” (come Gesù dice alla Samaritana), è invisibile, ma anche perché è “nascosto” (“In verità, tu sei un Dio che ti nascondi”, Isaia 45,15), “ha dichiarato che abiterebbe nell’oscurità” (1 Re 8,12), o, come dice ancora Gesù, “è nel segreto”. Non c’è nessuna evidenza di Dio nel mondo e nella vita. Ci sono tanti segni e tracce di lui, ma per vederle occorre uno sguardo particolare, che è quello della fede. Molti vedono cose meravigliose, ma il loro stupore non diventa fede. E comunque ci sono molte contraddizioni: ogni argomento a favore dell’esistenza di Dio può essere capovolto nel suo contrario. Ci sono ragioni per credere, ma altrettante per non credere. La partita tra fede e ateismo non si risolve sul piano della razionalità. La fede stessa non è frutto di una decisione umana e non ha in sé la chiave della sua spiegazione. Come non è ovvio Dio, così non è ovvia la fede. L’ateismo, in fondo, è abbastanza ovvio, tanto da essere quasi banale.
Siccome Dio è nascosto, non può essere dimostrato, può solo essere testimoniato, con la vita più che con le parole. Senonché Dio ha molti cattivi testimoni, e pochi buoni: questa è la seconda ragione dell’ateismo. Nel nome di Dio molti diventano fanatici, settari, intolleranti, violenti e persino omicidi, come un tempo gli inquisitori e oggi i kamikaze (ma non solo loro). C’è un “Dio” che è tutto fuorché Dio - il “Dio” della Guerra, della Patria, della Civiltà, della Prosperità, e così via, rispetto al quale si può solo essere radicalmente atei. C’è un “Dio” che produce una religione alienata e alienante, fata di ignoranza, superstizione e in cultura, di oscurantismo e del peggior tipo di conservatorismo: anche qui, rispetto a un simile “Dio” l’ateismo è d’obbligo. C’è poi un “Dio” che produce una “fede” nella quale c’è molta autosufficienza, arroganza, presunzione, prepotenza, autoritarismo, amore del potere e del comando. Anche nei confronti di questo “Dio”-Padrone, l’ateismo è meglio della “fede”. Insomma, Dio è in minoranza nel grande pantheon degli dèi che il nostro cuore infermo, fucina di idoli, continuamente crea. Sì, Dio è solo, là fuori porta, inchiodato a una croce. Beato chi non si sarà scandalizzato di lui!
Futuro dell’ateismo
Che l’ateismo abbia o meno un futuro dipende in parte dalla chiesa, e precisamente dalla qualità della sua testimonianza. Se questa sarà scadente, l’ateismo ne sarà rafforzato. L’incredulità del mondo rispecchia l’incredulità della chiesa. Se la chiesa crede poco (ricordiamo quante volte Gesù chiama i discepoli “gente di poca fede”, Matteo 8,26; 6,30; 16,8) o male, il mondo si sentirà autorizzato a non credere per niente.
La croce di Cristo è il cuore della fede cristiana, e questa croce, come sappiamo, è “scandalo per i Giudei [cioè per i religiosi] e pazzia per i Greci [cioè per i laici]” (1 Corinzi 1,23). Cristo con la sua croce resta perciò “segno di contraddizione” (Luca 2,34) per tutti e per sempre. In queste condizioni è difficile che l’ateismo non abbia futuro. Chi non ricorda la domanda inquietante di gesù: “Ma quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà egli la fede sulla terra?” (Luca 18,8).
Che fare?
Non c’è altro da fare che quello che faceva il Salmista: umilmente e tenacemente, con semplicità di cuore e trasparenza di vita, “annunzierò il tuo nome ai miei fratelli” (Salmo 22, 22). Sappiamo quanto del nome di Dio si sia abusato, quanto esso sia stato, anche per colpa nostra, compromesso. Ma come ha scritto Martin Buber in una splendida pagina del suo Eclissi di Dio: “Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola “Dio”, e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com’è, innalzarla sopra un’ora di grande dolore”. (Paolo Ricca, professore emerito della Facoltà valdese di teologia di Roma)
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